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Dissipatio – Intervista a Filippo Ticozzi: “Nel lockdown il mio inno alla gioia del nulla”

Giovedì 19 novembre 2020, dalle 15 (online QUI, e sarà poi disponibile per le successive 168 ore) , al 61° Festival dei Popoli – nel Concorso Internazionale – verrà presentato Dissipatio, il mediometraggio scritto e diretto da Filippo Ticozzi, che lo ha anche prodotto (con Federico Minetti) per Effendemfilm in collaborazione con Officie Creative (Università di Pavia). Il film, che già ha partecipato al Ji.hlava International Documentary Film Festival ed è appena stato selezionato anche dal 45° Laceno d’Oro, è un racconto intimo del regista durante il lockdown della scorsa primavera.

Dissipatio

Ci troviamo a Pavia, Lombardia. L’epidemia da CoVid-19, diventata in breve tempo pandemia, continua a mietere vittime. Il Paese è in lockdown, le persone sono chiuse in casa. Il tempo trascorre, restando immobile. Un uomo (Filippo Ticozzi) è nel suo appartmento, come un carcerato. Trascurato, con la barba lunga, in mutande. La sua casa, come lui, sembra essere in stato di abbandono. Il silenzio – o meglio, il nuovo miracoloso suono della Natura senza Uomo – viene interrotto solo da stralci di comunicazioni telefoniche (o di messaggi WhatsApp), notiziari tv e soprattutto dalle drammatiche sirene delle ambulanze. La vita è ormai sospesa, forse come lo era già prima che questo virus invisibile ce la stravolgesse. Le giornate scorrono uguali, quell’uomo scrive un biglietto: “Cosa è cambiato? Prima stavo coricato sentendomi in colpa, ora NO. Che vergogna”. Forse quel confinamento imposto è in realtà desiderato. Quell’uomo è nulla, nel nulla. 

Impietoso autoritratto pieno di fandonie, Dissipatio è un film cupo (girato in un bellissimo e simbolico bianco e nero) che ben rappresenta un pesantissimo momento storico (che ci ha cambiato forse per sempre) e il sentimento collettivo da esso scaturito: senso di smarrimento, di vuoto, di isolamento perenne.

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Intervista a Filippo Ticozzi

Delle tematiche e delle scelte stilistiche di Dissipatio abbiamo avuto il grande piacere di parlarne direttamente con l’autore, Filippo Ticozzi.

Filippo, il tuo film oggi verrà presentato in un Festival che si è, come tanti altri, direi tutti, convertito ad una inedita versione online. Cosa pensi di questa nuova formula?

Penso che sia una scelta inevitabile, e meno male che c’è. Certo, il bello del festival è che è una piccola comunità che si ritrova e la cui eco porta ogni volta nuovi adepti. Il festival online non ha questa importante caratteristica. Ma, d’altronde, abbiamo rinunciato a molte cose. Resistiamo e aspettiamo tempi migliori.

Passiamo alla tua opera. Perché questo titolo, in latino, Dissipatio? C’è un riferimento diretto all’omonimo romanzo post-apocalittico di Guido Morselli?

Il titolo mi è stato suggerito da un amico. Ovviamente entrambi abbiamo pensato a Morselli. Ma il titolo era perfetto: la dispersione, lo spreco, richiamano l’esausto personaggio del film; così come l’uso di una lingua antica si adatta perfettamente ai suoi dilemmi. E poi non mi dispiaceva che rimandasse a un libro che amo molto.

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Il tuo mediometraggio è molto simbolico. Si apre e si chiude sullo stesso albero spoglio. All’inizio vuoto, alla fine con un volatile che sembra rappresentare la vita pronta a volare di nuovo. Che significato ha per te quell’albero? (Bella la citazione: “Ma, ormai, se qualcuno invidio, è l’albero” da Trucioli di Camillo Sbarbaro…)

Se devo trovare una indicazione, un sentimento, sta tutto nell’aforisma di Sbarbaro. Altro non posso dire. Se filmo è perché non riesco a verbalizzare, il cinema ha una sua lingua. Di certo un albero secco con sopra un corvo non è un’immagine serena.

Con riferimento a Dissipatio, mi vengono in mente due Prima e Dopo. Iniziamo dal primo. Secondo me, per molteplici aspetti, eravamo in lockdown anche prima del Coronavirus. Isolati, egoisti, tutti figli di un’epoca già da tempo fortemente individualista. Sbaglio? (Anche qui, bella la frase: “Cosa è cambiato? Prima stavo coricato sentendomi in colpa, ora NO. Che vergogna”).

Concordo personalmente. Ma Dissipatio è un inno alla gioia del nulla. Finalmente sono libero di essere quel che sono: solo e senza scopo. La comunità è sparita. Non voglio fare un discorso sociale attraverso il film, che non mi interessa mai, almeno direttamente.

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Il secondo Prima e Dopo che ti chiedo riguarda, fuori da Dissipatio, la società tra la prima e (l’attuale) seconda ondata. Quel primo lockdown sembrava potesse cambiarci. L’ha fatto? L’ha fatto in peggio?

Non riesco a rispondere, troppo complesso. Sicuramente questo periodo ci sta mostrando la nostra caducità, che spesso dimentichiamo.

Il tuo personaggio, trasandato, esattamente come la sua casa, sembra un uomo in cella, un piccolo pesce in un acquario sporco. Lo spray Rinazina che continua ossessivamente a spruzzarsi nel naso sembrano delle piccole iniezioni di fiducia, dei brevissimi momenti di sollievo prima di ritapparsi. Secondo te il mondo ci aveva già ingannato prima del Covid? La “dispersione” era già in atto prima della pandemia?

La rinazina molto importante nel film! Mi sono quasi intossicato! Mi piace molto come la spieghi: sollievo e difficoltà, sollievo e difficoltà, e così via. Il nauseante ritmo che spesso la nostra vita subisce. Cosa vuoi che ti dica sul mondo? Non mi sono mai fidato.

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Cameralook.it è particolarmente legato al bianco e nero e, ovviamente, agli sguardi in macchina. Ci racconti la scelta di entrambe le cose? Il b/n trasmetteva al meglio la cupezza di questo breve racconto? E con quei tuoi sguardi in macchina – sono diversi, e sempre diversi tra loro – cosa volevi rappresentare?

Il bianco e nero l’ho deciso da subito. Visto che occorreva rileggere il mondo che avevamo da sempre davanti agli occhi, ho scelto di farlo nella maniera basica, partendo dal livello più elementare. Nel cinema una di queste cose è la scala dei grigi. Per quanto riguarda gli sguardi in macchina non so cosa dire. Non mi sono mai messo in scena né filmato prima. Peraltro gli sguardi sono tutti sfocati. Magari cercavo qualcosa nella nebbia.

Un aspetto riguarda la natura e gli animali. Durante la prima ondata la natura si era risvegliata di brutto, rimpossessandosi del pianeta, finalmente sgombro dagli esseri umani. Ci tenevi a sottolineare anche questo aspetto? [in questo caso penso ad un film che è piaciuto ad entrambi, First Reformed – La Creazione a Rischio di Paul Schrader…]

Film stupendo First Reformed… Sì. Ci tenevo assolutamente. Dio creò gli animali e Adamo diede loro un nome dice la Bibbia. Assoggettandoli. Ebbene, non sono così convinto che gli animali l’abbiano mai compreso. Sono una forma altra di essere e di pensiero, che appena può si libra. Dovrebbe farci riflettere. E non è solo una questione di inquinamento, di ambiente, ecc.

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Il tuo personaggio alla fine si fa la barba. Anche se un piccolo gesto, è una rivoluzione. Cosa significa quella “tosatura” finale?

Come ti dicevo, sui significati ho qualche problema… Sicuramente ha a che fare con con l’aver intuito qualcosa e il prendere una decisione. Dopo quella scena non mi si vede più in volto. Ci sono, ma non mi si vede. Chissà.

Intervista di Giacomo Aricò