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Dilili a Parigi, la Belle Epoque, la Cultura, le Donne di Michel Ocelot

La Parigi della Belle Epoque arriva in sala il 24 aprile con Dilili a Parigi, la pellicola – tra cinema e animazione – diretta da Michel Ocelot, un riuscito film manifesto per la cultura e la Donna.

Il film

Nella Parigi della Belle Époque, con l’aiuto di un giovane fattorino, la piccola canaca Dilili indaga su una serie di rapimenti misteriosi in cui sono coinvolte alcune bambine. Nel corso delle indagini incontreranno personaggi straordinari che li aiuteranno fornendo loro gli indizi necessari per scoprire il covo segreto dei Maestri del Male, i responsabili dei rapimenti.

Michel Ocelot

Riportiamo di seguito un estratto dell’intervista rilasciata da Michel Ocelot.

Qual è stato il punto di partenza de Le Avventure di Dilili a Parigi?

Per prima cosa, fare finalmente un film ambientato a Parigi, una città straordinaria che merita di essere onorata, oltretutto io ci abito e la amo. All’inizio, l’ho presa in considerazione solo per l’ambientazione e i costumi. Ho scelto la Belle Époque perché è uno degli ultimi periodi in cui le donne erano solite indossare abiti lunghi fino a terra che le facevano sembrare principesse, regine e fate. È un periodo abbastanza lontano da farci sognare e immaginare, ma anche abbastanza vicino da poter trovare facilmente della documentazione. Facendo ricerche su quell’epoca – cosa che faccio per tutti i miei progetti – ho constatato che all’inizio del 1900 non c’erano soltanto abiti meravigliosi, ma anche personaggi d’eccezione. Non ne dubitavo, ma il gran numero mi ha stupito! La Belle Époque è Renoir, Rodin, Monet, Degas, Camille Claudel, Toulouse-Lautrec, Henri Rousseau, Picasso, Poiret, Valadon, Colette, Renan, Proust, Gide, Gertrude Stein, Anna de Noailles, Brancusi, Modigliani, Wilde, Ravel, Fauré, Reynaldo Hahn, Diaghilev, Nijinsky, Bourdelle, Jaurès, Bruant, Louise Michel, van Dongen, Anatole France – mostrato semplicemente in foto, nel film, ma l’ho fortemente voluto – Debussy, Satie, Clemenceau, il Principe di Galles (Edoardo VII), Santos-Dumont, Pasteur, Méliès, i fratelli Lumière, Eiffel, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Alphonse Mucha, Chocolat…

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La lista è infinita…

Sì, anche senza aver tenuto molto in considerazione l’ambito della tecnologia. In questa lista, le protagoniste sono le donne. In Francia, gli uomini le hanno sempre tenute lontane dal potere, ma non hanno mai immaginato una società senza di loro: erano sempre presenti e esercitavano una certa influenza nel Paese, anche se non in modo ufficiale. Nel 1900, a poco a poco, alcune eroine hanno cominciato ad abbattere barriere: incontriamo la prima donna avvocato, la prima dottoressa, la prima studentessa d’università, la prima professoressa d’università… sempre senza impedire loro di essere belle e ben vestite. In secondo luogo avevo pensato di fare un film orribile intitolato “L’isola degli uomini”, nel quale un naufrago impara a conoscere le donne (non ne aveva mai vista una) e a vederle come vittime degli uomini sotto molti punti di vista. Era semplicemente un progetto, non potevo dedicargli un intero lungometraggio, ma restava comunque un soggetto fondamentale da mostrare: gli uomini trattano male le donne e le bambine in ogni parte del mondo. Il numero di donne uccise generalmente supera il numero di vittime di guerra e di attentati.

Il film è stato creato durante un momento particolare…

La Francia era vittima dei terroristi. Sono stati massacrati giornalisti, artisti, gente impegnata a fare la spesa, giovani che si divertivano ad un concerto. È stato un motivo in più – di cui avrei fatto sicuramente a meno – per celebrare una comunità di persone che si ritrova, che crea un qualcosa e che si riunisce a chiacchierare in dei bar. Ritorniamo alla difesa delle donne, un soggetto al quale lei pensa da molto tempo…È una delle più grandi mostruosità al mondo, basta leggere giornali o altre pubblicazioni a riguardo. Io sono stato particolarmente colpito da “Il libro nero della donna. Violenze, soprusi, diritti negati” di Christine Ockrent e Sandrine Treiner e da “Metà del cielo” di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn. Entrambi prendono in considerazione tutti i continenti. Bisogna prendere coscienza e smetterla di fingere di non saperne niente. Uno degli aspetti più terribili di questo fenomeno è che non riguarda soltanto le donne, ma anche le bambine. La Francia non è un’eccezione.

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Perché ha affiancato questi due soggetti?

Questi soggetti sembrano escludersi l’un l’altro, ma in realtà si completano perfettamente, si valorizzano a vicenda. Si deve effettuare una scelta tra due culture: una società aperta dove gli uomini e le donne crescono insieme, facendo ognuno del proprio meglio, e una società chiusa dove metà della popolazione calpesta l’altra. Riguardo al soggetto del maltrattamento delle donne, ho ridotto molto rispetto a quello che avevo pianificato, affinché restasse una favola per tutti pur senza eliminare alcuni momenti forti.

In che momento ha deciso di presentare il racconto attraverso gli occhi di Dilili? Cosa l’ha spinta a sceglierla come eroina?

Mi sono trovato davanti a un piccolo problema nel rappresentare Parigi durante la Belle Époque: c’erano soltanto persone bianche. Non mi era mai successo nei film precedenti! (Ride). Mi è sembrato un impoverimento per il mio pubblico e per me stesso. Ho cercato delle persone di quell’epoca che fossero un po’ più colorate rispetto ai Galli. Era troppo tardi (in senso storico) per inserire Alexandre Dumas, suo padre era di colore e aveva sposato una ragazza bianca dell’alta società. Tuttavia, in alcune immagini di Toulouse-Lautrec – del quale apprezzo la personalità tanto quanto le opere – ho trovato un barista cinese che credo venisse da San Francisco e un clown africano originario di Cuba. Poi, in un dipinto di Jaques- Émile Blanche, c’era un poeta tunisino e poi ancora, in alcune foto d’epoca, un maragià affascinato dalla Francia. Non era molto…

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Infatti, il primo contatto che i parigini ebbero con popoli di culture differenti avvenne attraverso i “villaggi indigeni” ricreati nei parchi.

Leggendo il diario di Louise Michel, deportata in Nuova Caledonia, ho scoperto che si era molto interessata al Paese, ai suoi costumi, alle leggende e soprattutto poté continuare il suo lavoro come istitutrice per i piccoli canachi (gli altri deportati non li trattavano bene perché erano felici di aver trovato degli “esseri inferiori”). Così, i piccoli canachi impararono a leggere e scrivere in francese e io ho immaginato uno di loro far parte della troupe di uno di quei villaggi ricreati a Parigi. Ho deciso che si sarebbe trattato di una bambina visto che l’idea era quella di difendere la situazione delle più giovani (per quanto riguarda l’età mi sono reso conto che, dopo vent’anni, le bambine non sarebbero state più tanto piccole, tuttavia ho deciso di mantenere la tenera età perché mi piaceva l’idea). Inoltre, ho aggiunto all’eroina una particolarità, quella di essere mulatta, una categoria che ha sofferto molto poiché era rifiutata sia dalle persone bianche che da quelle di colore.