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Deformi ma Umani, tornano i Freaks di Tod Browning

La Cineteca di Bologna riporta da oggi in sala uno dei film più discussi della storia: Freaks di Tod Browining. Tratta dal racconto Spurs di Clarence “Tod” Robbins, la pellicola, uscita nel lontano 1932, verrà proiettata in versione restaurata.


Freaks è uno dei capolavori maledetti della storia del cinema. La brutalità di Freaks, prima voluto e poi rinnegato dalla MGM (che voleva un successo capace di contrastare il Frankenstein della Universal), resta ineguagliata, così come la sua oscura umanità. Inno alla mostruosità innocente contro la normalità colpevole, è un’opera affascinante, commovente e inclassificabile, che ci lascia ancora oggi esterrefatti per coraggio, incoscienza e modernità di stile, capace di superare le categorie tradizionali di realismo e finzione, di fantastico e horror.

Buona parte del film è infatti dedicata all’osservazione quasi documentaristica, e senza alcuna morbosità, della vita quotidiana dei ‘mostri’ di un circo – microcefali, sorelle siamesi, mongoloidi, ermafroditi, donne barbute, donne uccello, artolesi e addirittura un torso umano – che interpretano se stessi, per poi raggiungere momenti di orrore che tocca vette surrealiste. “Film di carne e desiderio, di peccato e violenza” usando le parole di Jacques Lourcelles, Freaks ha influenzato molti registi contemporanei, tra tutti David Lynch – e non solo con Elephant Man – e Terry Gilliam.

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La leggenda, confermata volentieri dall’interessato, vuole che Tod Browning sia stato attratto dal mondo del circo fin dall’infanzia, al punto da derivarne un precoce desiderio di lasciare il Kentucky, dove nacque nel 1880. Il circo? Non i più prestigiosi circhi statunitensi, ma delle troupe di saltimbanchi che, di città in città, mostravano delle creature bizzarre, sorelle siamesi o donne barbute e maghi assortiti. Un mondo spesso sordido, e bizzarro, ai margini dell’America tradizionale, dove Browning, affascinato, finirà per introdursi, come comparsa in un numero d’ipnotismo e di levitazione.

Una volta diventato regista (a partire dal 1915), Browning conobbe il primo successo nel 1920 con The Virgin of Stamboul, girato per la Universal. L’incontro di Bronwning con Irving Thalberg è decisivo per la carriera del cineasta: quando quest’ultimo lasciò la Universal per diventare vice-presidente della Metro-Golddwyn Mayer (creata nel 1924), Browning lo seguì e inizio a girare una serie di film eccezionali. Dopo il fortunato Il Trio Infernale (1925, incassò sei volte tanto i costi di produzione!), pietra miliare del cinema fantastico, The Blackbird (1926) e Lo Sconosciuto (1927), il regista tornò alla Universal per mettere in scena un Dracula plasticamente superbo ma molto teatrale con Bela Lugosi. Nel 1932 tornò alla MGM per realizzare Freaks.

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Sono gli anni della Grande Depressione, l’America manifesta un gusto pronunciato per le commedie musicali, il fantastico, i tenebrosi intrighi popolati di mostri. La Prima guerra mondiale ha riportato negli Stati Uniti un corteo di feriti e di mutilati, le ricerche in materia di medicina e chirurgia invitano a porsi nuove domande, si discute sulle teorie di Darwin. Il cinema riflette queste inquietudini, da Frankenstein a King Kong, passando per i nani, gli omuncoli e gli storpi di Browning. Il regista, per il suo Freaks, decise infatti di utilizzare delle vere creature, vittime di malformazioni, scoperte soprattutto nei circhi tedeschi.

Il film si basò sul racconto Spurs di Clarence Robbins, ambientato in un circo francese, che era stato pubblicato sulla rivista Munsey Magazine nel 1923. Già all’epoca Browning aveva convinto lo studio ad acquistarne i diritti e sin dal 1927 aveva cominciato a trarne una sceneggiatura. Browing decise di capovolgere il senso del testo. Nel raccontare la storia di un matrimonio fra un nano e una bella cavallerizza, che lo sposa per la sua eredità, Robbins faceva della ragazza, a dispetto della sua avidità, una vittima del marito. Il giorno delle nozze, la moglie, per schernire il nano, gli dice che sarebbe in grado di condurlo in spalle da un capo all’altro della Francia. Per vendetta, questi la obbliga a vivere in un luogo segregato, facendola sorvegliare da un cane da guardia, e costringendola tutti i giorni, dall’alba al tramonto, a portarlo in spalle lungo solitarie strade di campagna.

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Per Browning invece il personaggio negativo è quello della ragazza (che nel passaggio dalla pagina allo schermo è diventata una trapezista), così che a essere messo in primo piano è il rapporto di cinico sfruttamento che la lega al marito, innamorato di lei al punto da non accorgersi delle sue reali intenzioni. Inoltre, il regista decise di avvalersi, per i personaggi del circo, di veri fenomeni da baraccone, e non di attori travestiti per l’occasione, come si era in questi casi soliti fare.

Quando gli studi della MGM cominciarono, nell’autunno del 1931, a riempirsi di bizzarri personaggi – gemelli siamesi, uomini privi di arti, donne barbute, ragazze dalla testa a punta, ermafroditi – il capo Louis Mayer andò su tutte le furie, e cerca di bloccare il progetto, ma Thalberg gli tenne testa. Le riprese iniziarono così il 9 novembre del 1931. Durarono due mesi, contraddistinte dall’amichevole rapporto tra Browning e i freak, dal disagio e dall’imbarazzo degli altri attori, e dalla, per il momento, benevola supervisione di Thalberg, che si limitò a introdurre nello staff degli scrittori Al Boasberg, uno specialista in gag comiche, chiedendogli di alleggerire il tono della vicenda.

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Le traversie accompagnarono tutto il periodo di lavorazione di Freaks. Un giorno Francis Scott Fitzgerald, che cenava insieme nella mensa dello studio, quando videro le sorelle siamesi consultarsi sulla scelta di un piatto, si alzò e se ne andò. Alla fine fu necessario far costruire un locale particolare soltanto destinato a loro nei pressi dello studio, dove furono sistemati. Soltanto agli Earles (i nani) e alle sorelle siamesi, che erano celebri, fu risparmiato questo trattamento. All’improvviso la produzione proclamò il silenzio-stampa sulle riprese, sperando che la curiosità potesse avere la meglio sul disgusto: ma l’inquietudine serpeggiava fra il cast tecnico del film, che si sentiva isolato. Anche il montatore, Basil Wrangell, fece di tutto per essere trasferito ad un altro film; dichiarò che lo spettacolo dei freak alla moviola, per dieci ore al giorno, gli dava la nausea.

L’ultima speranza di Thalberg era che il clima di orrore attirasse il pubblico. Ma molti svennero durante l’anteprima, che ebbe luogo agli inizi di gennaio a San Diego, e si concluse con la fuga degli spettatori. Si rimise il film in cantiere: molte scene scomparvero (a cominciare dalla castrazione di Hercules). Di contro, fu aggiunto un nuovo finale (dove la nana Frieda consolava il nano Hans abbracciandolo e dichiarandogli il proprio amore). La versione riveduta, uscita il 10 febbraio, ebbe un’accoglienza molto negativa da parte del pubblico e della critica. La maledizione di Freaks era soltanto all’inizio e non si fermò lì. All’estero l’accoglienza fu altrettanto negativa, particolarmente in Gran Bretagna dove il film fu addirittura proibito e lo rimase per trent’anni. Per la riabilitazione si dovette attendere il festival di Cannes nel 1962, poi la Mostra di Venezia nel 1967.

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Uscì nuovamente a Parigi, allo Studio de l’Étoile, nel 1969, dove, per la prima volta, fu festeggiato dalla quasi totalità dei critici. Uno di questi, Claude Beyle, nel 1973 scrisse così: “l’orrore, se di orrore si tratta, è un boomerang: non risiede nello spettacolo stesso – si cercherebbe inutilmente il minimo compiacimento esibizionista in Browning – ma nella perfetta naturalezza che presiede a questi giochi crudeli, condannandoci a passare dall’altra parte, a superare la barriera delle norme psicologiche, morali, estetiche, linguistiche, a vedere alla fine la realtà rivoltata come un guanto. Noi facciamo ben di più che “comprendere” i mostri, scopriamo attraverso i loro occhi penetranti una mostruosità ben peggiore, che è quella degli uomini”.

“Ognuno dei freak siamo noi, ognuno di noi è uno di loro”.

John Thomas (1972)