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CAMERA&LOOK – La storia del Paltò, tra Cinema e Costume

A Milano, il capospalla in tessuto pesante maschile, non si chiama “cappotto”, ma bensì paltò. L’origine semantica della parola è in realtà sconosciuta: c’è chi dice che derivi dai cugini francesi “paletot” e chi sostiene, invece, che abbia come radice l’inglese “paltok”. Rimane il fatto che sia uno dei capi rappresentativi del costume maschile che, nel corso degli anni, ha saputo conquistare anche il genere femminile, grazie a icone del cinema che lo indossarono per il loro stile androgino. Prime fra tutte l’ombrosa Marlene Dietrich, già nel 1942.

Marlene Dietrich

Marlene Dietrich

Se si pensa alla storia del cinema, celebre fu la pellicola di Alberto Lattuada girata nel 1952 a Pavia, intitolata, appunto, Il Cappotto. La storia racconta di un misero impiegato statale, disprezzato dai superiori, che ha come massima ambizione quella di farsi confezionare un cappotto nuovo per affrontare l’umido inverno padano. Il “paltò” come obiettivo, nonché inteso come simbolo di appartenenza ad un preciso ceto sociale: indossare un cappotto, significava vedersi riconoscere lo status di essere umano anche dalla media (o mediocre) borghesia. La pellicola è una trasposizione neorealista di Lattuada del racconto russo, La Mantella, scritto nel 1942 da Nikolay Gogol.

"Il Cappotto" di Alberto Lattuada

“Il Cappotto” di Alberto Lattuada

Altrettanto simbolica è la scena de I Magliari (Francesco Rosi 1959), la commedia neorealista italiana con risvolto drammatico, che descrive la dura vita degli immigrati in Germania, tra lavoratori onesti e truffatori. Qui, l’Uomo (status, essere) indossa il cappotto. Diventa puntuale ed emblematica la gestualità: quando Renato Salvatori, nel ruolo di Mario Balducci, alza il bavero del cappotto e si allontana nella nebbia del porto di Amburgo, mentre Belinda (Paula Mayer) scompare in lontananza.

Renato Salvatori sul set de "I Magliari"

Renato Salvatori e Francesco Rosi sul set de “I Magliari”

Non vero protagonista di una pellicola, come nel sopracitato Il Cappotto, ma simbolo di smarrimento (virile) nell’indimenticabile (quanto criticato) Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci: il film si apre proprio con Marlon Brando che indossa un paltò color cammello mentre passeggia disperato, dopo il suicidio della moglie.

Marlon Brando in "Ultimo Tango a Parigi"

Marlon Brando in “Ultimo Tango a Parigi”

Nel contemporaneo La Prima Notte di Quiete di Valerio Zurlini, stesso modello (e stesso colore) anche per Alain Delon, un insegnante sui generis, intellettuale disilluso e nichilista che torna, in una sorta di estremo pellegrinaggio, nei luoghi della giovinezza ricoperti da un velo di decadenza. Ancora una volta, il cappotto color cammello è sinonimo di un animo inquieto, in continua ricerca di un equilibrio che fatica a trovare sia in se stesso sia nella società. Fino ad arrivare nel tragico epilogo, la “prima notte di quiete”.

Alain Delon ne "La Prima Notte Di Quiete"

Alain Delon ne “La Prima Notte Di Quiete”

Tornando al lato femminile del cappotto, questo è stato raccontato anche da donne come Greta Garbo in Anna Karenina, Silvana Mangano ne La Grande Guerra, al fianco di Alberto Sordi e Vittorio Gassman, e Giulietta Masina ne La Strada di Federico Fellini.

Giulietta Masina ne "La Strada" di Federico Fellini

Giulietta Masina ne “La Strada” di Federico Fellini

Oggi il cappotto, tornato di moda e declinato in più varianti, sia nell’uomo che nella donna, per la sua storia e per le sue icone, viene considerato un capo classico e intramontabile. Richiama a sé la sua origine di status quo. È diventato un elemento emblematico, assoluto protagonista, a tal punto che Max Mara (brand simbolo del capospalla femminile), gli ha dedicato nel 2007 la mostra Coats! Max Mara, 55 Anni di Moda Italiana. Qui, forte è il ricordo della fine della Prima Guerra Mondiale, dove la gente per festeggiare (come la domenica a messa) indossava il capo più bello, il cappotto (o il paltò, al Nord): nuovo per pochi, rivoltato per alcuni, del fratello o della sorella per molti.

Alberto Sordi e Claude Farell ne "I Vitelloni"

Alberto Sordi e Claude Farell ne “I Vitelloni”

Ed è proprio per quel segno-simbolo di sacralità, che si vuole oggi far tornare in auge il capospalla icona, con la sua stoffa pesante, il giromanica geometrico e i baveri abbastanza ampi da proteggersi dal freddo: un oggetto di culto tra i piccoli brand emergenti Made in Italy. Tra questi un chiaro riferimento e omaggio di Paltò che, caso vuole, presenterà la nuova collezione a Firenze, in occasione di Pitti, proprio al cinema Odeon, sala che ha fatto la storia del cinema italiano-fiorentino, aperto nel 1922 e realizzato all’interno a uno degli edifici storici di Firenze per volontà di Eleonora Duse.

Ancora una volta cinema e moda, uniti per consacrare un capo cardine della storia del costume italiano: il cappotto, detto anche paltò.

“Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri”

Coco Chanel

Selene Oliva