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Smarrita e disperata, Charlotte Rampling è la Hannah di Andrea Pallaoro

Una Charlotte Rampling in stato di grazia è la protagonista assoluta di Hannah, il film del nostro Andrea Pallaoro con la quale l’attrice si è aggiudicata la Coppa Volpi come Miglior Interprete Femminile alla 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La pellicola, da oggi al cinema, è interpretata anche da André Wilms, Stéphanie Van Vyve, Simon Bisschop, Jean-Michel Balthazar e Fatou Traore.

Hannah (Charlotte Rampling) è il ritratto intimo di una donna che perde la sua identità e non riesce ad accettare la realtà che la circonda. Rimasta sola, alle prese con le conseguenze dell’arresto del marito (André Wilms), Hannah inizia a sgretolarsi. Attraverso l’esplorazione della sua identità frantumata e della perdita di autocontrollo, il film indaga l’alienazione della modernità, la difficoltà di avere relazioni, il confine tra identità individuale, rapporti umani e pressioni sociali.

Hannah esplora il tormento interiore di una donna intrappolata dalle proprie scelte di vita, paralizzata da insicurezze e dipendenze, dal suo stesso senso di lealtà e devozione. “La disperazione di Hannah mi tocca profondamente – racconta Andrea Pallaoro – forse perché sono consapevole di quanto il mondo possa essere spietato nei suoi confronti, o forse perché in lei riconosco alcune parti di me stesso”. Il regista ha spiegato che questo suo secondo lungometraggio rappresenta il primo capitolo di una trilogia incentrata su protagoniste femminili. Riguardo ad Hannah, il regista aggiunge: “più di ogni altra cosa ho voluto che il mondo la vedesse, percepisse il suo dolore e che assistesse al suo sforzo di ridefinirsi e di riconoscersi, da sola, prima di scomparire”.

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Il film nasce dalla convinzione che l’osservazione intima di un singolo personaggio, o persino di un singolo stato d’animo, possa riflettere la nostra condizione di essere umani e permettere a chiunque di “specchiarsi” nel personaggio e nella storia. È questa la catarsi a cui aspira Pallaoro: “dare allo spettatore l’opportunità di riconoscersi, e magari di capire qualcosa in più di sé stesso. Inoltre, Hannah prosegue una mia sorta di indagine sul confine tra l’identità individuale e quella sociale. Qui il conflitto è interiore e culmina nel momento in cui la protagonista sente venir meno la propria identità e quella del mondo che la circonda“.

Andrea Pallaoro ha deciso di non “esplicitare” il reato di cui è accusato il marito di Hannah: “non volevo che distogliesse l’attenzione dal cuore del film: il suo allontanamento, l’arresto, sono infatti il catalizzatore che costringe Hannah a fare i conti con sé stessa. Credo sia fondamentale che si percepisca la gravità dell’accusa, ma è altrettanto importante che il centro del racconto resti il mondo interiore della protagonista, il suo disorientamento e la sua disperazione, senza la distrazione fuorviante che una maggiore attenzione al reato avrebbe portato con sé“.

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La balena spiaggiata che vediamo nel film non è solo una metafora: infatti più che simboleggiare, evoca. Andrea Pallaoro la commenta così: “è il riflesso di qualcosa che sta per morire, o forse è già morto. Eppure, nonostante il mondo intorno a lei ne parli, anche quando infine la vede con i propri occhi, non siamo mai certi se Hannah si riconosca nella balena, se quella consapevolezza le appartenga davvero: d’altronde, la risposta all’arresto del marito è un crollo emotivo e psicologico il cui effetto è proprio la perdita di ogni consapevolezza, l’avvilupparsi in una spirale in cui la vediamo barcollare, e poi scivolare, fino a non riconoscersi più, fino a perdere la propria identità“.

“Ciò che so per certo è che con questo film ho voluto sentirmi vicino a lei, tenerle la mano, incoraggiala, rassicurarla”.

Andrea Pallaoro