GRAVITY

CAMERA PSYCHO – Gravity: nel mezzo del cammin…

Gravity, il film di Alfonso Cuarón, ci offre molti piani di lettura. Può evocare la nascita della Terra, dal Big Ben alle prime forme di vita acquatica, sino allo sviluppo dei primati e dell’uomo e alla crescita della società moderna.
Ciò che più mi piace però è il viaggio simil dantesco di una donna di mezza età in profonda crisi esistenziale (la Dott.ssa Ryan Stone, interpretata da Sandra Bullock) che, in fuga dal mondo e dalla realtà, con l’aiuto dello spirito guida (George Clooney, ovvero il comandante Matt Kowalsky) ritrova la diritta via che era smarrita.

Dopo il taglio del cordone ombelicale, il laccio che la legava a Kowalsky, Ryan deve uscire dall’immenso narcisistico prenatale e, ancora, dopo un passaggio simbolico nel liquido amniotico, deve rinascere e riprendere a camminare pesantemente e faticosamente nella realtà terrena, l’unica a noi concessa. La vita è l’accettazione di questa realtà con tutti i suoi gravami. La squallida landa desolata, dove atterra la protagonista e dove tutto è ben definito, solido, visibile, in qualche modo conosciuto e sicuro, appare alla fine più bella della splendida volta celeste.

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Sulla terra non c’è leggerezza, ma c’è il peso dell’esistenza. Si cammina, non si volteggia sospesi, i piedi appoggiano occupando un piccolissimo spazio sul pavimento del mondo. Ryan, che, per il fallimento di tutte le suo difese, ha sfiorato il suicidio e l’abisso del delirio, ritorna ora, come dopo un percorso terapeutico, ad accettare la normale sofferenza dell’esistenza.

Gli spazi infiniti del cosmo richiamano lo spazio indefinito e indecifrabile dell’inconscio in cui si immerge la limitatezza e la finitezza dell’Io. Di Kowalsky, il capitano, sappiamo ben poco se non che era alla sua ultima missione e che ha scelto l’infinito.