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Steve McQueen, l’uomo spericolato che sfrecciava nella vita

Martedì 24 marzo 1930, esattamente 90 anni fa, a Beech Grove, nell’Indiana (Stati Uniti) nasceva Steve McQueen, uno degli attori simbolo del cinema anni ’60 e ’70. Anti-eroe e “spericolato” per eccellenza (come cantava Vasco Rossi in Vita Spericolata), oggi lo ricordiamo con Steve McQueen: Una Vita Spericolata, il film diretto da Gabriel Clarke e John McKenna incentrato sulla tribolata lavorazione de Le 24 Ore di Le Mans, pellicola fortemente voluta dall’iconico attore statunitense, grandissimo appassionato di motori ed egli stesso pilota, dedicata alla storica gara disputata presso il Circuit de la Sarthe.


Nel maggio del 1970, Steve McQueen volò in Francia per cominciare a lavorare al film che significava per lui molto di più di qualunque altra pellicola che aveva girato. Gli anni ’60 erano stati la sua epoca d’oro. McQueen si era fatto conoscere nel classico western I magnifici sette prima di recitare ne La Grande Fuga, film di guerra che aveva riscosso un grandissimo successo al box office. Aveva poi conquistato la critica nel blockbuster romantico Il Caso Thomas Crown, prima di incarnare il perfetto poliziotto anticonformista in Bullitt, pellicola che rese gli inseguimenti automobilistici un classico del cinema.

McQueen era un attore all’apice del successo, incuteva rispetto ed esercitava il suo potere sugli altri. La sua società di produzione, la Solar Productions, aveva firmato un accordo per la realizzazione di sei pellicole con la Cinema Center Films. Steve aveva la possibilità di lavorare per se stesso, scegliere i progetti che preferiva e trarne i profitti. Finalmente aveva l’opportunità di realizzare il film su quella che era stata la sua passione per gran parte di un decennio: l’automobilismo.

Steve McQueen

Steve McQueen

Per Steve McQueen, le corse rappresentavano molto di più di un hobby: per lui le corse rappresentavano una forma d’arte. Negli anni Sessanta, l’attore era diventato un vero e proprio pilota automobilistico, dotato di talento. La velocità rappresentava una dipendenza ed una via di fuga per l’attore. Sin dal 1962, McQueen aveva esternato la sua volontà di realizzare un film che riuscisse, per la prima volta nella storia del cinema, a rendere appieno la velocità, il pericolo e la bellezza dello sport che tanto amava.

Voleva catturare la pura essenza di questo sport, e l’attrattiva che esercita sullo spirito umano. Nel 1970, la 24 Ore di Le Mans, conosciuta in tutto il mondo, era il test più grande delle abilità di un pilota. Questa gara sarebbe stata l’ispirazione e l’ambientazione della visione di McQueen. E lui non sarebbe stato semplicemente la star del film; sarebbe stato anche l’autore, la forza motrice del progetto.

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Per la star ed il suo film non si sarebbe badato a spese, così la Cinema Center Films investì un budget di 6 milioni di dollari. Il leggendario regista John Sturges avrebbe diretto la pellicola. Bob Relyea, partner negli affari e grande amico di McQueen, sarebbe stato a capo della produzione. McQueen avrebbe alloggiato in un castello del quattordicesimo secolo. Oltre ad un gruppo di lavoro formato da tecnici e da meccanici d’élite provenienti da tutto il mondo, al film avrebbero partecipato 45 tra i più famosi piloti dell’epoca.

Al centro della visione unica di McQueen c’era l’autenticità. Voleva catturare il vero pericolo, e l’essenza più profonda dell’automobilismo su pista. Per raggiungere questo scopo, McQueen richiedeva che i piloti corressero alla velocità che avrebbero fatto registrare in gara, giorno dopo giorno. Steve aborriva i progressi più recenti in merito a rallenty ed effetti speciali, e non voleva sentire parlare di trame romantiche.

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Ma alla fine Le 24 Ore di Le Mans, tra problemi di produzione e accese discussioni, fu un fiasco. Clarke e McKenna ci raccontano così come una delle star del cinema più carismatiche di tutti i tempi finì per perdere quasi tutto ciò che aveva per cercare di realizzare il suo sogno più recondito. Attraverso filmati del dietro le quinte della pellicola e interviste a membri del cast e della famiglia – tra cui spiccano il figlio di McQueen, Chad, e Derek Bell, i due registi ricostruiscono i mesi che avrebbero determinato una svolta drammatica nella vita dell’attore, sia dal punto di vista professionale che privato.

Tra filmati d’archivio e interviste, questo film nel film ci mostra la vita spericolata di un uomo che sfrecciò confondendo la finzione con la realtà dell’autodromo e compone il ritratto di una persona lanciata a tutta velocità nell’esistenza e nell’arte. Clarke e McKenna  hanno scoperto oltre tre ore e mezzo di girato filmato sul set nel 1970, una sorta di dietro le quinte del progetto che era rimasto nascosto in scantinati e garage in Europa e negli Stati Uniti per quattro decenni. È da qui che è nato questo docufilm che racconta quei sei mesi che gli cambiarono la vita: “rievocando un’epoca speciale e portando alla luce una storia altrettanto unica per la prima volta, crediamo che il nostro film ridefinirà il mito dello Steve McQueen icona del cinema, e mostrerà un lato inedito del McQueen regista visionario” spiegano i due registi.

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Dopo la fine delle riprese del film (diretto da Lee H. Katzin), Steve McQueen non partecipò più a corse automobilistiche. Voltò le spalle allo sport che era stato il suo primo amore. McQueen tornò ai fasti del passato recitando in Papillon, pellicola che ricevette il plauso della critica. L’enorme successo riscosso al box office all’inizio degli anni Settanta da Getaway! e L’inferno di Cristallo fece sì che McQueen non dovesse più avere preoccupazioni a livello economico. Ma divenne sempre più solitario.

La passione di Steve McQueen per il mondo del cinema non fu più la stessa dopo la débâcle de Le 24 Ore di Le Mans. Il film, tuttavia, ha superato la prova del tempo, diventando un cult. Nel mondo di oggi, in cui gli effetti speciali la fanno da padroni, Le 24 Ore di Le Mans è considerato il film sul mondo dell’automobilismo su pista più realistico che possa mai essere realizzato sul tema.

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Steve McQueen riuscì nel suo intento di garantire “purezza e realismo” nel suo film, ma il plauso della critica per la pellicola arrivò molto dopo la sua morte. McQueen morì a soli 50 anni, nel 1980, di mesotelioma, una forma maligna di cancro ai polmoni causata dall’esposizione all’amianto. Nelle tute indossate dai piloti negli anni Sessanta erano presenti tracce di questa sostanza. Spericolato, forse aveva corso troppo.

«Quando uno corre, vive. E tutto quello che fa primo o dopo è solo attesa».

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