19 Apr 1967, Hopkinton, Massachusetts, USA --- Trainer Jock Semple -- in street clothes -- enters the field of runners (left) to try to pull Kathy Switzer (261) out of the race. Male runners move in to form a protective curtain around female track hopeful until the protesting trainer is finally wedged out of the race --- Image by © Bettmann/CORBIS

Free to Run di Pierre Morath, la corsa come simbolo di libertà

19 Apr 1967, Hopkinton, Massachusetts, USA --- Trainer Jock Semple -- in street clothes -- enters the field of runners (left) to try to pull Kathy Switzer (261) out of the race. Male runners move in to form a protective curtain around female track hopeful until the protesting trainer is finally wedged out of the race --- Image by © Bettmann/CORBIS

È da oggi al cinema Free To Run, il documentario storico diretto da Pierre Morath che racconta la storia di un’attività, la corsa, che è diventata sinonimo di libertà, di uguaglianza tra i sessi e di emancipazione femminile. Voce narrante è quella di Linus.


Fino a 50 anni fa, correre a lunga distanza era un’attività bigotta, elitaria riservata esclusivamente agli uomini che erano i campioni della pista o stakhanovisti della maratona – quella distanza di 42 chilometri ereditata dalla mitologia antica e perciò creduta essere solamente per pazzi o masochisti. Qualunque persona, che non fosse un campione che correva all’aria aperta era considerata, nella migliore degli ipotesi eccentrica e nel peggiore dei casi pericolosamente sovversiva.  Molti pionieri della corsa a lunga distanza raccontavano con divertimento “Se la polizia vedeva qualcuno correre per strada, lo arrestava con la presunzione che fosse o un delinquente o un criminale che scappava”.

Gli anni sessanta furono anni di proteste che portarono alla sfida delle istituzioni. Correre divenne un atto di libertà e un’auto-espressione. Nei campus universitari americani gli studenti si ribellarono. Nel maggio del 1968 in Francia, Svizzera e in Europa scoppiarono le proteste. I giovani non volevano più essere comandati dalla società e cominciarono a liberarsi dei valori e delle tradizioni imposte. Correre a lunga distanza perciò divenne uno dei simboli della cultura alternativa e ‘ potere dei fiori’. Correre all’aria aperta con la mente libera in cerca di sensazioni ed un tipo di misticismo, sfidava le gare riservate per una elite atletica che si faceva su piste al chiuso in presenza di giudici severi.

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E se gli uomini furono stigmatizzati quando lasciarono gli stadi per correre per strada, alle donne fu ancora vietato correre in   gare ufficiali più lunghe di 800 metri poiché fu giudicato un pericolo per la loro salute e femminilità. Nel 1967 l’americana Kathrine Switzer (foto copertina) partecipò illegalmente alla maratona di Boston iscrivendosi con un nome da uomo per passare inosservata. Fu vista dal direttore che cominciò a inseguirla con l’intenzione di strappare il numero di pettorale e farla ritirare dalla gara. Difesa dal fidanzato lei riuscì a finire la gara. Fu un vero shock, ma Switzer divenne il simbolo femminile per i diritti uguali nello sport.

In Svizzera, Noel Tamini, fondatore e capo editore della rivista Spiridon, sentì del fenomeno chiamato Kathrine Switzer e decise di invitarla a partecipare illegalmente nella gara Morat- Fribourg. Questa iniziativa fu una di tante azioni nel movimento Spiridon che in Svizzera ed Europa rappresentava una vera rivoluzione per la corsa – una lotta ‘politica’ per la corsa popolare, aperta a tutti, per piacere e buona salute. Nel nome di questa lotta fu dichiarata una guerra spietata contro le istituzioni   sportive ufficiali, decisero di vietare l’organizzazione di gare all’aperto. Nello stesso momento la corsa popolare stava prendendo piede negli USA. Dal 1976 in poi la maratona di New York rappresentava l’evoluzione sbalorditiva della corsa a lunga distanza per strada. Inventata in maniera anonima da un ometto carino e progressista – Fred Lebow – la gara avrebbe goduto di un incredibile e planetario successo mettendo insieme partecipanti a migliaia.

©Salmini-Sportfilm-LLC

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Per meglio addentrarci nelle tematiche del film, lasciamo ora spazio ad un estratto dell’intervista rilasciata da Pierre Morath.

Come mai  hai scelto di iniziare la storia negli anni 60?

C’era una grande rottura alla fine degli anni 60. Lo sport in generale – la corsa in particolare – divenne uno specchio per la società. Questa rivoluzione sociale fu aggiunta ad un modo diverso di vedere la società. Siamo passati da una storia positivista, raccontata dal punto di vista del vincitore ad una su strutture e mentalità. Inoltre, un film eccellente sulla corsa esisteva già prima degli anni 60 – “L’Odyssée du coureur de fond” (l’odissea del corridore a lunga distanza) di Jean- Cristophe Rosé. Volevo lavorare sul emergenza della corsa popolare e fare un film sui nuovi eroi della rivoluzione della corsa. Questi non erano dei corridori campioni, tranne Steve Prefontaine, ma gente che ha cambiato la storia. Fred Lebow, Noel Tamini, Katherine Switzer e Steve Prefontaine rivoluzionarono lo sport, il modo di vederlo e  farlo. Volevo che tutti potessero identificarsi con questi personaggi.

Una delle cause che hanno combattuto era il diritto di avere delle piste da corsa sulle strade, fuori gli stadi…

Si, ho ancorato il film in questa realtà urbana perché la nozione di una barriera ed un confine con lo stadio sembrava molto importante. Uscire dagli stadi vuol dire uscire dal controllo e della visione delle federazioni. Uscire dallo stadio vuol dire cercare la libertà, uscire per scoprire il mondo oltre le 8 corsie della pista. La corsa all’aperto ed urbana simbolizzano tutto ciò. Per molto tempo la realtà della corsa fuori degli stadi era la strada. I pionieri di New York corsero per prima nel Bronx e poi in Central Park. Il desiderio per la corsa popolare venne anche dal cambiamento strutturale della società professionale. Ha a che fare con il diventare sedentario. I settori primari e secondari cedono il passo a quello terziario. Sempre più persone lavorano seduti negli uffici: Questo movimento viene dalla milieu cittadina ed urbana. Senza dubbio ci sono agricoltori che corrono, ma i corridori sono per la maggior parte gente con attività professionali che richiedono poco attività fisica.

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Perché ambientare la storia attorno ad un asse Europa dell’Ovest-Stati Uniti?

È lì dove le cose vennero decisi e successero. Naturalmente ogni regione nel mondo ebbe un ruolo nella storia generale della corsa e l’incredibile movimento capitato negli ultimi 40 anni. Ma il grande successo della maratona urbana ebbe origine a New York grazie a Fred Lebow. Steve Pre-fontaine fu il primo elemento chiave, la prima fase del razzo che è la storia dell’autonomia finanziaria e la loro capacità di evadere i diktat delle federazioni. La rivista Spiridon detiene un ruolo europeo significativo nella trasmissione delle sensazioni, il piacere e la liberazione del corpo che viene dalla corsa. Il suo arrivo fu decisivo nella evoluzione di mentalità. Fu Kathrine Switzer a dare il via all’esplosione nel numero di donne nei ranghi. Quando pensi che 40 anni fa non avevano il diritto di correre più di 1500 metri tante cose successero negli Stati Uniti. Erano un test di lancio per tutto il mondo. Avremmo potuto lavorare su un altro asse con il Giappone che fornisce una visione e filosofica diversa ma dal punto di vista storico penso che le mie scelte siano ben bilanciate.

Quale ruolo ha avuto la corsa nella liberazione della donna?

Fino alla fine degli anni 60, le donne non avevano il diritto di correre più di 800 metri. Nel 1972 i 1500 metri fu aggiunto al programma olimpico. Ma, gli uomini corrono i 500, 10,000 e la maratona dall’inizio dei giochi olimpici nel 1896! Le cose si sono evolute verso la fine degli anni 70 ed inizio 80 grazie alla LOBBYING da parte di Kathrine Switzer ed il circuito Avon. Senza di lei, può darsi che avemmo dovuto aspettare altri 20 anni prima di vedere una maratona per le donne! La medicina sportiva era ancora agli inizi. Non c’era la ricerca ma solamente preconcetti. Cominciò a svilupparsi negli anni 80 quando lo sport divenne un business. Ci siamo accorti che le donne hanno un metabolismo ossidante per i grassi che era molto più efficiente di quello degli uomini. Hanno più tessuto grasso e perciò più riserve degli uomini. Hanno più resistenza degli uomini e per anni avevamo pensato l’opposto.

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Free To Run è la storia di liberalismo che raggiunge un movimento libertarian..

Si, questo è le metafora del film. Tutte le rivoluzioni iniziano con pionieri coraggiosi che lottano contro il tradizionalismo e posizioni prestabiliti e punti di vista. Quando una rivoluzione prende piede o comincia ad avere successo quelli in prima linea prendono posto indietro al vantaggio di quelli che possono prendere quel successo e farne un business. Ecco perché Gli Stati Uniti hanno un ruolo centrale nel film. Gli Americani personificano l’ultra liberalismo di vedute aperte fatto dello sfruttamento commerciale di cose belle e pure più di qualsiasi altro popolo. E’ nel loro DNA! Il recupero dell’evoluzione della corsa si manifesta eloquentemente in una corsa come la maratona di New York: gli americani si inventarono di tutto – dalla festa della pasta fino all’ expo – hanno subito il business.