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Caleb – Intervista a Roberto D’Antona: “Fascino e terrore, ecco il mio vampiro italiano”

Sta per finire l’attesa: Caleb, il nuovo thriller/horror diretto e interpretato da Roberto D’Antona che, insieme ad Annamaria Lorusso, lo ha anche prodotto con la L/D Production Company, arriverà ufficialmente nelle sale italiane, in questa fase di graduale riapertura dei cinema, dal 20 Agosto 2020.

Il film

Rebecca (Annamaria Lorusso) è sulle tracce di sua sorella Elena (Erica Verzotti), una giovane giornalista scomparsa mentre stava indagando su una serie di incresciosi eventi. Le sue ricerche la conducono fino a Timere, un piccolo borgo remoto nel Nord Italia, lontano dal frastuono della quotidianità. Un luogo in cui vige il rigore del silenzio e il timore di qualcosa di oscuro. Qui Rebecca incontrerà Gaspare (Francesco Emulo) uno stravagante scrittore e Gabriele (Alex D’Antona), il custode della chiesa del paese, ma soprattutto incontrerà Caleb (Roberto D’Antona), un uomo affascinante, ricco (ama e produce del vino “corretto” con il sangue) ed elegante il cui sguardo tenebroso nasconde però un antico ed agghiacciante segreto. Ed è proprio in questo luogo, il cui tempo sembra muoversi tra le ombre e la minaccia è sempre all’erta, che presto Rebecca verrà a conoscenza di una terrificante verità e la lotta tra bene e male avrà inizio.

Caleb, Lui è Ovunque

Dopo The Wicked GiftFino All’Inferno e The Last Heroes, con Caleb la L/D Production Company ha iniziato un nuovo capitolo della propria storia. Quella raccontata sul grande schermo è una vicenda complessa e articolata, che accompagna lo spettatore in un borgo sperduto dove incubo e realtà si fondono in momenti onirici carichi di angoscia e terrore. Il vino rosso, come il sangue, è ben visibile nella notte e nell’oscurità, dove il Male si libera e impera. Ispirato dalle grandi pellicole sui vampiri – su tutti il Dracula di Bram Stoker diretto da Francis Ford Coppola ma anche Intervista col Vampiro di Neil Jordan, Dal Tramonto all’Alba di Robert Rodriguez, Fright Night di Tom Holland e Vampires di John Carpenter – il mostro creato ed interpretato da Roberto D’Antona affascina e seduce per poi mordere e uccidere senza pietà. Il peso sul suo cuore (da trafiggere per raggiungere la libertà) proviene dal passato, lo ha trasformato in una creatura circondata da anime perdute, a lui sottomesse. Lui è Ovunque, come recita il claim del film. In ogni angolo del borgo di Timere, il vero teatro della storia dalla quale non si può sfuggire, aleggia la sua ombra e la sua presenza. Rebecca Leone, la giornalista-protagonista, non è solo l’eroina della storia, simbolo del Bene, ma anche la Donna che uccide l’Uomo-mostro. Uno dei tanti sottotesti di un film che parla del nostro mondo, di ciò che siamo e del buio (anche culturale) che viviamo.

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Intervista a Roberto D’Antona

Per approfondire le tematiche del film, ho avuto il piacere di parlare con il “vampiro” in persona, il regista e interprete mostruoso della storia, Caleb, ovvero il nostro amico Roberto D’Antona.

Roberto, che anno…Ma alla fine Caleb uscirà al cinema. Prima di tutto volevo chiederti cosa significa per te questa data, 20 agosto 2020, dopo tutto quello che abbiamo passato e ancora spaventati per quello che può ancora accadere…

Che anno! Un anno devastante. Il 20 Agosto 2020 è una data importantissima per me poiché segna un grande traguardo non solo per Caleb e per questioni emotive, ma soprattutto per la nostra azienda. Nonostante le numerose difficoltà dovute all’emergenza COVID, siamo riusciti a distribuire Caleb nel migliore dei modi in Italia e siamo riusciti a vendere i diritti del film anche all’estero, merito del lavoro di squadra e in particolare modo del mio socio Annamaria Lorusso e della instancabile Aurora Rochez.

Dalla testa rasata ai capelli lunghi. Nella precedente intervista mi avevi anticipato che stavi lavorando a Caleb. Com’è nato questo personaggio? Come lo hai costruito?

Non posso negare che questo personaggio sia nato dal mio amore per i vampiri e in particolare modo per il Conte Dracula. Ho sempre sognato di poter vestire i panni di un personaggio simile e con Caleb ho voluto dar vita a un vampiro che si rifà alle classiche leggende folkloristiche dei vampiri ma del tutto Italiano.

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Rispetto ai tuoi film precedenti, Caleb è ancora più definito e strutturato, leggibile a diversi livelli di profondità. Mi sembra che stai affinando sempre di più la tua scrittura e la tua regia. Era (è e sarà) il tuo obiettivo?

Ti ringrazio tanto. Credo che per tutti gli artisti, ad un certo punto, arrivi un momento della propria carriera in cui occorra prendere coscienza dei propri obiettivi e delle proprie capacità. Tutto quello che è stato realizzato fino a Caleb mi è servito per far crescere l’azienda, per farmi conoscere, per migliorare, per costruire un team solido e per poter comprendere e riconoscere quale sia il mio equilibrio artistico in cabina regia e penso di averlo finalmente trovato. Caleb è il primo tassello che probabilmente mostra i frutti raccolti in questi anni, ora il mio/nostro compito sarà quello di lavorare sodo con questa consapevolezza e, soprattutto, continuare a studiare e migliorare costantemente per dar vita ad altri progetti ancora più maturi tecnicamente e, per quanto mi riguarda, più vicini alla mia visione registica.

Ho apprezzato molto i momenti onirici, dove il confine tra incubo e realtà si affievolisce. Come sai, anche per via del nome del sito, i Cameralook mi colpiscono sempre. Gli sguardi in macchina del fantasma/vampiro sono i punti apicali dell’angoscia che volevi trasmettere?

I momenti onirici e il flashback dedicato al passato di Caleb sono le mie sequenze preferite del film. Durante la stesura della sceneggiatura, circa 8 mesi di lavoro, ero consapevole di cosa volevo trasmettere con questo film: paura e angoscia. La paura e l’angoscia sono i principali ingredienti che caratterizzano la creatura mitologica del vampiro. Loro amano giocare con la mente delle loro prede portandole allo sfinimento e creando confusione. Quindi sono davvero felice che tu abbia apprezzato il risultato finale e mi auguro che anche al pubblico in sala resti alla fine della visione quel senso di angoscia.

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Mi è piaciuta molto la location, un piccolo borgo “sperduto”. Timere diventa il simbolo di quella parte d’Italia mezza abbandonata che però ha nelle proprie radici e nelle proprie pietre storie antichissime e vere e proprie leggende. I fantasmi del passato (soprattutto l’Italia contadina e agricola prima del boom economico e del conseguente spostamento nelle città-elettriche) in quei borghi sembrano sempre presenti. Cosa ne pensi? Perché hai cercato un borgo per ambientare questa storia?

Perché volevo creare una sorta di distacco dalla realtà, dal mondo reale, un po’ come avviene quando si oltre passa il cartello “Benvenuti a Silent Hill”. Volevo far immergere anche lo spettatore in questo borgo antico, inquietante e affascinante. L’idea era quella di far entrare i personaggi in un vecchio “mondo”, un luogo più classico, con le loro regole e il loro stile di vita. Timere è il mondo di Caleb, un borgo immaginario che ha preso forma fra le meravigliose mura del borgo medievale Vogogna.

I teatri, purtroppo già prima del lockdown, in Italia stanno chiudendo sempre più. Nel film Caleb invece vuole rilanciare l’Arte e la Cultura. C’è un sottotesto o un messaggio che volevi lanciare su questo tema? Il settore dello spettacolo, che sputa sangue, meriterebbe di avere più tutele…

Assolutamente sì. Io sono cresciuto col teatro, ho fatto parte di una compagnia teatrale per circa 11 anni. Amo il teatro così come lo ama Caleb. Il mondo dell’arte è un mondo molto difficile e poco compreso, capace di regalare grandi emozioni ma, a volte, viene sottovalutato il duro lavoro svolto dietro il sipario. Non solo nel teatro, ma anche nel cinema, nella musica, nella danza e così via.

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Le storie dell’orrore, in questo caso la storia di un vampiro, fotografano sempre l’attualità e diventano metafora del presente che viviamo. In questa epoca, sempre più individualista/narcisistica, Caleb rappresenta in pieno la parte peggiore della società, quella che affascina e seduce, che si “vende” bene (puntando sull’apparenza, l’immagine, l’impressione che si vuole dare si se) per poi raggiungere spietatamente i propri obiettivi. Il Male, come Caleb, è ovunque. Sei d’accordo?

Il motto del film “Lui è ovunque” viene ripreso per tutto il film e sono colpito e davvero contento che tu abbia riconosciuto e apprezzato tutti i sotto-testi dello stesso. Caleb in apparenza si mostra essere una persona rassicurante attraverso cui raggiungere “la via più semplice per essere felici”, ma in realtà, dietro quella maschera, si nasconde un mostro, il male con tutto ciò che ne consegue.

Intervista di Giacomo Aricò