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Lorenzo Ferro è L’Angelo Del Crimine di Luis Ortega

Luis Ortega ha diretto L’Angelo del Crimine, il film – dal 30 maggio nelle sale – che si ispira alla vera storia di Carlos Robledo Puch, un criminale argentino degli anni Settanta soprannominato “l’angelo nero”. Ad intepretarlo è stato Lorenzo Ferro.

Il film

Buenos Aires, 1971. Carlitos (Lorenzo Ferro) è un diciassettenne che si contraddistingue per la sua spavalderia da star del cinema, i riccioli biondi e il volto da bambino. Da ragazzo agognava le cose degli altri, ma soltanto durante l’adolescenza si manifesta in lui la vocazione al ladrocinio. Quando nella sua nuova scuola incontra Ramón (Chino Darín), Carlitos si sente immediatamente attratto da quest’ultimo e inizia a mettersi in mostra per attirare la sua attenzione. Assieme intraprenderanno un viaggio di scoperta, fatto di amore e di crimine. L’omicidio è solo una conseguenza casuale della violenza, che continua ad aumentare fino a quando Carlitos non viene finalmente arrestato. Per via del suo aspetto angelico, la stampa lo soprannomina “L’Angelo della Morte”. Ricoperto di attenzioni per via della sua bellezza, diventa una celebrità dal giorno alla notte. Si ritiene che complessivamente abbia commesso oltre quaranta furti e undici omicidi.

Carlos Robledo Puch

Per questo film Luis Ortega si è ispirato alla storia di Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, un ladro che, tra il 1971 e il 1972, uccise undici persone sparando loro alla schiena oppure mentre dormivano. Sembra che per lui la morte fosse un’astrazione. I crimini di Robledo avvennero durante un periodo di positivismo influenzato dalle teorie lombrosiane, che sostenevano che la bruttezza fisica fosse un movente per commettere crimini (criminali nati con occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino, fronte spaziosa, denti storti). Robledo non avrebbe potuto essere più diverso. La sua classe sociale, la sua solida famiglia nucleare e il suo pacato contegno si rivelarono un eccellente travestimento per commettere reati, ma ciò che più confuse l’opinione pubblica fu proprio la sua bellezza fisica.

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Un “Carlitos” immaginario

Da questa miscela affascinante, Ortega ha costruito un “Carlitos” immaginario che si discosta considerevolmente dal “mostro Robledo”. Facciamo la conoscenza di un personaggio le cui azioni sono misteriose anche per se stesso. La stampa lo chiamò “lo sciacallo” o “il mostro con la faccia da bambino”. A quel tempo, il suo viso era angelico, aveva riccioli biondi e una bellezza magnetica: un agente di polizia disse che era come una versione al maschile di Marilyn Monroe. Oggi, dopo oltre quarantacinque anni di carcere, Carlos Robledo Puch è il prigioniero più longevo nella storia dell’Argentina.

Luis Ortega racconta…

Quando cresci, tutto ti viene imposto, perciò il crimine può sopraggiungere come un diritto naturale, un’estensione della tua sete di libertà. Non sempre ha a che fare con il male, bensì con il sentirsi vivi. E il modo più veloce per sentirsi vivi è quello di entrare nella linea di fuoco. Un bambino potrebbe agire in un certo modo per via di cose che sono evidenti per lui, come la ferma convinzione che Dio stia osservando da vicino, o che il mondo sia qualcosa di apocrifo che necessita di essere violato. Carlitos si comporta come una star del cinema. Pensa di essere davanti alla macchina da presa. Vuole attirare l’attenzione di Dio, fare impressione su di lui. Sente che tutto è inscenato, che nemmeno la morte è reale. Cammina come immagina che farebbe una leggenda vivente, ruba come un ballerino e disdegna la natura a causa del forte sospetto che il destino sia una trappola“.

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Carlitos ritiene che la natura sia una macchina spietata, quindi se ne tiene distante. La vede come un artefatto minaccioso. Ecco perché decide di non reagire come sarebbe prevedibile: dubita della legittimità di qualunque cosa possa produrre un’emozione (la morte di un essere umano, per esempio). Rifiuta deliberatamente le emozioni automatiche, come se ogni reazione prevedibile fosse qualcosa di cui ci possa liberare. Questo lo induce a comportarsi come uno psicopatico senza però essere uno psicopatico“.

“Commettere un crimine ti dice velocemente chi sei. In un mondo in cui quasi nessuno sa chi è, il crimine ti dà un’identità, ti rende qualcuno. Ecco perché è così allettante per le anime perdute”.

Luis Ortega