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Menopausa e rinascita, le 50 Primavere di Agnès Jaoui

È dal 21 dicembre al cinema 50 Primavere, il secondo film, al femminile, scritto e diretto da Blandine Lenoir con protagonista Agnès Jaoui. Ad affiancarla sono Thibault De Montalembert e Pascale Arbillot.


Aurore (Agnès Jaoui) è separata, ha appena perso il lavoro e scopre che presto diventerà nonna. La società la spinge a farsi gentilmente da parte, ma quando, per un caso, ritrova il suo amore giovanile (Thibault de Montalembert), Aurore decide di opporre resistenza, rifiutando la rottamazione alla quale sembra destinata. E se fosse il momento di cominciare una nuova vita?

Ci addentriamo nel film attraverso un estratto dell’intervista rilasciata da Blandine Lenoir.

Ci racconti la genesi del film.

Come spesso accade, il soggetto è nato da un’esperienza personale. Mi avvicinavo ai quarant’anni con grande ansia, senza capire la ragione per cui avevo così tanta paura di invecchiare dal momento che i miei amici maschi non condividevano la mia inquietudine. Nel giro di breve tempo, mi sono resa conto che le donne sulla cinquantina non sono affatto rappresentate nel cinema. Come si fa a desiderare di raggiungere un’età che non trova una raffigurazione? Vedevo attorno a me molte amiche arrivarci in una condizione terribile di solitudine amorosa, donne straordinarie, belle e talentuose, con ex mariti che si erano rifatti una vita. Ho avuto voglia di rendere loro omaggio, di far nascere in loro – e in me stesa – il desiderio di invecchiare. 50 Primavere è anche un modo per curare le mie stesse ansie (ride).

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Aurore, l’eroina del film, accumula una difficoltà dopo l’altra: vive da sola, in una condizione economica precaria, è in piena menopausa…

Eppure decide di prendere in mano la sua vita. È un personaggio forte che, trovandosi alle prese con una situazione di discriminazione, scopre la solidarietà delle altre donne che la circondano e si rende conto che tutto è ancora possibile. Come di consueto, ho voluto raccontare tutto questo con umorismo, ridendo di cose che di per sé non sono molto divertenti e su cui c’è tanto da dire.

Fin dalle prime immagini, lei tratta il tema della menopausa in modo frontale, con la discussione che Aurore ha con Lucie, la figlia più giovane.

Mi piace affrontare gli argomenti tabù e la tematica del legame tra le diverse generazioni, mi sta molto a cuore. È importante ricordare il modo in cui le nostre madri e le nostre nonne sono state educate. Molte cose sono cambiate, ovviamente, e oggi le donne votano, lavorano, ricorrono a metodi contraccettivi, ma allo stesso tempo permangono diseguaglianze clamorose e non manca neppure una certa tendenza alla regressione.

A questo proposito, Lucie, la figlia minore, è sempre occupata a prendersi cura del suo compagno e la figlia maggiore dichiara alla madre che aspettare un figlio è la cosa più bella che le sia mai capitata nella vita. Il minimo che si possa dire è che non sono molto femministe…

Mi divertiva che donne sulla cinquantina come Aurore e la sua amica fossero allibite nel vedere le ragazze imitare i comportamenti delle loro stesse madri. Non invento nulla di nuovo, basta guardare le manifestazioni contro l’interruzione di gravidanza: la maggior parte delle giovani che vi partecipa ha 19 o 20 anni. Ad ogni modo, non mi sento di giudicare queste giovani donne. Lucie sta crescendo e sentiamo che Marina, la figlia più grande, non è molto a suo agio con se stessa. Peraltro, la discussione tra Marina e sua madre corrisponde più che altro a uno scontro di ormoni: Marina piange perché è incinta e Aurore lo fa a causa della sua menopausa. È una scena a cui tenevo molto: mi stava a cuore mostrare che non è semplice volersi bene e dirselo e che a volte per riuscirci è necessario passare attraverso una lite violenta. Inoltre, è difficile per Aurore accettare di diventare nonna: ha la sensazione di invecchiare ancora di più.

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Aurore è davvero in una fase di piena decostruzione/ricostruzione. Ama senza sapere se è ricambiata, sua figlia minore se ne va di casa…

Il periodo che attraversa mi fa venire in mente l’equivalente dell’adolescenza. Scopre una nuova libertà alla quale non è abituata e che si traduce innanzitutto con una sensazione di perdita. Il cinema rappresenta spesso genitori sollevati nel vedere i figli ormai adulti andarsene finalmente via di casa, ma attorno a me io vedo, al contrario, molte amiche sconvolte a causa di quel cambiamento. Prima di ritrovare la sensazione di avere di nuovo del tempo da dedicare a se stesse e dei nuovi progetti da portare avanti, queste donne devono affrontare una fase di transizione molto delicata.

È come una nuova emancipazione…

Esatto. Sono convinta che nella vita i ruoli cambino spesso, in particolare tra madri e figlie che hanno bisogno di allontanarsi per un certo tempo per poi ritrovarsi. È esattamente quello che avviene tra Aurore e le sue figlie, che si ritrovano acquisendo un nuovo status.

Aurore è anche molto maltrattata a livello professionale: c’è il nuovo capo che sceglie di ribattezzarla contro la sua volontà…

Come raccontare l’umiliazione sul lavoro in pochissime scene? Essere privati della propria identità mi è sembrata la cosa peggiore che si possa far subire a qualcuno. Non è tollerabile trovarsi ad avere poca dignità. La sofferenza sul lavoro è una realtà terribile. Ma Aurore è una combattente, non è mai una vittima.

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È anche costretta a confrontarsi con la dipendente dell’ufficio di collocamento che non conclude mai le frasi.

Più affronto tematiche serie, più ho bisogno di farlo in modo divertente. Cerco sempre di posizionarmi con un piccolo scarto rispetto alla realtà. Ho immaginato questo personaggio, interpretato da Florence Muller, che lascia sistematicamente in sospeso ogni frase per denunciare l’inefficacia del sistema. Si capisce molto bene che cosa vuole dire. Sono scenette come queste che amo sviluppare mentre scrivo la sceneggiatura.

Sono sketch sempre molto convincenti, come quello in cui, diventata addetta alle pulizie, Aurore discute con una collega che ragiona insieme a lei sul concetto di discriminazione.

Non era un testo facile da dire. Per rendere efficace la scena, era necessario che il personaggio fosse subito credibile. Sono ricorsa a un’attrice non professionista, un’estetista tunisina che un giorno mi aveva rivelato che il suo sogno era recitare in un film. È una donna molto intelligente, con un forte accento straniero, ero sicura che non avrebbe avuto difficoltà nel reggere il dialogo.

Per sistema lei fa soffiare correnti calde e correnti fredde, alternando scene molto commoventi ad altre dichiaratamente comiche, come la sequenza in cui il personaggio interpretato da Pascale Arbillot fa una scenata per strada a un uomo che non conosce, oppure l’altra nel negozio per bambini…

Mi piace intervallare le emozioni. Ci tengo molto perché è esattamente così che viviamo ogni giorno. È una scelta che esige una grande umiltà in fase di montaggio, a maggior ragione perché, nei miei film, la storia è sempre meno importante rispetto ai personaggi. È un equilibrio molto fragile da trovare. Devo tagliare molto e rinunciare ad alcune scene e persino a determinati ruoli.

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Si percepisce una solidarietà incredibile tra tutte le donne del film…

Credo moltissimo alla solidarietà femminile, è un sentimento che mi guida in ogni momento e che interviene in ogni fascia di età. E infatti era essenziale che venissero tutte rappresentate nel film.