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Catherine Deneuve ritrova Tutti i Ricordi di Claire, storia di una madre e di sua figlia

Adattamento de Il Cassetto Dei Ricordi Segreti, il romanzo di Lynda Rutledge, giovedì 21 novembre arriva al cinema Tutti I Ricordi Di Claire, il film diretto da Julie Bertuccelli con protagonista Catherine Deneuve.

Il film

A Verderonne, piccolo paese dell’Oise, è il primo giorno d’estate e Claire Darling (Catherine Deneuve) si sveglia convinta di vivere il suo ultimo giorno. Decide così di svuotare la propria casa e svendere tutto senza distinzione, dalle lampade Tiffany al pendolo da collezione. Gli oggetti tanto amati diventano l’eco della sua vita tragica e appariscente. Quest’ultima follia fa tornare Marie (Chiara Mastroianni), la figlia, che Claire non vedeva da vent’anni.

Julie Bertuccelli

Riportiamo di seguito un estratto dell’intervista che Julie Bertuccelli ha rilasciato a Claire Vassé.

Tutti i ricordi di Claire è l’adattamento del romanzo di Lynda Rutledge Il Cassetto Dei Ricordi Segreti. Che cosa le piace di quel libro?

Sono una grande collezionista di oggetti, non sono a mio agio negli appartamenti troppo spogli, amo i mercatini dell’usato e le fiere dell’antiquariato. Le persone che vendono tutti quegli oggetti si espongono a loro insaputa, quegli oggetti sono una porta aperta sulle loro storie di famiglia. Sono pregni di un vissuto, posseggono un’anima, una carne. Un’amica intima mi ha fatto leggere quel romanzo che la faceva pensare a me. Aveva visto bene. Mi sono immersa in quella narrazione che offriva una trasposizione di storie e temi a me cari: i rapporti complessi tra madre e figlia; i morti che ci perseguitano; gli oggetti e i mobili che ci invadono e ci servono da memoria di sostituzione; le menzogne, i segreti e i non detti familiari che ci aggrediscono; la fine della vita che ci attende; la memoria che, di volta in volta, ci forma, imprigiona, soffoca; e l’oblio che ci rattrista eppure ci libera e alleggerisce. Il mio attaccamento agli oggetti proviene, a mia discolpa, da numerose generazioni di appassionati. Le case della mia infanzia erano piene di cimeli incongrui di viaggi, eredità di famiglia, scoperte e collezioni: così tante metafore, sensazioni, tanti legami emotivi, ricordi, simboli di un tempo o di un luogo rimpianto, e riflessi delle nostre vite dai quali è difficile staccarsi. Nonostante tutte le obiezioni che facevo da bambina a questa follia patologica, a questo gusto smisurato per le cianfrusaglie, anch’io ne sono stata contagiata. Per me era giunto il momento di rovistare tra quei demoni e affrontare tutto quel disordine che mi apparteneva. 

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L’ultima follia della sua eroina consiste nell’organizzare un mercato delle pulci per vendere tutto l’arredamento di casa.

So quanto l’accumulazione e l’acuto bisogno di collezionare abbiano un senso molto forte: in psicanalisi si dice che collezionare significhi scongiurare la morte, allontanarla, perché si troverà sempre un altro pezzo di un puzzle senza fine. E questo edificio infinito, attraverso l’accumulazione e la sua composizione, diventa un’opera in se stessa, uno sguardo e un sorriso sul mondo incongruo delle nostre realizzazioni umane. Quindi, vendere i propri oggetti è un atto ancora più folle per Claire Darling perché, come dice al prete, le hanno permesso di resistere alle prove della vita. Accettare che tutti gli oggetti da lei acquistati e amati sopravvivano alla sua morte e possano avere un’altra vita, è nient’altro che accettare di morire.

Il suo gesto è anche permeato di disinvoltura e di libertà…

Nel libro l’idea di lasciarsi andare mi piaceva molto. Vendendo i suoi oggetti quasi per nulla, Claire Darling si libera, non vuole lasciare eredità a nessuno. Anche se si prende cura di raccontare ai compratori la storia legata a ogni oggetto. Per lei non si tratta di svendere, ma di trasmettere. Per me, quell’ultimo atto di libertà fa eco alle frustrazioni della sua vita. Uno sfogo. Claire Darling aveva una vita un po’ fuori dal tempo, fuori dal mondo, non era sempre sensibile e premurosa con le persone che la circondavano, in particolare con sua figlia. Ma era un modo per proteggersi, una corazza. Senza di essa, sarebbe andata in pezzi. Nella sua ultima follia, accetta i suoi difetti, i suoi eccessi, i suoi errori e si riconcilia con la figlia.

Gli oggetti sono al centro della narrazione, ma non sono cristallizzati in un immaginario d’epoca.

Volevo che si sentisse la loro bellezza, la loro appartenenza a una storia, come nel caso degli automi, tanto più emotivamente carichi per me perché alcuni oggetti che si vedono nel film appartenevano a mia nonna. Ma fin dalla sceneggiatura sono stata attenta a non cadere nell’estetismo e a fare in modo che gli oggetti si intrecciassero con la storia, sempre visti attraverso lo sguardo di un personaggio. Ognuno di loro offriva l’occasione di narrare un pezzo del puzzle della vita di quella famiglia, le sue sfide, le sue menzogne, i suoi drammi…

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Proprio come gli oggetti, il passato non è mai congelato nella rievocazione, ma integrato nel presente.

Io e Sophie Fillières, la mia co-sceneggiatrice, abbiamo giocato con i diversi livelli temporali, quello confuso e disordinato della memoria e quello del tempo unico di una giornata di ventiquattro ore. Volevamo rendere vive le irruzioni dei fantasmi della memoria, quell’impressione di strana simultaneità, di presenza-assenza che scaturisce di fronte a una situazione nuova, dalla visione di una silhouette, di un oggetto intriso di ricordi. L’importante non era il passato in quanto tale, ma i ricordi del passato che riemergono per frammenti in Claire, in sua figlia o in Martine, l’amica d’infanzia che fa la rigattiera. Forse le cose non si sono svolte esattamente così, ma poco importa. È in questo modo che loro se ne ricordano: come degli istanti concentrati di passato. Questa narrazione parallela ci sembrava illuminasse, rendesse più complesso e arricchisse il racconto lineare di una giornata, l’ultimo giorno di questa donna che vede passare davanti agli occhi la sua vita, come si dice accada, in un istante fugace, alle persone vittime di un incidente. 

La storia tra madre e figlia avviene anche nel presente, durante quell’unica giornata.

Organizzando il mercatino dell’usato, Claire Darling, inconsciamente o no, fa tornare la figlia che non vedeva da vent’anni. Quegli oggetti, che cristallizzano le tensioni da loro vissute, sono l’occasione per parlare di nuovo del passato, far rivivere i ricordi, interrogarli, farli muovere, riappropriarseli… Prima che la morte arrivi, finché c’è tempo per parlarsi, tutto è possibile. Parlarsi, ma non solo: guardarsi, toccarsi fisicamente e con la mediazione degli oggetti, come i bambini che si divertono o litigano a proposito dei giocattoli.

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Ha pensato fin da subito a Catherine Deneuve per il ruolo di Claire Darling?

Non ho scritto la sceneggiatura pensando a un’attrice, ho voluto creare un personaggio ispirato al libro e incrociato con la mia immaginazione. Una volta terminata la sceneggiatura, quando ho cominciato a riflettere sugli interpreti, Catherine Deneuve mi si è imposta. Ha una statura, una fantasia e un’immensa libertà. E sapevo che adora gli oggetti, che è una grande collezionista. Mi è sembrato ovvio offrirle la parte. Catherine è un’attrice eccezionale, ho adorato lavorare con lei. Era molto coinvolta, dava delle idee senza essere invadente, si interessava al film nel suo insieme, non solo riguardo al suo ruolo. Un’attrice di tale intelligenza, con quell’esperienza cinematografica, è un vero regalo. Amo la sua silhouette: è allo stesso tempo totalmente lei e l’incarnazione ideale di Claire Darling. Sapere che vive il suo ultimo giorno ridà a quella donna un risveglio di energia e una gioiosa malizia. Non si sa se perda davvero la testa o se giochi a perderla. Catherine è perfetta per esprimere questa complessità, questo limbo.