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Sofia, la Donna in Marocco nel coraggioso esordio di Meryem Benm’Barek

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In Marocco, l’articolo 490 del codice penale prevede da un mese a un anno di reclusione per le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. È intorno a questa spada di Damocle che si sviluppa il racconto sfaccettato di Sofia, il primo lungometraggio di Meryem Benm’Barek che sarà nei nostri cinema da giovedì 14 marzo dopo essere stato presentato lo scorso anno al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard (dove ha vinto il Premio per la Miglior Sceneggiatura).

Il film

Sofia, vent’anni, vive in centro a Casablanca con i suoi genitori (Zineb e Faouzi, interpretati da Nadia Niazi e Faouzi Bensaïdi). È un po’ sgraziata e introversa, e non le deve essere facile confrontarsi con la personalità della zia Leila (Lubna Azabal), della madre, e ancor più della cugina Lena (Sarah Perles), che è svelta d’intuito e disinvolta. Quest’ultima ha il padre francese – Jean-Luc, fuori campo per tutto il film, ma dalla forte influenza – vive ad Anfa in una casa spettacolare sull’oceano, e se non bastasse è una brillante specializzanda in oncologia. Durante un pranzo di famiglia (presente anche una coppia di imprenditori agricoli francesi che trattano un affare con i genitori e gli zii), Sofia ha violenti crampi allo stomaco. Per Lena, che viene in suo aiuto, è presto chiaro che la cugina è incinta, e che lei per prima ha ignorato i sintomi della gravidanza.

Usando come scusa la necessità di recarsi in farmacia, Lena prende l’iniziativa di portare Sofia all’ospedale: grazie alle sue conoscenze, riesce a farla entrare e qui dà alla luce il bambino, fuori dal matrimonio, quindi illegalmente. Da questo momento, Sofia (con un volto che ne rivela tutta la stanchezza e la confusione) ha 24 ore per risolvere un grosso problema: sposarsi per non infrangere la legge. Appena uscite dall’ospedale nel quale non hanno il diritto di restare, le due ragazze s’incamminano (con il neonato strillante tra le braccia) nella notte e nel quartiere antico e popolare di Derb Sultan alla ricerca di Omar (Hamza Khafif), che Sofia indica come il padre e che è un perfetto sconosciuto per tutta la sua famiglia (molto più agiata), la quale entra presto in scena quando scopre il segreto. Adesso si tratta di difendere l’onore di Sofia, di trovare una soluzione, un accordo che possa soddisfare tutte le parti e salvare la faccia dal punto di vista sociale.

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Meryem Benm’Barek

Per capire meglio le importanti tematiche del film, vi proponiamo un estratto dell’intervista rilasciata dalla regista Meryem Benm’Barek.

Sofia racconta la storia di una giovane donna marocchina che, in seguito ai sintomi di una gravidanza che lei per prima ha ignorato, partorisce un bambino senza essere sposata. Com’è nata questa storia?

Quando ero adolescente, mia madre mi aveva raccontato la storia sconvolgente di una ragazza che era stata accolta a casa dai miei nonni. Aveva 17 anni e ai tempi mia madre, che era poco più grande di lei, una sera aveva scoperto per caso che la ragazza era incinta e stava per partorire. Per questo motivo era stato organizzato un matrimonio il più velocemente possibile. Queste storie sono abbastanza frequenti in Marocco, dove le relazioni sessuali al di fuori del legame matrimoniale sono proibite dalla legge. Chiunque in Marocco ha già sentito parlare di storie di donne, che potrebbero essere cose così riassunte: “Non sapevo di essere incinta”. Insomma, nonostante le possibilità che ciò accada sembrino decisamente remote, ci sono davvero casi di donne che sono diventate madri senza neppure sapere di essere incinte, che magari si sono presentate al pronto soccorso lamentando dolori lancinanti scambiati per crampi mestruali, per poi sentirsi dire dal personale ospedaliero di dover essere trasferite immediatamente in sala parto. Si tratta di situazioni estremamente complicate poiché i genitori rischiano di essere perseguiti penalmente e di essere condannati a un anno di prigione, dunque il matrimonio è l’unica via di uscita possibile.

La mia storia è nata in modo spontaneo quando ho iniziato a domandarmi come un dramma di questo tipo potesse essere rivelatore del funzionamento di una società in tutti i suoi aspetti. Inoltre, il matrimonio incarna ancora il successo più grande che si possa raggiungere in Marocco. Permette di rafforzare la propria situazione sociale; per questo deve essere il più vistoso e sontuoso possibile…viviamo in una società basata sull’apparenza dove l’immagine che diamo di noi e della nostra famiglia è fondamentale. I genitori di Sofia sono più preoccupati delle origini modeste del padre del bambino che della nascita in sé e per loro la gravidanza della figlia è meno drammatica del suo inevitabile matrimonio con un ragazzo che proviene dai quartieri popolari. Si tratta di salvare il loro onore e quello della loro figlia ma anche (e soprattutto) di preservare la loro immagine davanti agli altri, soprattutto perché il dramma arriva in un momento cruciale in cui stanno per siglare un contratto con il cognato francese che cambierà le loro vite e permetterà loro la scalata sociale.

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Sofia è dunque un film sui divari sociali in Marocco?

È un ritratto del Marocco di oggi, Non volevo fare un film che parlasse solo della condizione della donna, soprattutto perché quest’ultima è spesso raccontata come una vittima della società patriarcale, ed io non penso che sia possibile parlare della condizione della donna senza parlare della società in sé. Sono convinta che il ruolo della donna si definisca all’interno di un contesto socio-economico generale, ed è questo ciò che Sofia racconta. Sono nata in Marocco e sono cresciuta in Belgio, dove ho fatto i miei studi di cinema, ma dopo il diploma ho deciso di ritornare nel mio paese d’origine, dove ho potuto osservare con uno sguardo più maturo come funzionava la società marocchina e che cosa avesse da offrire alla sua gioventù. Il divario sociale è così profondo da impedire ogni tipo di avanzamento. I giovani dei quartieri popolari sono bloccati, non hanno nessuna prospettiva, nonostante la motivazione, l’energia o l’investimento personale che possono avere. È come se ci fosse un soffitto di vetro che li obbliga a restare al loro posto e rimanere nella condizione che hanno dalla nascita. Il contesto di origine condiziona il futuro delle persone e il sistema educativo non è pensato per modificare la situazione e impedire questa forma di determinismo: le migliori scuole sono private e molto care mentre le scuole pubbliche si trovano in uno stato di abbandono, perciò alla fine i giovani dei quartieri privilegiati e dei quartieri popolari non s’incontrano mai, ognuno cresce separatamente nella stessa città.

Sofia e sua cugina Lena incarnano perfettamente questi due volti della società marocchina, quello più tradizionale e quello volto verso l’Occidente…

I tormenti dei personaggi sono rivelatori del funzionamento della società marocchina. È in questo modo che ho costruito la narrazione fin dall’inizio. Sofia e Lena sono cresciute in contesti profondamente diversi. Sofia, che viene dalla classe media, è più legata alle tradizioni, indossa la djellaba (il vestito tradizionale) per buona parte del film, non parla bene il francese – che è un vero indicatore sociale in Marocco – e l’unico lavoro che è riuscita ad ottenere è in un call-center, da cui però viene licenziata. Lena invece proviene da un contesto più privilegiato, parla altrettanto bene il francese e l’arabo, ha una femminilità più esibita e un’intensa vita sociale, è istruita, ha una madre marocchina e un padre francese. Questi criteri la rendono un personaggio più libero e indipendente di Sofia. Inoltre Lena ha una visione occidentale nei confronti del mondo arabo in generale e della società marocchina in particolare. Il suo sguardo non è esente da un certo paternalismo. Lena avrebbe potuto benissimo andare all’estero, ma ha deciso di fare il suo tirocinio di medicina in Marocco perché vorrebbe essere d’aiuto al suo paese. Lena è contemporaneamente altruista, premurosa e ingenua. Ciò che succede a sua cugina la confronta violentemente a un mondo che non è il suo, e tutte le sue illusioni crollano. Lena e Sofia non hanno lo stesso punto di vista sulla vicenda. Sofia alla fine si rivela molto più consapevole delle dinamiche sociali ed economiche legate alla sua gravidanza e al suo matrimonio. E mentre Lena vede Sofia come una vittima, Sofia rifiuta questo ruolo.

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Come è stato accolto Sofia in Marocco?

Ho fatto in modo che nessuna immagine del film fosse censurata. Per me era molto importante che il film potesse essere proiettato nelle sale marocchine e che fosse visibile a tutti, in modo che possa stimolare un vero dibattito sulle problematiche sollevate dal film. Alla fine io non giudico nessuno dei miei personaggi. Rendo semplicemente conto di una realtà: 150 donne ogni giorno in Marocco partoriscono al di fuori del legame matrimoniale, rischiano il carcere e sia loro che i loro figli subiscono discriminazioni. Il pubblico in generale ha reagito bene al film, che ho voluto rendere il più accessibile possibile, imponendomi nel modo più rigoroso di evitare ogni caricatura. Durante la tournée per promuovere il film c’è stato un ottimo riscontro da parte degli spettatori, mentre il discorso sulla stampa è diverso; in Marocco c’è la stampa arabofona, letta dal popolo e dalla classe media, e quella francofona, destinata alle élites. La prima ha capito molto bene il film e il divario sociale che è messo in scena, mentre la seconda si è concentrata di più sull’analisi dei personaggi principali.