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I Miserabili, da Victor Hugo ai quartieri disastrati di Ladj Ly

Ispirato alle sommosse di Parigi del 2005, dal 18 maggio su MioCinema.it – la prima piattaforma digitale dedicata al cinema d’autore che mette al centro la sala cinematografica e il suo pubblico, nata da un’idea condivisa di Lucky Red, Circuito Cinema e MYmovies – arriva I Miserabili, il film d’esordio di Ladj Ly che ha vinto il Premio della Giuria al Festival di Cannes, il Premio Miglior Rivelazione agli European Film Awards, è stato candidato al Premio Oscar come Miglior Film Straniero e ha trionfato ai César ottenendo numerosi riconoscimenti tra cui Miglior Film. Sempre dal 18 maggio il film sarà disponibile anche sulla Pay Per View Sky Primafila Premiere

Il film

Girato esattamente dove Victor Hugo aveva ambientato il suo romanzo, a Montfermeil, nella periferia a un’ora dal cuore di Parigi si consuma un thriller dal ritmo avvincente e adrenalinico. Stéphane (Damien Bonnard), insieme a due colleghi veterani di una squadra anticrimine, si trova a fronteggiare una guerra tra bande, membri di un ordine religioso, ragazzini in rivolta. Un semplice episodio di cronaca diventerà il pretesto per una deflagrante battaglia per il controllo del territorio, in un tutti contro tutti senza pietà.

Ladj Ly

Lasciamo ora spazio ad un estratto dell’intervista rilasciata da Ladj Ly.

I Miserabili è il suo lungometraggio di esordio nel cinema narrativo ed è prodotto con un impianto classico. È un primo risultato di tutte le esperienze che ha accumulato?

Risultato non lo so, visto che io spero che sia più un nuovo punto di partenza che un punto di arrivo. Ma è vero che in questo film racconto un po’ la mia vita, le mie esperienze, quelle delle persone che mi sono vicine… Tutti gli elementi della storia si basano su cose realmente vissute: i festeggiamenti per la vittoria della Coppa del mondo di calcio, ovviamente, l’arrivo del nuovo poliziotto nel quartiere, la storia del drone… Per cinque anni, ho filmato con la mia videocamera tutto quello che avveniva nel quartiere e soprattutto quello che facevano i poliziotti, non li perdevo d’occhio. Appena arrivavano, prendevo la videocamera e li filmavo, fino al giorno in cui ho immortalato un loro vero e proprio abuso. Anche la storia del furto del leoncino che scatena la collera dei gitani proprietari del circo che c’è nel film è reale… Ho voluto mostrare tutta l’incredibile diversità che costituisce la vita nei quartieri popolari. Abito ancora lì, sono la mia vita e mi piace filmarli. Sono il mio set cinematografico!

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Ha evitato il manicheismo. Non ha mostrato giovani buoni contro poliziotti cattivi, né viceversa. Il suo sguardo verso i protagonisti è privo di pregiudizi o di caratterizzazioni sommarie.

È ovvio, perché la realtà è sempre complessa. Ci sono buoni e cattivi da entrambe le parti…Cerco di filmare ogni personaggio senza formulare alcun giudizio. Il Sindaco ha un lato educatore e allo stesso tempo è un po’ sordido, i poliziotti lo stesso, sono via via simpatici, disgustosi, umani… Navighiamo in un mondo talmente complicato che è difficile esprimere giudizi rapidi e definitivi. I quartieri sono delle polveriere. Ci sono i clan e, ciò nonostante, cerchiamo di vivere tutti insieme e facciamo in modo di evitare che le situazioni sfuggano di mano. È questo che mostro nel film, i piccoli aggiustamenti quotidiani che ciascuno compie per restare a galla.

La storia si svolge in un contesto di disoccupazione e di povertà, che sono la causa primaria di tutti i problemi…

Quando si hanno i soldi, è facile vivere con gli altri, quando si vive in miseria, è più complicato: bisogna ricorrere a compromessi, arrangiamenti, piccoli traffici… è una questione di sopravvivenza. Anche i poliziotti sono in modalità di sopravvivenza, anche loro vivono la miseria. I Miserabili non è né «pro-delinquenti» né «pro-sbirri». Ho cercato di essere più giusto possibile. La prima volta che mi hanno fatto un controllo, avevo 10 anni, per dire quanto conosco bene la polizia: ci ho vissuto fianco a fianco, ho subito un numero incalcolabile di fermi e di provocazioni. Mi sono reso conto che potevo permettermi di calarmi nei panni di uno sbirro e di raccontare un pezzo di film dal loro punto di vista. La maggior parte di questi poliziotti non ha fatto gli studi, vive anch’essa in condizioni difficili, con stipendi da fame e negli stessi nostri quartieri. Stanno più spesso di noi nelle periferie perché noi ci muoviamo, ci spostiamo in città, mentre loro lavorano tutto il giorno nel quartiere, girando in tondo, rompendosi le palle. Per avere un po’ di azione, decidono di fare dei controlli di identità ed è un circolo vizioso. Conoscono a memoria gli abitanti, la vita che fanno, le loro abitudini, eppure li vessano tutti i giorni facendo i controlli. È inevitabile che certi giorni scoppi la scintilla.

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Possiamo dire che I Miserabili sia un film umanista e politico nel senso che lei non giudica gli individui, ma denuncia implicitamente un sistema di cui tutti finiscono con l’essere vittime, residenti e poliziotti?

È esattamente questo e la responsabilità primaria ricade sui politici. Negli ultimi trenta o quarant’anni hanno lasciato degenerare la situazione, ci hanno abbindolati con decine di parole e piani – piano periferia, piano politico per la città, piano a destra e piano a sinistra – e il risultato è che non ho mai visto cambiare qualcosa da trent’anni a questa parte. L’unica piccola eccezione è il piano Borloo: il rinnovamento dell’habitat è il solo risultato concreto che ho visto. Ha migliorato la nostra vita quotidiana, dunque grazie a Jean-Louis Borloo. Ma, a parte questo, non ho mai notato alcun progresso reale anzi, a dire il vero, si va di male in peggio. E ciò nonostante abbiamo imparato a vivere insieme in quartieri dove coesistono trenta nazionalità diverse. Io dico sempre che la società mista esiste solo nelle periferie, invece nel centro di Parigi c’è l’esatto contrario. Ogni volta che attraverso la tangenziale entro in un altro universo, prevalentemente bianco. La differenza è flagrante quando questi due mondi sono affiancati. Quando un parigino si reca in periferia ha l’impressione di avventurarsi in Africa o in Iraq, quando in realtà è a cinque minuti di metropolitana o macchina! È un peccato perché i quartieri della banlieue sono in movimento, sono pieni di vita, c’è un’energia incredibile. Non ci sono solo droga e violenza, che peraltro esistono anche nel centro di Parigi… La vita nelle periferie è lontana anni luce dall’immagine che offrono quasi tutti i media. C’è un baratro tra la realtà e l’immagine mediatica. Come potrebbero i politici risolvere i nostri problemi quando non ci conoscono, non sanno come viviamo né quali sono i nostri codici?

Un’altra realtà mostrata nel film che contrasta con i consueti stereotipi è la questione etnica: non ci sono giovani neri che si scontrano con poliziotti bianchi. Neri, bianchi e magrebini si mescolano da entrambe le parti…

Sì, perché questa è la realtà. C’è di tutto, persone che si frequentano tutte insieme, clan in cui dominano i magrebini, i gitani sono presenti ma non si mescolano. Ci sono anche taciti accordi in base ai quali non bisogna frequentare gli zingari. Anche tra i poliziotti c’è di tutto, compresa gente di origine africana che noi soprannominiamo «guada»… Nei nostri codici i «guada» sono quelli delle isole. I primi poliziotti neri venivano tutti dalle Antille e il nome è rimasto, anche per coloro che oggi sono originari dell’Africa. Il «guada» del film probabilmente è cresciuto in questo quartiere, ma è diventato poliziotto quindi è considerato un traditore e questo complica ulteriormente la situazione. Anche i rapporti tra Chris, il poliziotto bianco razzista, e Il Sindaco, il personaggio nero del quartiere, sono complicati: si detestano, ma hanno anche stipulato dei piccoli accordi perché in fondo ciascuno ha un po’ bisogno dell’altro… La polizia è costretta a fare qualche piccolo compromesso a volte, altrimenti sarebbe la guerra permanente.

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Il titolo è un riferimento al romanzo di Victor Hugo, il film si apre con le immagini delle bandiere francesi che sventolano durante i festeggiamenti per la vittoria della Coppa del mondo… Ha voluto fare un film non solo sulle periferie ma anche sulla Francia?

Esattamente, dal momento che siamo tutti francesi. Noi siamo nati in Francia, abbiamo sempre vissuto lì… In certi momenti, alcuni soggetti ci hanno detto che forse non siamo francesi, ma noi ci siamo sempre sentiti tali. Io sono un po’ più vecchio dei «microbi» del film e il 12 luglio 1998 ha segnato la mia vita. Me lo ricordo ancora, avevo 18 anni, è stato magico! Il calcio era riuscito a farci sentire tutti uniti, non esistevano più il colore della pelle e le classi sociali, eravamo semplicemente tutti francesi. Abbiamo riprovato la stessa sensazione dopo la vittoria dell’ultima Coppa del mondo, come se solo il calcio avesse il potere di riunirci. È un peccato che non ci siano altri collanti per il popolo, ma al tempo stesso quei momenti sono fantastici da vivere e da filmare. Il film comincia con quell’ebbrezza, poi si ritorna alla realtà quotidiana, meno sfavillante. Ciascuno si riposiziona al suo posto in funzione del colore della sua pelle, della sua religione, del suo luogo di residenza, della sua classe sociale di appartenenza… Del resto, l’attualità richiama il film ogni giorno. Mi piacerebbe che il Presidente della repubblica lo vedesse, potrebbe aiutarlo ad assumere consapevolezza delle realtà di questo paese.