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La questione curda ne La Canzone Perduta di Erol Mintaş

Lab 80 porta oggi in sala La Canzone Perduta del giovane regista curdo-turco Erol Mintaş (titolo originale Klama Dayika Min, Song of my Mother), il film vincitore di diversi premi internazionali, tra cui il Sarajevo Film Festival 2014 come Miglior Film. Una pellicola delicata e allo stesso tempo forte, in cui la questione curda resta sempre sullo sfondo ma è evidentemente origine di tutti i problemi che i protagonisti vivono. Al centro il tema della lingua: portatrice di identità e tradizione per un popolo a lungo costretto a rinnegarla.


Ali, giovane maestro, vive con l’anziana madre Nigar nell’estrema periferia di Istanbul, “casa” di numerosi rifugiati curdi costretti a lasciare i propri villaggi negli anni ‘90. Nigar è convinta che tutti gli altri siano tornati al paese d’origine: tormentata, prepara ripetutamente i bagagli per farvi ritorno e poi vaga per la città, smarrita.

La donna insiste a voler ritrovare una vecchia canzone tradizionale che però nessuno sembra conoscere. Ali si occupa di lei, prendendosene cura e facendo di tutto per recuperare la canzone sconosciuta, mentre cerca di trovare il tempo per lavorare e scrivere i suoi libri e non riesce a ricambiare appieno la dedizione che dimostra per lui la sua fidanzata. Quando quest’ultima resta incinta, il richiamo della terra d’origine e il desiderio di inserirsi nella realtà turca sembrano inconciliabili.

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Vi proponiamo ora di seguito l’intervista rilasciata dal regista Erol Mintaş.

Nel film la lingua ha un ruolo centrale: la canzone tradizionale che la madre cerca e che dà il titolo al film, l’alternarsi frequente tra curdo e turco, le storie che il protagonista insegna ai bambini della sua scuola… perché hai scelto questo tema?

Quando ero bambino in Turchia era vietato parlare curdo. Cercavamo di tener viva la nostra lingua ascoltando canzoni proibite e le storie che le nostre madri ci raccontavano in segreto. Così, oggi, se posso parlare curdo è grazie alle storie che mi ha raccontato mia madre. Nel film la canzone rappresenta la sopravvivenza per l’anziana made Nigar. Lei cerca qualcosa per continuare a vivere, perché ha perso tutto quando negli anni Novanta è stata costretta a lasciare il villaggio curdo d’origine, insieme ai vicini. Ma se a Tarlabaşi, la zona della città in cui si sono spostati inizialmente, potevano stare tutti insieme, con la gentrificazione che li ha successivamente costretti a spostarsi e disperdersi l’anziana Nigar ha vissuto un trauma: lei non è abbastanza forte per sopportare una seconda migrazione. Per Ali è diverso, lui è abituato a parlare due lingue, curdo e turco. Quando era bambino, il suo maestro in classe raccontava storie curde e un giorno la Jitem (unità anti-terrorismo) fece irruzione in aula portandolo via e uccidendolo. Quel giorno Ali era presente, così da adulto, divenuto maestro a sua volta, ricorda sempre la storia che il suo insegnante raccontava quel giorno e vuole trasmetterla alle nuove generazioni.

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Il personaggio della madre Nigar, con il suo rifiuto di adattarsi alla nuova realtà di Istanbul, rappresenta in modo forte il legame con la cultura e la tradizione curda. Quale importanza hanno per i curdi e come vengono vissute dalle diverse generazioni?

A Istanbul ci sono tre generazioni all’interno della comunità curda. La prima è quella a cui appartiene Nigar, la madre: è la generazione che fatica ad adattarsi, composta da persone che continuano a parlare curdo e il cui unico sogno è, un giorno, di poter tornare ai villaggi d’origine. La seconda è quella di Ali, è la generazione che sta nel mezzo, parla sia curdo che turco. La terza è la nuova generazione, completamente integrata. Tutte queste generazioni cercano comunque di mantenere viva la propria cultura, ognuno a modo suo. Nel mio film ho cercato di raccontare la comunità curda anche in termini sociologici.

Come hai trovato i finanziamenti per sostenere il film? C’è stata partecipazione da parte della comunità curda?

Non è stato facile. La nostra è una co-produzione turca, francese e tedesca. Abbiamo avuto il supporto del Ministero della Cultura della Turchia, della CNC in Francia e da parte della produzione tedesca sostegno per quanto riguarda le attrezzature. In Kurdistan ci ha supportato la municipalità di Doğubeyazıte. Alcuni uomini d’affari curdi si sono poi resi conto che questa storia incarnava una causa nazionale, così abbiamo ottenuto un patrocinatore per il trasporto e il catering.

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Come hai scelto di lavorare dal punto di vista delle riprese e della fotografia?

La maggior parte delle riprese sono state effettuate all’interno del tessuto urbano reale di Istanbul, abbiamo ripreso i quartieri svuotati come Tarlabaşi, i sobborghi periferici come Esenyurt ma anche i nuovi grattacieli e i moderni centri del business. Abbiamo scelto il contrasto tra questi due diversi scenari come materiale visivo fondamentale. Per seguire Ali e Nigar abbiamo sempre utilizzato la camera a spalla, cercando di rendere il contrasto tra i loro diversi ritmi di vita. L’anziana madre viene ritratta in ambienti chiusi e ridotti, molto statici. Ali invece è sempre di corsa e così è la macchina da presa che lo segue: viaggia insieme a lui per la città, mentre cerca di trovare la sua strada.


Luoghi della proiezione:

Trieste, Cinema dei Fabbri dal 24 marzo
Milano, Cinema Beltrade dal 24 marzo
Perugia Cinema Postmodernissimo dal 24 marzo
Roma Cinema Apollo 11
Bergamo Auditorium Cinema Lab 80
Alessandria Cinema Kristalli