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Audrey Dana si risveglia con Qualcosa di Troppo

Audrey Dana ha diretto e interpretato Qualcosa di Troppo, la commedia francese, dall’11 maggio in sala, che gioca con la differenza di genere sessuale e le diverse prospettive maschi/femmine.


Avete mai pensato a come sarebbe mettersi nei panni di una persona dell’altro sesso, anche solo per un giorno? Jeanne (Audrey Dana) sicuramente no. Fresca di divorzio, lontano dai suoi figli una settimana su due, Jeanne non vuole più sentire parlare di uomini. Ma un bel giorno, la sua vita prende una svolta totalmente inaspettata: a prima vista non sembra essere cambiato nulla in lei, ad eccezione di un piccolo dettaglio…

Questo ‘dettaglio’ dà il via alle situazioni più buffe, dove la vediamo ridere con la sua migliore amica, o discutere in preda al panico con il suo ginecologo (Christian Clavier). La nostra protagonista farà di tutto per cercare di superare questa situazione a dir poco singolare.

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Ecco un estratto dell’intervista rilasciata dalla regista/interprete principale Audrey Dana.

Com’è nata questa idea?

Come tante altre donne, mi sono spesso chiesta come sarebbe immedesimarsi in un uomo. Ritengo che tutti abbiamo dentro di noi una parte dell’altro ‘sesso’, e che molti dei comportamenti sessuali siano tipici dell’uno o dell’altro genere, ma non lo trovo giusto. Quale modo migliore per abbattere questi comportamenti se non quello di unire nella stessa persona il genere maschile e quello femminile? Ci sono alcuni uomini che sono più femminili di me, e delle donne che sono più virili di tanti uomini. E in tutta onestà, a volte ho l’impressione di essere un uomo che vive il suo sogno più folle: quello di essere una donna! Questo mi succede perché io sono stata cresciuta così, ‘autorizzata’ ad essere ciò che sono. Viviamo in una società piuttosto maschilista, fondata sul fatto che essere un uomo presupponga molti più diritti. Che succederebbe, quindi, se conferissimo questi onnipotenti attributi maschili a una donna?

Chi è Jeanne?

Jeanne vive in uno stato di abnegazione. È una donna introversa, sottomessa, che riproduce in maniera evidente lo schema familiare dei suoi genitori. Si dedica totalmente a suo marito e ai suoi figli, lavora coscienziosamente e si dimentica completamente – sebbene sia una donna brillante – del suo reale potenziale. Quando suo marito la lascia, Jeanne prova una collera fortissima verso di lui e nei confronti di tutti gli uomini in generale; poi quando perde la piena custodia dei suoi figli esplode letteralmente! “Se ci prendono anche i figli allora che cosa ci resta?”, pensa lei a quel punto. L’apparizione del ‘coso’, innesca in lei una rivoluzione interiore che la porterà a riconciliarsi con il genere maschile.

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Jeanne subisce una metamorfosi, ma senza trasformarsi completamente in uomo…

Sì. Jeanne si ritrova dall’oggi al domani con un sesso maschile, ma non si trasforma mai in un uomo! È una sorta di miscuglio dei due sessi. È la prima volta che un soggetto del genere viene affrontato in maniera così diretta e divertente sul grande schermo. Giocare con lo scambio dei codici maschili e femminili sullo schermo, risveglia dei piacevoli ricordi cinefili. Pensiamo ad esempio a film memorabili, come A Qualcuno Piace Caldo, Tootsie, Victor Victoria o Yentl. I personaggi di queste pellicole, con il loro essere fisicamente a metà strada tra il maschile e il femminile, scuotono in modo potente le coscienze, e lo fanno con umorismo e grazia. Peraltro, sono fortemente liberatori e spesso anche divertenti!

Attraverso il personaggio di Jeanne e la sua metamorfosi, il film esplora le frontiere del maschile e del femminile…

Il mio obiettivo, attraverso questa fiaba, è quello di mettere in discussione la nozione di ‘genere’. Il mio intento non è mai stato quello di mettere in opposizione il maschile e il femminile, gli uomini e le donne, ma, sotto spoglie ludiche – perché si tratta di una commedia! – di far cadere i cliché, e di invitare a una sorta di riconciliazione tra i generi. Il film è un chiaro invito all’equilibrio e all’accettazione delle differenze. E poi tra le righe c’è anche questa idea che mi sta molto a cuore: ci sarebbe certamente maggiore armonia se ci fossero più donne al potere. Il mondo soffre la presenza maggioritaria degli uomini! Se le frontiere tra i generi sparissero, questo sconvolgerebbe il patriarcato, che è fondato interamente su un’idea di scissione tra il femminile e il maschile. Da ciò deriva, senza alcun dubbio, il rifiuto globale dei transessuali, i quali scuotono le fondamenta della società. Il film esprime l’idea secondo la quale le frontiere reali tra maschi e femmine sarebbero, in realtà, molto più tenui di quanto si pensi.

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Il film ci ricorda anche l’importanza di avere fiducia in se stessi.

La fiducia in noi stessi è essenziale. Viviamo in un mondo in cui i bambini crescono nei pregiudizi. Il divario tra femmine e maschi esiste più che mai e ancora oggi la maggior parte delle ragazze crescono con l’idea che solo i maschi possano fare qualsiasi cosa, e questo non le aiuta ad avere fiducia in loro stesse. Le donne avrebbero molte ragioni per provare invidia nei confronti degli uomini. Questi ultimi hanno molte meno paure (non dimentichiamoci che nel mondo ogni sette minuti una donna viene violentata!), hanno un salario più alto, e un lavoro migliore (un esempio su tutti: nel mondo solo il 3% dei registi sono donne!). Se eliminassimo certi pregiudizi, le donne avrebbero la possibilità di esprimersi secondo il loro pieno potenziale. Nel film la protagonista si autorizza, inconsciamente, ad assumere il potere. Io spingo quest’idea al parossismo incollandole addosso il sesso maschile. Cosa riuscirà a fare ora che è dotata del membro maschile? Ne avrà veramente bisogno, poi? Oppure le sarà solo d’ingombro?