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La Casa Dei Libri, dal romanzo di Penelope Fitzgerald il gioiello di Isabel Coixet

Basato sull’omonimo romanzo di Penelope Fitzgerald e ambientato nel 1959, giovedì 27 settembre esce al cinema La Casa Dei Libri, il film diretto da Isabel Coixet che si è aggiudicato in Spagna ben tre premi Goya come Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Adattata. Protagonista è Emily Mortimer.


La Casa Dei Libri ruota attorno a Florence Green (Emily Mortimer), una vedova dallo spirito libero, che decide di lasciarsi alle spalle il dolore della perdita del marito e rischia tutto per aprire una libreria – la prima nella sonnolenta cittadina costiera di Hardborough, in Inghilterra. Lottando contro l’umidità, il freddo e l’apatia degli abitanti del luogo, stenta ad affermarsi, ma presto le cose volgeranno al meglio. Apre gli occhi ai gretti abitanti del luogo esponendoli alla migliore letteratura dell’epoca, incluso il libro scandalo del momento, Lolita di Nabokov, nonché Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. La cittadina, che per secoli è rimasta uguale a se stessa, conosce così un risveglio culturale.

Grazie alle sue attività, trova uno spirito affine, nonché un alleato, nel sig. Brundish (Bill Nighy), anch’egli stanco dell’atmosfera stagnante della cittadina. Ma con la sua mini rivoluzione sociale si crea ben presto degli acerrimi nemici: si scontra con l’ostilità dei negozianti meno fortunati di lei, nonché con la fiera opposizione della signora Gamart (Patricia Clarkson), inacidita e vendicativa donna alfa di Hardborough, aspirante patronessa delle arti e doyenne della scena artistica locale. Quando Florence rifiuta di piegarsi alla volontà della signora Gamart, tra le due ha inizio uno scontro per il possesso della libreria e del cuore e dell’anima della piccola città.

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La storia ha una forte valenza culturale in quanto la trama è essenzialmente una parabola dei pericoli e delle difficoltà che incombono oggigiorno sul mondo della letteratura e sulla parola scritta, nel momento in cui affronta una società ignorante e gretta, appesantita dalla burocrazia e trainata dal denaro e dalla rivalità. Se la parola scritta, così come noi la conosciamo, dovesse scomparire, tutti i valori culturali e sociali, tutti i valori della conoscenza, scomparirebbero con essa. Siamo stati tutti testimoni della scomparsa, nelle nostre città, di antiche librerie, divorate dai meccanismi di una società che sembra poter fare a meno dei libri. Il film mette in luce questo silenzioso, incessante e definitivo processo di estinzione, le cui conseguenze non sono meno gravi e catastrofiche della distruzione della Biblioteca reale di Alessandria d’Egitto.

Il film fa inoltre appello alla libertà di espressione ed è un attacco diretto alle molte forme di ignoranza e censura. La pubblicazione di un’edizione del famoso romanzo di Nabokov, Lolita, fornirà la scusa perfetta per eliminare la libreria di Florence, rivelando l’inequivocabile ipocrisia di una morale che demonizza e condanna qualsiasi discorso incapace di confermare la tiritera del suo falso e dittatoriale codice deontologico. In breve, il film rende anche omaggio alla libertà di espressione e alla pluralità di opinioni e prospettive. Insieme a questi valori, il film racconta anche la lotta personale di Florence. È una specie di Fenice, che cerca di ricostruire se stessa dopo la morte del marito. Un personaggio femminile forte, intelligente, maturo, che si fa guidare dalle proprie emozioni, un personaggio che mette tutta se stessa, tutto ciò che ha per costruire un’impresa culturale intesa come atto d’amore per il suo defunto compagno.

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Un personaggio che non si aspetta nulla in cambio se non conforto spirituale. I suoi antagonisti, in compenso, vorranno strapparle via il progetto, per crearne un altro, migliore del suo, per ottenere fama e denaro. Questa lotta incarna un fenomeno al quale troppo spesso assistiamo oggi, secondo il quale la cultura non promuove i lavori artistici intrinsecamente più meritevoli, bensì quelli che hanno una natura opportunistica o spettacolare che promette redditività, disprezzando, così, le possibilità curative, rigenerative, formative e incommensurabili offerte dalla cultura e dall’arte.

Il film trasuda amore per i libri e per la letteratura da tutti i pori. Un amore puro ed eterno per la lettura, che dovrebbe essere trasmesso di generazione in generazione. Ecco perché la nostra protagonista, nonostante il fallimento finale, è comunque in grado di trasmettere quella passione a Christine, una bambina che rappresenta il futuro di un mondo che non deve voltare le spalle ai libri. Dopo tutto, chi meglio delle nuove generazioni è in grado di preservare l’esistenza di una letteratura, che non è per essi portatrice di interesse aprioristico?

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La letteratura e il romanzo sono affidati ai giovani d’oggi e a noi è affidato il compito di educarli, di formarli, affinché non abbandonino la parola scritta. Il film si conclude perciò con una nota di ottimismo, che riflette tale sentimento attraverso una sequenza rigenerativa in cui, in fin dei conti, vi è trasmissione di cultura da una generazione a quella successiva, contribuendo così alla costruzione di un mondo migliore e, al contempo, legittimando il ruolo di voce narrante di Christine. È lei che, appellandosi ai membri più giovani del pubblico, trasmette quei valori alla nuova generazione.

“Un buon libro è la preziosa linfa vitale di uno spirito superiore, imbalsamata e tesaurizzata per una vita oltre la vita, e in quanto tale è certamente un genere di prima necessità”.

Penelope Fitzgerald – La Libreria