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Iram Haq racconta la sua lotta per l’indipendenza in Cosa Dirà La Gente

Dopo essere stato presentato in anteprima al Toronto Film Festival, il 3 maggio esce al cinema Cosa Dirà La Gente, il film diretto da Iram Haq, con Maria Mozhdah e Adil Hussain, che racconta la storia della coraggiosa lotta di una giovane donna nel conquistare la propria indipendenza ispirata all’esperienza personale della regista.


La sedicenne Nisha (Maria Mozhdah) vive una doppia vita. A casa, in famiglia, è la perfetta figlia pachistana, ma quando esce con gli amici è una normale adolescente norvegese. Quando però il padre sorprende Nisha inintimità col suo ragazzo, i due mondi della ragazza entrano violentemente in collisione: i suoi stessi genitori la rapiscono per portarla a casa di alcuni parenti in Pakistan. Lì, in un Paese in cui non è mai stata prima, Nisha è costretta ad adattarsi alla cultura di suo padre e di sua madre.

Lasciamo ora spazio all’intervista rilasciata dalla regista Iram Haq.

Partiamo dal titolo del film. Da dove nasce?

Il detto ‘what will people say’ (log kya kahenge) è un’espressione molto nota ai pachistani e agli indiani. In hindi e in urdu è un’espressione usata frequentemente nelle famiglie e negli ambienti in cui la tradizione e l’onore rappresentano valori importanti. Ed è proprio questa ossessione per l’opinione della gente l’elemento di cui voglio liberarmi, sradicandola una volta per sempre.

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Ma su un piano più personale, cosa significa per te?

Dietro a tutto questo c’è il mio desiderio di vivere onestamente; di rispettare me stessa. Fare quello che voglio e non quello che gli altri si aspettano da me. Non è nella mia natura uniformarmi agli altri. Perciò trovo interessante osservare cosa succede a coloro che si adattano ai desideri e ai bisogni degli altri, o di un intero sistema. E’ una forma di libertà dire alle ragazze che vivono sotto uno stretto controllo sociale che, anche se è difficile, non dovrebbero mai lasciarsi intimidire dai bisogni e dai desideri degli altri.

Che genere di discussioni vorresti veder scaturire dalla visione del tuo film?

Spero che il film aiuti a comprendere più a fondo il dilemma nel quale si trovano genitori e figli, specialmente quando provengono da mondi tanto distanti come Nisha e suo padre. Non intendo provocare nessuno, sentivo solo un forte bisogno di raccontare una storia vera.

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Cosa ti ha ispirato a scrivere una storia come questa?

Il film è ispirato a diversi eventi della mia vita. Come Nisha nel film, avevo soprattutto amici norvegesi e mi sembrava ingiusto non poter fare quello che gli altri ragazzi della mia età potevano fare. Sono stata rapita dai miei stessi genitori e costretta a vivere con dei parenti in Pakistan quando avevo 14 anni. Detto questo, nel film ho aggiunto molti elementi di fantasia.

Com’è cambiato il processo creativo dal momento in cui avevi concepito inizialmente il film?

Ho aspettato di essere abbastanza matura da poter raccontare questa storia in modo equilibrato, evitando di mettere in scena un dramma con genitori crudeli e una figlia rappresentata solo come una vittima. Mettermi nei loro panni è ovviamente più difficile per me che comprendere quelli della mia stessa generazione, ma dovevo provare a mettermi al loro posto; cercare di vedere le cose da entrambi i punti di vista. Ho anche incontrato psicologi che lavorano nei servizi di protezione dell’infanzia e altre ragazze provenienti da ambienti multi-culturali.

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Quali sono gli elementi chiave attorno ai quali tendono a ruotare le tue sceneggiature?

Al primo posto ci sono sempre i temi che ho a cuore. Il controllo sociale, i rapporti familiari, e specialmente le dinamiche interne alle famiglie, sono cose che mi interessano da tempo. Mi piace esplorare le relazioni umane e come interagiamo gli uni con gli altri.