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Gurinder Chadha racconta la Partizione dell’India ne Il Palazzo Del Viceré

Presentato Fuori Concorso alla 67esima Berlinale, giovedì 12 ottobre esce al cinema Il Palazzo Del Viceré, il film diretto da Gurinder Chadha basato su Freedom at Midnight di Larry Collins e Dominique Lapierre  e The Shadow Of The Great-Game – The Untold Story Of Partition di Narendra Singh Sarila. Interpreti principali sono Hugh Bonneville e Gillian Anderson.


Nel 1947, dopo 300 anni, il dominio dell’Impero Britannico in India si avvicina alla fine. Il nipote della Regina Vittoria, Lord Mountbatten (Hugh Bonneville), con la moglie (Gillian Anderson) e la figlia, si trasferisce per sei mesi nel Palazzo del Viceré a Delhi. Il suo delicato compito, come ultimo Viceré, è quello di accompagnare l’India nella transizione verso l’indipendenza.

Presto, però, nonostante gli insegnamenti di Ghandi (Neeraj Kabi), la violenza esplode tra musulmani, induisti e sikh, e sfocia nella cosiddetta “Partition” fra India e Pakistan, coinvolgendo anche gli oltre 500 membri dello staff che lavorano al Palazzo. La storia d’amore tra due giovani indiani, entrambi a servizio del Viceré, la musulmana Aalia (Huma Qureshi) e l’induista Jeet (Manish Dayal), rischia di essere travolta dal conflitto delle rispettive comunità religiose. E quando la situazione precipita si troveranno a dover prendere una decisione epocale.

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La Partizione dell’India del 1947 ha sempre fatto parte della vita di Gurinder Chadha. Benché sia cresciuta nella Londra occidentale e sia nata a Nairobi, in Kenya, 13 anni dopo che il controverso piano di Lord Mountbatten tracciasse una frastagliata linea di demarcazione tra la regione nordoccidentale della neonata Unione Indiana Indipendente per creare il Dominion del Pakistan, la cineasta anglo-punjabi si descrive come una persona cresciuta “nell’ombra della Partizione”.

I suoi antenati vivevano nella regione collinare ai piedi dell’Himalaya che oggi si trova dal lato pakistano del confine. I suoi nonni sono sopravvissuti ai tumultuosi eventi che hanno visto esplodere la violenza settaria tra la minoranza musulmana della popolazione dell’India (che implorava di poter restare nella sua terra natia) e la maggioranza induista e sikh del paese, che ebbe come conseguenza la più grande emergenza profughi che il mondo abbia mai vissuto; in una gigantesca diaspora, si stima che durante la Partizione 14 milioni di individui siano stati sfollati e circa un milione di persone sia deceduto. L’indipendenza dell’India era una causa degna di essere celebrata e altrettanto lo era la creazione del Pakistan per i numerosi milioni di musulmani. Ma il processo attraverso il quale questi obiettivi furono raggiunti causò sofferenze indicibili a moltissimi indù, musulmani e sikh.

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Come sceneggiatrice e regista, Chadha ha ripetutamente innestato la sua esperienza di donna inglese originaria del Punjab in film edificanti e divertenti, a partire dal suo innovativo lungometraggio di esordio Picnic alla Spiaggia nel 1993 al film campione di incassi Sognando Beckham. Fino a quel momento ha sempre evitato di affrontare l’aspetto tragico delle sue origini culturali e famigliari in un film perché lo considerava “troppo cupo, troppo traumatico”.

Ma ora è arrivato il tempo de Il Palazzo Del Viceré: “ho deciso che volevo fare un film su quella che io chiamo la Partizione del Popolo – spiega – non desideravo soltanto esplorare i motivi storici che hanno portato alla Partizione e concentrarmi sulle dispute politiche di personaggi pubblici. Volevo anche fare in modo che il pubblico comprendesse l’impatto di quella scissione sulla gente comune”. Per questo motivo Chadha ha concepito l’idea di ambientare interamente la sua storia all’interno del palazzo del viceré, la sede governativa dell’Impero anglo-indiano a Nuova Delhi, per creare una “visione della Partizione che contempli i piani alti e i piani bassi”, che si concentri sui negoziati ai piani superiori tra Lord Mountbatten, l’ultimo viceré dell’India, e i leader politici del paese Nehru, Gandhi e Jinnah, intrecciando contemporaneamente le vicende personali degli indiani che risiedono negli alloggi ai piani inferiori (le loro speranze e i loro timori riguardo all’impatto che tali negoziazioni avranno sulle loro vite).

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Il Palazzo Del Viceré vuole guardare al passato per comprendere il presente. La regista spiega che era questo il suo obiettivo: “volevo rivolgermi al maggior numero di spettatori possibile per ricordare loro un evento immensamente importante che è stato per lo più dimenticato”. Nonostante si inserisca nella stessa tradizione di altri film sul regime coloniale britannico, il film di Chadha adotta un punto di vista molto diverso, essendo lei la prima regista anglo-asiatica ad esaminare il ruolo degli inglesi in India: “essendo cresciuta in Gran Bretagna – osserva – mi è sempre stata insegnata la ricostruzione storica comunemente data per acquisita degli eventi del 1947, secondo la quale dopo una lunga lotta per la liberazione condotta da Ghandi, gli inglesi erano pronti a restituire all’India l’indipendenza e avevano inviato Lord Mountbatten a tale scopo, ma gli indiani avevano iniziato a litigare tra di loro”.

A causa di questo, Mountbatten non aveva avuto altra scelta che dividere il paese: “dunque in un certo senso la violenza della Partizione è stata colpa nostra. Ma se si esaminano alcuni fatti, è evidente che si tratta di un’interpretazione molto tendenziosa. Dopo 200 anni di potere coloniale britannico in India, gli indiani si coalizzarono contro i regnanti inglesi nell’ammutinamento indiano del 1857, altrimenti detto “prima guerra d’indipendenza indiana”, a seconda del libro di storia che si legge. Gli inglesi riconquistarono il controllo degli stati, ma rimasero scioccati dalla forza degli rivoltosi e dunque fomentarono la tattica politica imperiale britannica del ‘divide et impera’ e gettarono i semi della separazione tra indù e musulmani”.

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Con questo film Gurinder Chadha ha voluto “analizzare come una persona come me possa esaminare le nuove prove storiche e contemplare una versione degli eventi alternativa rispetto a quella che mi è stata impartita da bambina. Quando la morsa degli inglesi in India iniziò ad allentarsi, il conflitto esplose in un vuoto di potere sempre crescente e gli inglesi accelerarono la loro partenza dal paese, forse perché realmente convinti che così facendo la violenza sarebbe diminuita o forse perché volevano davvero scappare a gambe levate dal pasticcio che avevano creato. O forse c’era una ragione completamente diversa: il desiderio del regime di disegnare una certa mappa del mondo postbellico”.

La storia è sempre scritta dai vincitori.