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Di Mommy ce ne sono tante? Il capolavoro di Xavier Dolan

Tra pochi giorni inizia la 72esima edizione del Festival di Cannes e ritroveremo in Concorso (con Matthias and Maxime) il geniale regista canadese Xavier Dolan vincitore, con Mommy, del premio Giuria nel 2014. Una pellicola della quale vi vogliamo parlare, sia perchè è un’opera di innegabile pregio sia perchè la festa della mamma ci offre un ulteriore spunto. Ripercorriamo velocemente la trama. Siamo in Canada, in Quebec, dove, lo leggiamo all’inizio del film, è stata approvata, nel 2015, una legge denominata S-14 che consente ai parenti di minori con problemi psichici di effettuare, solo su richiesta, un ricovero coatto in istituto psichiatrico.


Steve O’Connor Desprès (Antoine Oliver Pilon), figlio adolescente di Diane “Die” Desprès (Anne Dorval) è già in un centro di recupero. Vi è stato inserito con una diagnosi di disturbo dell’attenzione e iperattività dopo la morte del padre avvenuta tre anni prima. È inoltre violento, aggressivo in maniera incontenibile, specialamente sotto stress, volgare, rifiuta ogni forma di autorità. La madre deve riprenderlo con sé perchè ha incendiato la mensa dell’Istituto provocando gravi lesioni ad un compagno. Rifiuta, in questo caso, di appellarsi alla S-14, pensa di potercela fare.

Diane ha circa 46 anni è una donna molto problematica, per tanti aspetti simile al figlio: trasgressiva, sboccata, rissosa, provocatoria, irresponsabile. Ancora attraente, ha un look eccessivamente giovanile adolescenziale, sexy e vistoso, fatto di minigonne, jeans attillati e pieni di lustrini e cuoricini, scarpe con le zeppe alte, colori psichedelici.


Il figlio è da lei, a tratti, esaltato attraverso l’idealizzazione proiettiva (“hai carisma“, “sei un principe“) a volte, attaccato aggressivamente perchè le rovina la vita. Steve ama la madre di un amore incestuoso, di cui lei è conscia e compiaciuta, e che alimenta seduttivamente. È mancata da sempre la mediazione paterna e il bambino è diventato l’oggetto incestuoso del desiderio della madre. La coppia simbiotica madre-figlio crea un impatto di dominio reciproco in cui non c’è posto per altri, non esiste nulla fuori di loro. Questa stretta claustrofobica, questa chiusura malsana e soffocante che esclude il mondo, è magistralmente rappresentata dal regista con una originalissima inquadratura a tre quarti 1:1 e con l’assenza di fuori campo.

Appena tornato a casa Steve cerca le foto del padre, mal conservate in scatoloni non ancora sistemati dopo l’ennesimo trasloco, alla ricerca di una identificazione che gli risulta impossibile. Ma nella diade fusionale e mortifera madre-figlio arriva un terzo, arriva una mediazione che potrebbe salvarli. Si tratta di una vicina di casa, anche lei abbastanza problematica, che probabilmente ha perso un figlio e che si dedica a Steve.


È Kyla (Suzanne Clement) un’insegnante traumatizzata e balbuziente che trova nel clima assurdamente disordinato, assordante, acceso e violento della casa di Die e qualche stimolo vivificante. Con lei Steve mostra tutta la sua fragilità espressa e mascherata nel comportamento aggressivo e trasgressivo, confessa i suoi sensi di colpa e il dolore che prova dopo aver perso il controllo, incomincia a pensare di poter essere “un bravo ragazzo”.

Quando loro tre, Steve con lo skate, Die e Kyla in bicicletta, percorrono un viale insieme, il ragazzo allarga con le mani l’inquadratura portandola a tutto campo, aprendosi al mondo. Una scena che stupisce e fa respirare con sollievo anche lo spettatore, sulle note di Wonderwall degli Oasis. Una liberazione che durerà poco. Arriva una citazione in giudizio per i danni provocati dall’incendio della mensa. La richiesta di un risarcimento che non possono pagare. Die ricorre allora all’aiuto di un avvocato, vicino di casa, che si è dimostrato interessato a lei. Cerca di sedurlo in presenza del figlio che in una squallida serata di karaoke, tra la derisione del pubblico, le dedica una canzone molto significativa: Vivo per Lei di Andrea Bocelli. La serata finisce in una rissa provocata dal ragazzo geloso e arrabbiato.


Poi, velocemente, Steve sente di aver perso l’amore della madre e lei incomincia a desiderare di liberarsi di lui. Dopo un tentativo di suicidio di Steve che si taglia le vene in un supermercato, Die si indurisce, lo disinveste libidicamente, si convince che non può salvarlo e deve affidarlo a qualche struttura psichiatrica: la S-14 glielo permette. Voleva fare da sola e invece delega all’ospedale ogni responsabilità e spera che tutto possa andare bene. Organizza una gita al mare, ancora loro tre: Steve, Die, Kyla.

Sarà un giorno bellissimo specialmente per Steve. Sulla strada del ritorno Die fa una fantasia (anche qua l’inquadratura è a tutto campo) in cui il figlio studia, si diploma, si sposa e ha un figlio. In sottofondo l’incantevole musica Experience (in A Time Lapse) di Ludovico Einaudi. Nel sogno ad occhi aperti la volontà narcisistica di avere un figlio ideale per trovare nella sua immagine di perfezione la proiezione di un Sé grandioso. La fantasia è stata completamente disattesa dalla realtà, la realtà è imperfezione, un limite che Die non può accettare. Suo figlio non è quello che avrebbe voluto che fosse, le è venuto male, è un prodotto di scarto.

Die non l’ha mai accolto per quello che era, gli ha tolto la sua soggettività, lo ha considerato un prolungamento di se, ha privato di senso la sua vita, non gli ha trasmesso il diritto di esistere. Steve ha invece offerto alla madre tutta la sua esistenza. Sulla strada di casa Die si fermerà con un pretesto presso un ospedale psichiatrico e farà catturare e imprigionare il figlio in una scena violenta e dolorosissima.

Poi si dimenticherà di lui, gli farà vivere, dopo il tradimento, il distacco, l’indifferenza, il disamore. Steve allora si toglie di mezzo, si uccide sfondando una vetrata e cadendo di sotto, con la voce di Lana Del Rey che canta Born To DieEra un ostacolo, un ingombro, la madre si meritava di meglio.

Dolan, regista e sceneggiatore di Mommy ha saputo rendere molto bene il disagio o l’incapacità che una madre come Die prova nel doversi occupare di un figlio che la priva della sua libertà, che le impedisce di continuare senza intoppi la sua squallida esistenza. È una lotta per la sopravvivenza dove vince il più forte.

L’incapacità di capire i propri problemi e quelli di Steve come altro da se, l’inammissibile diritto di proprietà, di vita e di morte sul figlio che lei si arroga, la maternità vissuta come una esperienza delle tante, che possiamo lasciarci alle spalle, come un viaggio concluso. Un brutto viaggio da dimenticare.

Claudia Sacchi