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Alfredo Lo Piero affronta il tema immigrazione con La Libertà Non Deve Morire In Mare

Realizzato tra il 2016 e il 2017, giovedì 27 settembre esce al cinema – con Distribuzione Indipendente – La Libertà Non Deve Morire In Mare, il documentario prodotto, diretto e anche raccontato da Alfredo Lo Piero. Un toccante ed attualissimo documentario che racconta senza filtri la drammatica situazione degli sbarchi sull’isola di Lampedusa, attraverso testimonianze dirette di volontari, sopravvissuti, medici, associazioni, organi di Stato; persone che sono fuggite da qualcuno o qualcosa e altre che – per mestiere, caso, carità cristiana, scelta politica – le hanno accolte e salvate.

Si parla spesso di immigrazione in termini di cifre: il computo statistico dei vivi e dei morti, chi ce l’ha fatta e chi no. Ma dietro l’asetticità dei calcoli ci sono le storie, le vite, i sogni spezzati e i sogni ancora da inseguire. Si parla e si scrive tanto di immigrati, ma al di là dell’abuso tematico – e delle sue ricadute sul sociale – vogliamo continuare a pensare ai vissuti che stanno dietro le facce spaurite e le braccia tese delle foto sugli schermi e sui giornali.

Vogliamo pensare alle lacrime e ai sorrisi, alla speranza e alla paura dei migranti, spogliati dallo status di oggetto di cronaca. La Libertà Non Deve Morire In Mare nasce, in qualche modo, da questo pensiero. Dalla volontà di restituire voce a chi, sin qui, non l’ha mai avuta o ne ha avuta poca, con un intento meramente documentaristico, nel senso più spoglio, verista e autentico del termine.

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Lasciamo pieno spazio alle note di Alfredo Lo Piero.

Quell’anno avevo scelto Lampedusa come luogo d’ispirazione. Una volta giunto sull’isola, capii subito che le cose sarebbero andate diversamente: a poche centinaia di metri dalla costa, motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza erano impegnate nel recupero di oltre trecento migranti provenienti dall’Africa. Tutto visibile a occhio nudo. Una piccola macchia nera in un immenso e azzurro mare cristallino. È stato istintivo, forse naturale, e in pochi minuti mi catapultarono al porto. Erano oltre centocinquanta le persone già trasbordate a terra, centinaia di occhi spalancati e neri avevano invaso quel piccolo molo”.

Angoscia e paura si mischiava a speranza e illusione. Infreddoliti, nonostante i trenta gradi di temperatura, quelle anime avevano trovato assistenza tra le braccia di decine e decine di volontari, medici, carabinieri, Croce Rossa, uomini e donne straordinari che nonostante stessero seguendo un “protocollo” non potevano fare a meno di mostrare la loro parta più umana, che per fortuna prendeva il sopravvento. Una situazione assurda, una tragedia disumana. Decine di donne con bambini, pianti e urla facevano da colonna sonora a un tappeto di lenzuola bianche che ricoprivano decine e decine di corpi riversi in terra”.

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Avevo letto e sentito più volte di quanto, da oltre trent’anni, accadeva a Lampedusa ma non avrei mai immaginato una verità simile, che spesso ci viene restituita in maniera falsata e distorta. Fu proprio quello l’attimo in cui decisi di tralasciare il progetto su cui stavo lavorando e dedicarmi completamente alla realizzazione di una denuncia filmica che fosse il più possibile vera e reale. Nasce così La Libertà Non Deve Morire in Mare. Il mio non è un film politico, lotterò sempre per non farlo strumentalizzare o percepire come tale. Invece è un film umano, realizzato in un periodo storico, se pur recente (2016/2017), differente da quello attuale: mai avrei immaginato che a distanza di appena due anni quegli stessi “eroi”, con e senza divisa, potessero essere additati, vincolati, obbligati a nuovi protocolli, drastici e fuori da ogni ragione”.

Questo progetto vuole essere una denuncia, informazione priva di filtri. Vogliamo restituire voce a chi, sin qui, non l’ha mai avuta o ne ha avuta troppo poca. Per questo sono stati impiegati operatori subacquei, piloti di droni, operatori all’estero, traduttori, centri accoglienza, abbiamo fatto ricorso all’archivio filmico della Guardia Costiera, Guardia di Finanza e Medici Senza Frontiere, abbiamo ricercato testimonianze vere dei protagonisti e dei sopravvissuti, tutti liberi di dire la propria verità davanti alla telecamera. Persone che sono fuggite da qualcuno o qualcosa e altre che, per mestiere, caso, carità cristiana, scelta politica, le hanno accolte”.

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A mio avviso la libertà di migrare, qualsiasi sia il motivo, significa libertà di vivere, e non c’è guerra, razzismo, paura o ragione al mondo che possano giustificare il fatto che si possa morire in mare. L’uomo deve poter fare l’uomo, porgere una mano a chi ha bisogno, la politica e le istituzioni devono poter fare tutto il resto. L’incapacità di accogliere burocraticamente e logisticamente oltre settecentomila migranti non deve minimamente ledere o mettere in discussione quello che è l’animo umano. Noi italiani siamo straordinari nel prestare soccorso e aiuto, poiché dotati di uno spiccato senso umano, ma è anche vero che siamo incompetenti nel gestire una massa migratoria sproporzionata come quella di questi ultimi venti anni. Chiudere porti, bloccare le frontiere o seminare paura e odio razziale, ritengo sia la strategia più sbagliata e discutibile per frenare un dramma epocale di queste dimensioni. Il problema va risolto a monte, finché l’Africa continuerà a essere terra di conquista, da sfruttare e saccheggiare, anziché ricca risorsa del nostro Pianeta, gettare le basi per un processo di cambiamento non sarà neanche minimamente pensabile”.

«Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò».

Cesare Pavese