Foto Christian Schulz, © Schramm Film

Amore, fuga e sospensione ne La Donna Dello Scrittore, dal romanzo di Anna Seghers

Foto Christian Schulz, © Schramm Film

Presentato in concorso alla 68. Berlinale e tratto dal romanzo Transito di Anna Seghers, scritto a Marsiglia nel 1942, giovedì 25 ottobre arriva al cinema La Donna Dello Scrittore, il film diretto da Christian Petzold con protagonisti Franz Rogowski e Paula Beer. Utilizzando uno strabiliante parallelismo tra i fatti storici del passato e la Marsiglia dei giorni nostri, Petzold racconta la storia di un grande amore impossibile fra la fuga, l’esilio e il desiderio di raggiungere un luogo che possiamo chiamare casa.

Le truppe tedesche sono alle porte di Parigi. Georg (Franz Rogowski), un rifugiato tedesco fugge a Marsiglia appena in tempo. Il suo bagaglio contiene i documenti di uno scrittore di nome Weidel, che si è tolto la vita per paura delle persecuzioni. Questi documenti comprendono un manoscritto, alcune lettere e l’assicurazione dell’ambasciata messicana per un visto. A Marsiglia possono rimanere solo coloro che possono dimostrare che ripartiranno. Per dimostrarlo hanno bisogno di essere in possesso del permesso di ingresso da un potenziale paese ospitante.

Georg ha assunto l’identità di Weidel, memorizzato tutte le informazioni contenute nei documenti e spera così di ottenere uno dei pochi passaggi disponibili in nave. Sprofonda nella mezza esistenza di chi è in fuga: chiacchiera con i rifugiati nei corridoi di un piccolo hotel, nei consolati, nei caffè e nei bar lungo il porto. Il suo unico amico è Driss (Lilien Batman), figlio del compianto Heinz, morto mentre cercava di fuggire. Ma cosa lo spinge a partire? È possibile iniziare una nuova vita in un altro luogo? Tutto è destinato a cambiare quando Georg incontra Marie (Paula Beer), una donna misteriosa di cui si innamora.

Foto Christian Schulz, © Schramm Film

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Vi proponiamo qui sotto un lungo estratto dell’intervista rilasciata da Christian Petzold.

Qual è stato il suo rapporto con Transito, il romanzo di Anna Seghers?

Il libro è stato sottoposto alla mia attenzione molto tempo fa da Harun Farocki, che lo considerava un libro fondamentale. Harun era nato nel 1944 nel Sudetenland da genitori che avevano dovuto lasciare la propria terra, e ho pensato che avesse sempre cercato di scoprire particolari connessioni tra il XX secolo e scrittori come Franz Jung, George Glaser e Anna Seghers. Quello che esisteva prima del fascismo era una innocenza perduta e “Transito” è un libro che è stato essenzialmente scritto in quel momento di transizione. Durante gli anni, lo abbiamo letto e riletto perché è un libro a cui entrambi potevamo relazionarci: vivere in uno stato di transizione e avere un personaggio la cui storia si sviluppa in uno spazio specifico ma senza avere una casa. In “Transito” non esistono case in cui poter tornare. Essere a casa coincide di fatto con la condizione di non averne una.

Come nasce l’idea di collocare la storia de La Donna Dello Scrittore che si svolge nel 1940, a Marsiglia ai giorni nostri?

Inizialmente lo volevo ambientare nella Marsiglia del 1940, poi ho cambiato idea. Non ero più sicuro di voler realizzare un film storico. Non volevo ricostruire il passato. Ci sono rifugiati in ogni parte del mondo e viviamo in una Europa in cui riemergono i nazionalismi, non volevo ritrovarmi nella comfort zone della ricostruzione storica. E poi altre due cose mi hanno influenzato: tempo fa stavo parlando con un architetto che mi spiegava che l’aspetto affascinante dell’architettura della DDR è che gli edifici, risalenti a quel periodo, non sono stati demoliti ma li possiamo osservare ancora integri, accanto alle nuove costruzioni. La storia della DDR non è nascosta sotto altri strati ma è rimasta visibile integralmente. C’è un dibattito a Monaco sulle “Stolpersteine”, le pietre d’inciampo, ciottoli di ottone placcato incastonati sui marciapiedi che ci ricordano gli ebrei stati deportati nei campi di sterminio. Considero le pietre d’inciampo una delle più grandi forme di arte moderna, ci rendono testimoni del passato mentre attraversiamo il presente. Hanno qualcosa di spettrale è questo mi ha fatto pensare a “Transito”. Una zona di transito è per definizione un luogo di passaggio. Come il checkin di un aeroporto, consegni il tuo bagaglio ma non sei ancora andato da nessuna parte. Anna Seghers descrive questa zona di transito come un luogo tra l’Europa e il Messico, ma potrebbe anche essere – così come lo sono le pietre di inciampo o l’architettura – una zona di passaggio tra il passato e il presente.

Foto Christian Schulz, © Schramm Film

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Georg ha interiorizzato il suo essere di passaggio e la lotta per la sopravvivenza a tal punto da non riuscire più ad avere un obiettivo finale?

L’aspetto più affascinante di un racconto di formazione come “Transito” è farti comprendere il percorso che ci porta a diventare una persona con un obiettivo, ricordi, desideri e necessità. Georg all’inizio è vuoto, una pedina, una vittima della storia; va in giro, siede nei bistrò, non ha passato né futuro, semplicemente vive nel presente. Continua a lottare nella vita perché pensa di non aver niente da perdere e di non aver ancora perso nulla. È scaltro, quasi come un criminale; decifra i segnali intorno a lui e possiede un talento naturale nel fingere. Solo quando legge il manoscritto, durante la fuga, mentre il suo amico muore accanto a lui, ecco allora diventa improvvisamente una sorta di eroe tragico. Subisce una trasformazione. Si innamora. Assumere l’identità di qualcun altro gli dà uno scopo nella vita, sebbene costruito su una bugia. E durante tutta la storia, assumere l’identità di qualcuno che ha sentimenti e bisogni, lo porterà, alla fine, a sacrificarsi.

Definirebbe La Donna Dello Scrittore un film d’amore?

Si, penso che la storia di qualcuno che fugge possa essere raccontata solo come una storia d’amore. L’amore richiede tempo ma crea qualcosa che l’allontanamento non può distruggere. Gli innamorati possono creare qualcosa che trascende il tempo e lo spazio. Possono prendere distanza dalla storia. Penso sia meraviglioso. Il personaggio di Marie sembra avere una doppia natura, divisa a metà tra l’interesse personale e la devozione. Durante il lavoro di preparazione, Paula Beer sosteneva che nel libro – nonostante l’autore fosse una donna – il suo personaggio fosse una proiezione maschile. Le sue caratteristiche fisiche sono appena accennate, non hai idea di come sia fatta fisicamente. Quello che ho amato molto del personaggio è la sua doppiezza, Marie non è solo pura e devota. A differenza di George lei ha un profondo senso di colpa. Ha perso i contatti con il marito e non vuole imbarcarsi finché i suoi sensi di colpa non si saranno placati. Lei dice: “Ho bisogno di trovare mio marito. Ci sono, ti amo ma non potrò iniziare una vita nuova con te finché non avrò saldato i debiti con il mio passato. Non può vivere con quel tradimento.

Foto Christian Schulz, © Schramm Film

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Il fatto che il tema dei rifugiati sia così attuale ha influenzato il suo lavoro sul film?

Bisogna essere cauti. Il campo profughi di Calais – The Jungle – era appena stato smantellato quando abbiamo iniziato le riprese del film. Le persone ci chiedevano di andar a riprendere tutto, i migranti africani, i barconi, i corpi nel mare di Lampedusa. Ma non puoi farlo. Non puoi filmare i migranti africani, non ho il diritto di farlo. Abbiamo invece girato nel Maghreb di Marsiglia che è una parte della città e appartiene alla storia coloniale della Francia. Potevamo utilizzare quello spazio all’interno della nostra storia e rappresentarlo così com’è. La guerra e le cause dell’esodo sono date per assodate e non sono rappresentate. Questa condizione è insita nella fuga, quando stai scappando dimentichi. Odi tutto quello che ti sei lasciato alle spalle, non hai un linguaggio che ti faccia sentire a casa e che ti permetta di accedere al mondo. Abbiamo avuto delle difficoltà durante le riprese a causa dei recenti attacchi terroristici di Nizza e Parigi. Quando camminavamo per le strade scortati da task force speciali la gente era spaventata. Ho capito durante le riprese, mentre mettevo in connessione il passato ed il presente, come fosse facile immedesimarsi nei panni di un rifugiato. La nostra identità profonda è quella di un rifugiato.