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Desolazione e miseria, la Mouchette di Robert Bresson

Oltre a Au Hasard Balthazar, la Cineteca di Bologna oggi riporta in sala – nella versione restaurata da Argos Films, con il sostegno del Centre National du Cinéma et de l’Image Animée (CNC) presso L’Immagine Ritrovata – anche Mouchette, il film sceneggiato e diretto da Robert Bresson e tratto dal romanzo omonimo di Georges Bernanos. Anche qui fotografia di Ghislain Cloquet e musica di Jean Wiener. Interpreti sono invece: Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert, Marie Cardinal, Paul Hebert, Jean Vimenet.


Vivere una vita sudicia e misera. Vedersi sola e violentata da adulti spietati. Suicidarsi a quattordici anni lasciandosi cadere in un fiume. Simulare, morendone, un gioco da bambina per dimenticare gli abusi e tornare pura. Mouchette è il personaggio più desolante del cinema di Bresson, nel suo film più terso, più limpido, più tragico.

Se la gestazione di Balthazar si rivelò lunga e complessa, brevissima fu invece la realizzazione di Mouchette, girato col contributo della televisione – primo esempio di coproduzione televisiva in Francia – pochi mesi dopo Balthazar, con una rapidità inconsueta per Bresson. E tutto lascia pensare a una scelta un po’ improvvisata, per colmare in fretta il vuoto lasciato dall’ennesimo tentativo abortito di riprendere il vecchio progetto del Lancillotto. La Nouvelle histoire de Mouchette di Bernanos risale al 1937, l’anno successivo al Diario di un Curato di Campagna: con la “nuova storia” lo scrittore intende approfondire un personaggio già tratteggiato nella sua opera prima, Sotto il Sole di Satana (1925), dandogli un maggiore spessore psicologico e assegnandogli un destino di morte che là era solo vagamente prefigurato.

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Come un’altra faccia di Balthazar – come scrisse Giorgio Tinazzi (ne Il Cinema di Robert Bresson, Marsilio, Venezia 1979) – Mouchette è l’asse drammatico che coordina i vari episodi, attraverso i quali si disegna la preordinazione, l’ineluttabilità del male; Bresson, si sa, è di diverso avviso, e dichiara che il suicidio non è una fine, ma “deriva da un’attrattiva per il Cielo“, ma credo si possa dire sia una sovrapposizione di intenzioni, per ricondurre l’opera a una religiosità personale che, in questo caso, è rimasta seconda – nel concreto dell’opera – rispetto al pessimismo di base.

Dietro al libro c’è (pure) un risolutivo «politico»; scritto negli anni della guerra di Spagna voleva esprimere anche, a detta dello scrittore, l’«orribile ingiustizia dei potenti»; questo intanto manca in Bresson, sia pure nel suo aspetto generale, essendo come sempre attento alla dimensione individuale; né, francamente, vedrei qualcosa di più o di diverso, come fa Cavallaro, il quale sottolinea «il peso rivoluzionario dell’immagine che Bresson, negli ultimi film, dà del mondo attraverso la provincia sordida della Francia gollista».

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Perché anche l’attenzione che il regista porta all’altro tema bernanosiano di tipo sociale (“una miseria invalicabile quanto le mura di una prigione”), sembra in realtà essere motivata per il riflesso che porta alla dimensione individuale, e più ancora a una sua considerazione di ordine metafisico. Bresson è sì attento all’«impronta maledetta della miseria», ma essa appare più lo sfondo concreto della parabola che una collocazione storicamente – e quindi socialmente – determinata. L’interesse, per intendersi, è più per temi di carattere ontologico, cui risalire dal riversamento esistenziale.

Anche il finale richiama queste problematiche generali. L’ambiguità del male dimostra la sua uniforme diversità, in fondo la sua inevitabilità; l’ambiente stesso costringe, i meccanismi sociali rinserrano, come in altri film. È proprio il suicidio finale che, per la sua radicalità ha fatto sorgere più interrogativi, cui si è risposto magari con scoperti recuperi o ribaltamenti: d’altronde lo stesso Bresson li suggerisce, affermando, oltre a quello che già si è detto, che è «una morte che non è una fine, ma un principio».

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Bernanos, dal canto suo, ha precisato le sue intenzioni: «il suicidio di Mouchette non è un suicidio propriamente detto; ai miei occhi è la morte del toro che si è ben battuto e che non può far altro che tendere il collo. Credevo tuttavia di averlo dimostrato, di averlo detto. Mouchette non si uccide veramente. Essa cade e si addormenta. Dopo aver atteso fino all’ultimo un soccorso che non giungeva».