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INTERVISTA – Giuliana De Sio: “Mi manca il cinema di una volta, mi manca Mario Monicelli”

Quarant’anni fa esordiva al cinema una ragazza campana appassionata: Giuliana De Sio. Il film in questione,  San Pasquale Baylonne Protettore delle Donne, ha un titolo lungo, esattamente come la sua brillante carriera. Diretta dai registi più grandi – da Petri a Monicelli, dalla Wertmuller a Strehler – la De Sio ha riempito d’animo, bellezza e carattere i suoi personaggi, tra cinema, televisione e teatro. Ed è proprio a pochi passi dal palcoscenico, al Teatro Fraschini di Pavia, che l’ho incontrata.

Cominciamo da Notturno di Donna con Ospiti. Cosa si prova a portare in scena questo spettacolo scritto da Annibale Ruccello?

Sono vent’anni che questo spettacolo mi dà la forza di farlo e mi fa innamorare ogni volta. Lo maledico e lo benedico da vent’anni. Tutte le esperienze sono speciali per un attore, ma questa per me è l’Esperienza. Non so esattamente quali siano i motivi che mi portano ad eleggere questo spettacolo tra i più belli – o forse il più bello – che io abbia mai fatto. Di sicuro è quello che io ho sentito di più. E forse i motivi per cui dico questo è giusto non saperli, è giusto che restino misteriosi. Quel che so è che ancora oggi riesce a darmi una grande potenza, una grande capacità di affilare le armi del comico e del drammatico allo stesso tempo.

Giuliana De Sio in scena con "Notturno di Donna con Ospiti" (foto di Federico Riva)

Giuliana De Sio in scena con “Notturno di Donna con Ospiti” (foto di Federico Riva)

Un successo lungo vent’anni. Com’è stato il viaggio?

Vent’anni fa lo portai in scena la prima volta e fu subito un successo. Continuai a farlo anche successivamente per tante stagioni, intervallandolo ad altre cose, fino ad arrivare a 500-600 repliche. Poi dissi “basta” e lo lasciai. Pensai che la mia storia con questo spettacolo fosse finita, non sentivo più di avere la forza fisica per affrontare il mio personaggio che nel 1996, tra l’altro, aveva la mia stessa età. Ma in quei dieci anni in cui non l’ho fatto, concentrando me stessa su altri progetti, continuavo a pensarci. Ci pensavo con nostalgia, nello stesso modo con cui si pensa ad un amore finito. Un amore mai consumato fino in fondo. Così lo scorso anno, all’improvviso, ho deciso di rimetterlo in piedi. Mi sentivo ancora fisicamente adatta a riprendere il mio personaggio e poi mi sono accorta fin da subito che oggi ha una forza triplicata rispetto a vent’anni fa. Un po’ perché il pubblico è più pronto a recepire un tipo di spettacolo scioccante (all’epoca era considerato “avanti” rispetto ai tempi), un po’ perchè la storia raccontata si avvicina alla cronaca nera, a quelle vicende che purtroppo sentiamo in televisione sempre più spesso.

Il testo è molto attuale…

Si tratta di un noir d’autore, con un linguaggio assolutamente innovativo. È una storia di solitudine, una storia universale, una storia di povertà culturale. Di come una mente rozza non supportata da un minimo di cultura possa esplodere in un delirio di follia. È la storia di un’anima infelice, vittima di un sogno malato e persecutorio che la cattura e la tormenta. Da donna infantile, buffa e un po’ stupida si trasforma improvvisamente in un “mostro”, che si ribella e la fa uscire da quell’angolo in cui è stata cacciata. Così si passa dal comico al drammatico. Realtà e sogno si mescolano tragicamente. E il voltafaccia del finale lascia sempre un po’ interdetto il pubblico, come giusto che sia.

Un cameralook in "Sciopèn" di Luciano Odorisio (1982)

Un cameralook in “Sciopèn” di Luciano Odorisio (1982)

Facciamo un altro salto nel passato, nel 1976, l’anno del suo esordio cinematografico in San Pasquale Baylonne Protettore delle Donne diretta da Luigi Filippo D’Amico. Com’era il cinema quarant’anni fa?

Era un filmetto di serie B con Lando Buzzanca. Eppure era supportato da una serie di maestranze che facevano anche il grande cinema. Professionisti che quando si dedicavano ad un progetto, qualunque esso fosse, davano tutto e ti davano l’impressione che anche un film minore fosse qualcosa di enorme. Io avevo 18 anni e mi sembrava di fare qualcosa di grandioso, anche grazie alla cura con la quale mi hanno vestito, truccato, pettinato, i provini a cui mi hanno sottoposto. Ogni aspetto era curato nel minimo dettaglio, si facevano riunioni, c’era molta attenzione nella fase di avvicinamento al set. Oggi purtroppo tutta questa sacralità del cinema non c’è più.

Tra poco ci sarà la notte degli Oscar e il Maestro Ennio Morricone è candidato per la Miglior Colonna Sonora di The Hateful Eight. Cosa pensa di questo grande uomo?

Ennio Morricone si merita tutti gli Oscar del mondo. Rappresenta la Storia del Cinema. Ha sempre lasciato il suo segno, sia in film internazionali che nel nostro cinema: penso ai film di Francesco Rosi, a quelli di Elio Petri come Cittadino Al di Sopra di Ogni Sospetto e lo sceneggiato Le Mani Sporche in cui ho recitato anch’io. Morricone ha sempre fatto tutto e lo ha sempre fatto bene.

Uno scatto sul set di "Speriamo Che Sia Femmina" di Mario Monicelli (1986)

Uno scatto sul set di “Speriamo Che Sia Femmina” di Mario Monicelli (1986)

Altro salto nel tempo, nel 1986, trent’anni fa. Il film è Speriamo Che Sia Femmina e il regista è Mario Monicelli: un altro Maestro. Che ricordo ha di quell’esperienza e della figura del cineasta toscano?

Io sono stata innamorata di Monicelli. L’avrei voluto come padre, come nonno, come zio. Come tutto. Perché era un uomo intelligentissimo e spiritoso, non diceva mai banalità o frasi retoriche. Arrivava sempre sul set con le idee chiare e precise, sapeva esattamente cosa farti fare e non dovevi preoccuparti di niente. Non faceva grandi discorsi sull’interpretazione: se gli chiedevo “Mario come devo farla questa scena?”, lui rispondeva “Falla bene”. E io ridevo: da un lato poteva sembrare una risposta deludente ma in realtà si faceva capire benissimo, non gli servivano tante parole. Il rapporto tra un regista e un attore sta tutto nella stima reciproca. Quando mi chiamò a recitare ero emozionata, pregna di tutte le sensazioni che il suo cinema mi aveva da sempre comunicato. Io volevo restituirgliele tutte.

Come attrice, le rimane più impresso un personaggio o un’esperienza con un regista?

Le emozioni più grandi le ho provate quando ho lavorato con Elio Petri e Marcello Mastroianni, i miei miti che vedevo da piccola nella televisione in bianco e nero (sorride ndr.). E oltre a Monicelli, direi anche che mi sono rimaste impresse le esperienze con Carlo Lizzani, con Lina Wertmuller, con Giorgio Strehler: ho avuto la fortuna di lavorare con questa grande generazione di mostri sacri.

In "Cattiva" di Carlo Lizzani (1991), con cui ha vinto il David di Donatello come Miglior Attrice Protagonista

In “Cattiva” di Carlo Lizzani (1991), con cui ha vinto il David di Donatello come Miglior Attrice Protagonista

Arriviamo al presente. Ai tempi dei social. Lei che ne pensa?

Del web ne penso benissimo, ma anche male, rischia di diventare una fogna a cielo aperto. Ma in realtà il web non è niente: è quello che ci mettiamo dentro noi. Racchiude tutto il bene e il male dell’esistenza umana. Da una parte ti mette in contatto con gli altri con una rapidità che una volta era impensabile e questo appaga il desiderio di comunicazione che è in tutti noi. Dall’altra parte però diventa terreno fertile per qualunque psicopatico, di qualunque malintenzionato, o di qualche forma di pessimo giornalismo che inventa solo fantasie e ti prende in giro.

Youtube può essere una risorsa per il cinema?

Se le idee sono geniali certamente. Nella massa predomina sempre la mediocrità, a discapito dell’estro, della fantasia, del talento, del buon gusto. E il web questa mediocrità la esprime in maniera portentosa. Ma se uno cerca bene può trovare le cose giuste: l’importante è saper leggere, scegliere senza subire.

"Il Bello delle Donne", foto di un cast strepitoso

“Il Bello delle Donne”, foto di un cast strepitoso

A settembre arriverà in tv la nuova stagione de Il Bello Delle Donne. Cosa si può anticipare?

Il Bello delle Donne è stato un enorme successo di pubblico. Una serie innovativa, perché nelle prime stagioni si parlava di temi di cui la televisione non parlava. Mi sono divertita molto a girarla e mi mancheranno molto sia Virna Lisi che Stefania Sandrelli, che non farà parte del cast. Non posso anticipare molto, inizierò a girare a marzo. Quello che so è che Eros Puglielli è un bravissimo regista che mi ha fatto un’ottima impressione, porterà sicuramente molta raffinatezza a questa nuova stagione.

CAMERALOOK

Il mio, in “Cattiva” di Carlo Lizzani. Mi piace tanto guardare in macchina, è un gesto estremamente trasgressivo e liberatorio. Quando me l’hanno chiesto non stavo nella pelle. Di solito bisogna dimenticarsela la macchina da presa, ma quando la guardi ti rivolgi al pubblico. Mi ha molto emozionato. Ed era pure un bello sguardo.

Intervista di Giacomo Aricò