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El Abrazo de la Serpiente, l’epico viaggio di Ciro Guerra

Dopo essere stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2015 – nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, vincendo il premio Art Cinéma – arriva oggi al cinema El Abrazo de la Serpiente, il film in bianco e nero ambientato in Amazzonia diretto da Ciro Guerra. Lo scorso febbraio, era tra i candidati per l’Oscar come Miglior Film Straniero.

La pellicola racconta l’epica storia del primo contatto, dell’incontro, dell’avvicinamento, del tradimento e, alla fine, dell’eterna amicizia tra Karamakate, un potente sciamano dell’Amazzonia, ultimo sopravvissuto del suo popolo, e due scienziati che, nel corso di 40 anni, diventano i primi uomini a viaggiare nell’Amazzonia nord-occidentale alla ricerca di saperi ancestrali. La pellicola si ispira ai diari dei primi esploratori dell’Amazzonia colombiana: l’etnologo tedesco Theodor Koch-Grunberg e il botanico americano Richard Evans Schultes.

Nel film vediamo Karamakatevive nella giungla più profonda, in isolamento volontario. Decenni di solitudine hanno fatto di lui un chullachaqui, il guscio vuoto di un essere umano, privo di ricordi e di emozioni. La sua vita svuotata è sconvolta dall’arrivo di Evan, un etnobotanico americano alla ricerca della yakruna, una pianta sacra dai grandi poteri, in grado di insegnare a sognare. Insieme si imbarcano in un viaggio nel cuore dell’Amazzonia, durante il quale passato, presente e futuro si intrecciano, e durante il quale Karamakate lentamente inizia a riconquistare i suoi ricordi perduti.

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Vi presentiamo ora qui sotto un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Ciro Guerra.

Come nasce questa storia?

Nasce dal mio interesse personale di imparare qualcosa sul mondo dell’Amazzonia colombiana, che occupa metà del Paese e che, tuttavia, resta nascosta e sconosciuta, anche se ho vissuto in Colombia tutta la mia vita. Sento che abbiamo voltato le spalle a questa conoscenza e a questo modo di capire il mondo. È molto sottovalutata, e tuttavia assolutamente fondamentale. Ma quando cominci a studiarla e a fare ricerche, lo fai attraverso gli occhi degli esploratori, che sono sempre europei o nord-americani. Quando sono arrivati, sono stati loro a spiegarci il nostro Paese. Volevo raccontare una storia su questi incontri, ma da una prospettiva nuova, in cui il protagonista non è, come sempre, l’uomo bianco, bensì l’indigeno. Questo cambia tutta la prospettiva e la rinnova. Volevamo essere in grado di raccontare questa storia in modo che fosse fedele alla loro esperienza ma che potesse anche essere comprensibile a chiunque altro sul pianeta.

La storia viene raccontata in due diversi momenti, a partire dai diari dei due esploratori che non si sono mai incontrati. Com’è stata la fase di scrittura e come hai trovato il percorso narrativo per raccontare questa storia?

C’è un’idea, in molti testi che esplorano il mondo degli indigeni, che parla di un differente concetto del tempo. Il tempo, per loro, non è una linea come per noi occidentali, bensì una serie di universi multipli che coesistono. Questo concetto viene definito “tempo senza tempo” o “spazio senza spazio”. Ho pensato che si legasse alle storie degli esploratori, che hanno scritto di come uno di loro fosse giunto in Amazzonia seguendo le orme di un altro esploratore che ci era arrivato prima; entrato in contatto con la stessa tribù di indigeni, scoprì che l’esploratore precedente era diventato un mito. Per i nativi, era sempre lo stesso uomo, lo stesso spirito che tornava a far loro visita. Questa idea di un’unica vita, di un’unica esperienza che viveva attraverso i corpi di uomini diversi, mi ha affascinato e ho pensato che sarebbe stata un ottimo punto di partenza per la sceneggiatura. Ci forniva una prospettiva sul modo di pensare degli indigeni ma si legava anche all’idea dello spettatore che poteva comprendere questi uomini provenienti dal nostro mondo, e attraverso di loro avremmo potuto iniziare lentamente a vedere la visione del mondo di Karamakate.

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Con tutto quello che è successo, che cosa pensi della relazione con le comunità indigene e di come hanno reagito alla produzione del film?

Le comunità indigene sono state molto aperte ed estremamente collaborative. Le genti dell’Amazzonia sono molto calorose, simpatiche, hanno un gran cuore. Ovviamente all’inizio sono caute, cercano di capire quali siano le tue vere intenzioni perché, per tanto tempo, la gente che entrava in contatto con loro lo faceva per depredarle e violarle. Ma quando capiscono che non sei una minaccia, si dimostrano molto entusiaste e noi siamo stati molto felici di poter lavorare insieme a loro. Il nostro obiettivo era di salvare la memoria di un’Amazzonia che non esiste più, che non è più come prima. Spero che questo film saprà creare questa immagine nella memoria collettiva perché personaggi come Karamakate, appartenente ad una stirpe di saggi sciamani guerrieri, sono ormai estinti.

L’indigeno moderno è un’altra cosa, molto sapere è rimasto ma la gran parte è ormai perduta, tante lingue e culture. Questo sapere è stato trasmesso attraverso la tradizione orale, non è mai stato scritto e, secondo la mia esperienza personale, cercare di avvicinarsi ad esso è stato un po’ umiliante, perché non è una cosa che puoi cercare di comprendere in poco tempo come si fa a scuola o all’università; ha a che fare con la vita, le generazioni, i cicli della natura: è una gigantesca parete di conoscenza che puoi solo ammirare e magari cercare di scalfi re in superficie. L’unico modo per impararla è di viverla, viverla per tanti, tanti anni. Possiamo solo sperare che questo fi lm accenda un po’ di curiosità negli spettatori, un desiderio di imparare, di rispettare e proteggere questo sapere che, secondo me, è preziosissimo per il mondo moderno. Non è questione di folklore o di antiche culture bensì di una saggezza che risponde a tante domande della gente di oggi, da come trovare un equilibrio con la natura, facendo l’uso migliore delle sue risorse senza distruggerle, a come trovare l’armonia non solo tra l’uomo e la natura ma anche tra i tanti modi esistenti di essere uomini. Trovare questo equilibrio è un modo per raggiungere la felicità, una felicità che gli attuali sistemi politici e sociali non sono in grado di offrire.

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Questa fase di ricerca e conoscenza di queste culture ha cambiato, in qualche modo, la tua idea del mondo?

Assolutamente. Adesso sono una persona diversa da quella che ero prima che iniziasse questo processo. Penso che tutte le persone che hanno lavorato a questo fi lm si sentano così. Impari a nuotare in questa gigantesca corrente e ogni giorno ti regala cose nuove, nuove visioni. Abbiamo visto che c’è del sapere in ogni cosa, nella roccia e nell’albero, nell’insetto e nel vento, e abbiamo imparato a trovare la felicità in tutto ciò. È un cambiamento di prospettiva. È difficile, per noi che siamo nati e cresciuti nel sistema capitalista, cambiare le nostre vite. Ma ci siamo avvicinati ad una diversa forma di esistenza, e sapere che non c’è un solo modo di essere umani è stato confortante, e scoprire la bellezza nell’altro, imparare a rispettarla, è altrettanto importante.