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A Christmas Carol, la lezione di Dickens nel film di Zemeckis

Dieci Natali fa (esattamente il 3 dicembre 2009) nei cinema italiani usciva un film che mi ha segnato profondamente e che ha risvegliato in antiche sensazioni ed emozioni. Sto parlando di A Christmas Carol di Robert Zemeckis, l’adattamento cinematografico del racconto Canto di Natale di Charles Dickens, che fu realizzato in CGI utilizzando la tecnica della performance capture. Protagonista, uno degli attori che amo di più in assoluto, Jim Carrey.

Una storia (sempre) rivoluzionaria

“Ho cercato, in questo piccolo libri di spiriti, di evocare il fantasma di un’Idea che non metta i miei lettori di cattivo umore verso se stessi, o gli altri, o nei confronti del periodo festivo, o contro di me. Che possa infestare piacevolmente le loro case senza che alcuno desideri scacciarlo”.

Charles Dickens, Dicembre 1843

Quando Charles Dickens scrisse e pubblicò Il Canto di Natale – la nascita di questo testo è stato eccellentemente raccontato nel bellissimo film Dickens – L’Uomo Che Inventò il Natale – probabilmente non immaginava di aver prodotto un’opera eterna. Il racconto, perfettamente figlio dell’epoca in qui è stato scritto, è ancora oggi tremendamente attuale e, ancor di più, rivoluzionario. La storia – il vecchio e avaro Ebenizer Scrooge che riscopre il significato della Festa per eccellenza dopo aver incontrato, la notte della Vigilia, i tre spiriti del Natale (Passato, Presente e Futuro) – riesce ancora oggi (e più che mai oggi) a parlarci con potenza, a scuoterci, ad accarezzarci, a darci calore. Nel viaggio di Scrooge, che rivede se stesso da piccolo (un bambino solo, lontano dalla sua famiglia) e da ragazzo (prima innamorato di una dolce ragazza e poi, tragicamente, innamorato del Denaro, “l’idolo d’oro”), c’è tutta la nostalgia e la malinconia del nostro tempo. Un sentimento che diverse generazioni, tra cui la mia, provano profondamente e fortemente, non riconoscendosi in un mondo, il nostro, sempre più digitalizzato, caotico, freddamente meccanico e privo di sentimenti. Le luminarie, sempre più abbondanti e spettacolari (talvolta in stile “Las Vegas”), sembrano solo la facciata di un’umanità che corre, frenetica, a comprare cose, a preparare tavole e menù come se strsse partecipando ad un programma in tv. Lo stress e l’ansia per il futuro che si mescola con lo stress del Natale: siamo sicuri di “diventare tutti più buoni”?

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La luce dentro

La risposta è no e, in fondo, non possiamo dar torto al vecchio Scrooge quando dice “che idea scellerata quella di festeggiare il Natale, sono tutti impegnati in questa immensa scempiaggine“. Perché festeggiarlo? Perché buttar via i soldi? Perchè essere per forza buoni? Perché ritrovarsi per forza a mangiare insieme ai parenti? Se qualche anno fa Ebenizer, sin dall’inizio del racconto, appariva odioso e detestabile, oggi ci risulta essere più simpatico, perché quest’epoca ci ha reso sempre più insofferenti, incazzati, egoisti. Spenti. Perché se non abbiamo una luce accesa dentro, non possiamo dare niente a nessuno.

Ignoranza e Indigenza

“Non ci sono le prigioni? Non ci sono gli ospizi?”.

Serpeggia, nella nostra società, un cinismo crescente, che sta rispolverando la differenza di classe (come nell’Inghilterra vittoriana, siamo sempre più polarizzati tra Ricchi e Poveri) e la paura per il “diverso”.

“Giallastri, magri, stracciati, torvi e rapaci; ma anche umilmente prostrati. Dove la grazia della giovinezza avrebbe dovuto addolcire i loro volti, a recare il più fresco colorito, una mano vecchia e avvizzita li aveva schiacciati e ridotti in pezzi. Dove gli angeli avrebbero potuto troneggiare, si nascondevano i demoni, e sbirciavano fuori minacciosi. Mai nessuna mutazione, nessun degrado, nessuna perversione dell’umanità, fra tutti i meravigliosi misteri della creazione, ha dato vita a mostri orribili e paurosi che assomigliassero lontanamente a quelli”.

Ignoranza e Indigenza, i Figli dell’Uomo descritti da Dickens, sono tornati a comandare. Lo spirito del Natale Presente, prima di spegnersi, mise in guardia Scrooge descrivendoli così: “Il maschio è l’Ignoranza. La femmina è l’Indigenza. Guardati da loro, in ogni loro manifestazione”.

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L’insegnamento di Marley

Il cambiamento di Scrooge – che da avaro, egoista e scorbutico, diventerà buono, gentile e generoso (salvando il piccolo Tim Cratchit) – inizia di fatto con l’incontro con lo spirito del suo defunto socio Jacob Marley che gli appare contorniato da pesanti catene ai cui apici pendono dei forzieri, ovvero le conseguenze dell’avidità ed egoismo da lui perpetrati in vita (con la sua attività “Scrooge & Marley” derubava le vedove e truffava i poveri). Morto proprio la Vigilia di Natale, Marley preannuncia a Ebenizer la visita dei tre spiriti perché è “ancora in tempo per cambiare il proprio destino”. Tra flashback (il Natale Passato), terribili rivelazioni (il Natale Presente mostra a Scrooge come vive il suo impiegato Bon Cratchit) e tragiche premonizioni (il Natale Futuro “seppellisce” Scrooge dopo avergli fatto capire che il piccolo Tim morirà), il protagonista capirà che la ricerca del denaro e l’attaccamento alle sole cose materiali sono sbagliate. La carità e la fratellanza si faranno largo nel suo cuore. La luce torna ad accendersi, per lui, ma anche per noi, perché quel viaggio, è il nostro viaggio. Lo Scrooge buono del finale, insomma, deve starci più simpatico di quello di inizio racconto.

Il film di Zemeckis

Dai primissimi cortometraggi muti britannici (Scrooge, or, Marley’s Ghost, regia di Walter R. Boothrisale, del 1901!), alle produzioni italiane (Non è Mai Troppo Tardi di Filippo Walter Ratti con Paolo Stoppa e Marcello Mastroianni, 1953), dal film musical con Albert Finney (La Più Bella Storia di Dickens – Scrooge, di Ronald Neame, 1970) all’animazione (Canto di Natale di Topolino, regia di Burny Mattinson, 1983), dalla versione “moderna” di SOS Fantasmi (Scrooged, di Richard Donner, con Bill Murray, 1988) agli innumerevoli adattamenti per la tv (Patrick Stewart diventò Scrooge nel Canto di Natale uscito vent’anni fa, nel 1999). Il racconto di Dickens (il suo messaggio è stato anche tradotto ne La Vita è Meravigliosa, il capolavoro di Frank Capra: non sono gli spiriti a salvare George/James Stewart, ma un angelo custode) è stato raccontato al cinema in tutti i modi. Ma il film più potente, per me, resta quello uscito dieci anni che ho citato all’inizio dell’articolo. La capacità di Robert Zemeckis di descrivere in immagini l’atmosfera magica del Natale (come già fatto in Polar Express, 2004) è davvero unica e ineguagliabile. La splendida animazione – la pellicola fu realizzata, anche per la visione in 3D, dalla ImageMovers Digital e dalla Walt Disney Pictures – dà veramente giustizia all’opera fantastica e sognante di Dickens, altrimenti indescrivibile senza effetti speciali ed attori in carne ed ossa. La motion capture è la tecnica ideale: anche un talento puro come Jim Carrey, straordinario e indimenticabile, ne ha tratto beneficio, entrando nel mito.

A Christmas Carol 3

Tra le strade di Londra

Ma oltre alla regia e agli interpreti (su tutti Bob Hoskins, di Colin Firth, di Gary Oldman…), sono le immagini della città che mi hanno fatto innamorare di questo film. La Londra vittoriana tagliata del gelo, coperta dai fiocchi di neve che cadono anche in presenza di un pallido sole. I palazzi reali (dove si apparecchiano sfarzose e interminabili tavole per “i ricchi”), i marciapiedi ghiacciati dove orfani e poveri affamati si disputano un pezzo di carne cruda gettata dal macellaio con un cane. E poi i mercanti di strada (con il fumo bianco delle caldarroste calde), i vetri bombati delle botteghe, i lampioni e le lanterne, gli addobbi naturali, come il vischio, come i pini, come le candele accese. Ogni cosa nel film di Zemeckis diventa tangibile: si sentono i profumi delle spezie e della legna che brucia, si sente la morbidezza di un lenzuolo asciutto o la pesantezza di una giacca sporca e bagnata. Si sente il tepore delle case illuminate e il freddo che avvolge ogni quartiere. Si percepisce il dolore e la sofferenza degli emarginati e l’inguaribile entusiasmo dei bambini che giocano per strada.

Il silenzio della notte

Ma ancor più sublime è la città di notte, nella nebbia. Dai vetri dello studio di Scrooge la si vede sullo sfondo, nella corsa di Ebenizer rimpicciolito la si vede ancora meglio, da punti di vista inediti e spettacolari. È quel silenzio notturno che mi colpisce. Quelle strade deserte e gelide investite dall’inverno contrapposte al calore che uno studio (con la stufa) o una casa (con un camino) possono dare. La potenza e la magia di una notte, quella della Vigilia, che, simbolicamente, ci unisce tutti. L’arrivo di una Festa, talmente importante da poter essere ridotta ad una mero appuntamento di “mercato” e di “consumo”, che nel bene e nel male qualcosa dentro deve smuoverci per forza. Pensare a come “bastava poco” per essere felici una volta (senza i doni di Babbo Natale), tra mandarini, noci e un pasto caldo da condividere vicini al camino, forse dovrebbe farci riflettere – ancora, ancora, ancora, anzi di più – sul vero significato di questo evento che, giustamente, ognuno di noi vive a modo suo.

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Il nostro calore

Oltre al fuoco acceso, è soprattutto al calore che abbiamo dentro che penso. Un calore che si alimenta con le cose semplici, essenziali, autentiche. Un sorriso, uno sguardo, un abbraccio. Quelle che fanno emergere il nostro lato migliore. Le cose che ci fanno volere più bene a noi stessi, da Seneca, si vis amari ama. Penso al nostro valore che trova conferma negli occhi di chi ci guarda con amore, di chi ci incoraggia sempre, di chi alzando un calice, cercando il nostro bicchiere, brinda ancora alla vita.

Giacomo Aricò