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Logan, l’ultimo (e più umano) Wolverine di Hugh Jackman

James Mangold, il visionario scrittore-regista, è da oggi al cinema con Logan, il capitolo definitivo della saga cinematografica di uno dei più grandi eroi dei fumetti mai creati. Hugh Jackman riprende il suo iconico ruolo di Wolverine per un’ultima volta in una storia a se stante, potentemente drammatica, cruda, di sacrificio e redenzione.


2029. I mutanti sono spariti, o quasi. Un Logan (Hugh Jackman) isolato e scoraggiato sta affogando le sue giornate in un nascondiglio in un remoto angolo del confine con il Messico, racimolando qualche dollaro come autista a pagamento. I suoi compagni d’esilio sono l’emarginato Calibano (Stephen Merchant) e un Professor X (Patrick Stewart) ormai malato, la cui mente prodigiosa è afflitta da crisi epilettiche sempre peggiori.

Ma i tentativi di Logan di nascondersi dal mondo e dalla sua eredità finiscono bruscamente quando una misteriosa donna arriva con una pressante richiesta: Logan deve scortare una straordinaria ragazzina (l’esordiente Dafne Keen) e portarla al sicuro. Presto Logan dovrà sfoderare gli artigli per affrontare forze oscure e nemici emersi dal suo passato in una missione di vita o di morte che porterà il vecchio guerriero su un sentiero dove compirà il suo destino.

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Hugh Jackman ha dato vita, con grande energia, al mutante conosciuto come Wolverine, per la prima volta nel lontano 2000 nel blockbuster che ha lanciato la moderna visione dei cinecomics: X-Men diretto da Bryan Singer. Da allora, l’acclamato attore australiano, ha vestito per nove volte sul grande schermo. Fin dall’inizio, Jackman ha sempre avuto il dono di trovare l’umanità di Logan sotto il suo aspetto esteriore rude e profondamente segnato, ma grazie alle sue sfumature e alla sua recitazione molto toccante, l’attore ha dato al personaggio un aspetto a tutto tondo; quello che era una mastica sigari assolutamente solitario, ora è un fedelissimo compagno d’armi disposto a sacrificare tutto per ciò in cui crede.

Naturalmente Jackman insieme al coautore, e regista, James Mangold avevano già portato il personaggio di Logan verso nuovi luoghi lontani con il precedente episodio in solitario dell’eroe: Wolverine – L’Immortale del 2013. Quel film, tratto da una pietra miliare del percorso fumettistico, la miniserie del 1980 di Chris Claremont e Frank Miller, era soffuso dello spirito dei film noir giapponesi e di quelli di samurai, così come dei western americani. Lì Logan veniva strappato dal suo esilio volontario solo per essere trascinato in un gorgo di violenza e intrighi in Giappone. Il film ha ricevuto elogi dalla critica per la sua profonda analisi del tumulto interiore di Logan, piuttosto che fare affidamento solamente su scene d’azione o sequenze mozzafiato.

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James Mangold, che ha sempre visto Logan come una sorta di discendente spirituale dei grandi eroi western, come il Josey Wales di Clint Eastwood (Il Texano Dagli Occhi di Ghiaccio) o lo Shane di Alan Ladd (Il Cavaliere Della Valle Solitaria), qui ha invece voluto liberarsi dell’invincibilità di Wolverine, per renderlo più vulnerabile ed esposto: “volevo esplorare i suoi aspetti più intimi e i suoi sentimenti. Volevo una storia basata sui personaggi in cui si esploriamo le paure e le debolezze di questi immensi eroi, un film che li rendesse più umani”.

Con Logan volevamo qualcosa che si sentisse fosse molto diverso, molto nuovo e, in ultima analisi, molto umano – aggiunge Hugh Jackman perché mi sembra che la forza degli X-Men e quella di Wolverine sia più nella loro umanità piuttosto che nei superpoteri. Nell’esplorare questo personaggio per l’ultima volta, ho voluto arrivare al cuore di qualcuno che era più umano di quello che i suoi artigli potrebbero far pensare”.

Hugh Jackman

Hugh Jackman

In Logan l’eroe oramai avvizzito trova finalmente un sorprendente legame umano, ma il film offre anche la più autentica rappresentazione di Wolverine, senza filtri, con Jackman che scatena la sua rabbia berserker come mai prima d’ora (il film è vietato ai minori di 17 anni non accompagnati). Mangold ha così ha portato il film verso una direzione più matura, esplorando la fragilità umana, la mortalità e i complessi legami che tengono insieme le famiglie. “Non volevo fare un film più violento, più sexy, più esplicito o più volgare – afferma Mangoldvolevo fare un film per adulti”. Il regista conclude così: “è un film sulla famiglia, su lealtà e amore. Per Logan, un personaggio che ha ostinatamente evitato l’intimità nel corso della sua lunga vita, è giunto il momento di lasciarla entrare”.

“C’è stato un senso di vita e di morte su Wolverine, so che suona drammatico, ma era questa la sensazione”.

Hugh Jackman