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Romain Duris combatte Le Nostre Battaglie, il toccante film di Guillaume Senez

Presentato come Evento Speciale alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, e vincitore del Premio del Pubblico e del Premio Cipputi all’ultimo Torino Film Festival, il 7 febbraio arriva al cinema Le Nostre Battaglie, il film scritto e diretto da Guillaume Senez ed interpretato da un commovente Romain Duris affiancato da Laetitia Dosch, Laure Calamy  e Lucie Debay.

Le Nostre Battaglie racconta la storia di Oliver (Romain Duris), un uomo che dedica tutto se stesso alla lotta contro le ingiustizie al fianco dei propri compagni di lavoro. Quando, da un giorno all’altro, sua moglie Laura (Lucie Debay) abbandona la loro casa, Oliver dovrà imparare a trovare un nuovo equilibrio tra i bisogni dei figli, le sfide della vita quotidiana e il suo lavoro.

Lasciamo spazio ad un estratto dell’intervista rilasciata da Guillaume Senez a Olivier Séguret.

Come si è sviluppato il progetto di Le Nostre Battaglie?

Un giorno mi sono separato dalla madre dei miei figli. Come accade a Olivier (Romain Duris) nel film, ho imparato a vivere da solo con loro, a guardarli, ad ascoltarli e a capirli. È stato un periodo fondamentale per me, sia come uomo sia come cineasta. Mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se mi fossi ritrovato completamente solo, vedovo o abbandonato. La risposta è semplice: non sarei riuscito a trovare un equilibrio stabile tra la mia vita professionale e quella famigliare. Conosco numerose coppie che fanno fatica a tirare a fine mese. Lavorano tutti e due, ma la loro situazione resta precaria, fragile, simile a un castello di carte: se togli un elemento, tutto crolla. Era importante che scrivessi di questo tema, di questa armonia così difficile da preservare, di una prospettiva che è sì economica, ma soprattutto emotiva. Questo film racconta della scomparsa di una madre e degli sforzi che compie un padre per impedire lo smembramento della sua famiglia. Un padre che dovrà battagliare per trovare un equilibrio tra i suoi impegni professionali e famigliari.

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Il film, nel suo stesso tessuto, intreccia due racconti: la scomparsa della moglie Laura e la lotta sociale di Olivier. In entrambi i casi, c’è una specie di rovesciamento delle situazioni: da un lato un uomo abbandonato con due bambini, raramente visto al cinema, e dall’altro la progressiva scomparsa dell’essere umano di fronte al capitalismo 2.0.

Non faccio un tipo di cinema teorico, cerco di restare ad altezza d’uomo, di essere a contatto con le sensazioni e i sentimenti. Il mio film offre uno sguardo sul mondo del lavoro di oggi e più specificamente sulle ripercussioni che ha sulla famiglia. È una prospettiva che mi sembra più umana e più empatica. Avevo voglia di mostrare un personaggio piantato in asso da tutti e che è incapace di aiutare le persone che ama. Nel suo ruolo di caposquadra, Olivier ha un atteggiamento molto attento nei confronti degli altri, ma non appena si tratta della sfera intima e privata le cose si complicano. Per molti aspetti mi riconosco in lui: mi riesce molto meglio spiegare un problema di matematica a qualunque ragazzino che non sia mio figlio, con il quale perdo subito la pazienza. E l’idea di avere sempre tante difficoltà nell’aiutare le persone che amiamo, mi commuove.

L’uomo abbandonato è una figura piuttosto rara nel cinema contemporaneo.

Volevo innanzitutto mostrare la libertà di una donna di abbandonare i propri figli. Laura non è né morta, né in prigione. Se ne è semplicemente andata e di lei non sapremo nulla di più. Non volevo né fornire spiegazioni, né condannarla: capiamo che questa donna non trovava più un suo spazio all’interno di questa casa o nella sua vita. Continua ad esistere nell’assenza, nel ricordo degli altri. Questo è un film sulla paternità: saranno Elliot e Rose che faranno maturare Olivier e lo trasformeranno in un padre, gli insegneranno a fermarsi, a riflettere sulla sua vita privata, sui suoi rapporti con il mondo e con gli altri.

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Il film evita discorsi didascalici, ma mostra molte cose.

Desideravo far vedere la complessità e la modernità del mondo del lavoro senza assumere un tono dimostrativo. Non mi piace quando un regista dice allo spettatore cosa è bene o cosa è male. Amo mostrare la realtà per quella che è, per come di fatto esiste. Ho la sensazione che le vere lotte che ci attendono, le vere “battaglie” a cui rimanda il titolo, attengono alla sfera intima, alla nostra vita privata. Sono radicate in noi. E questa è una cosa che non si può dimostrare, si può solo tentare di farla sentire.