"The Elephant Man" di David Lynch

The Elephant Man, torna in sala restaurato l’horror biografico di David Lynch

"The Elephant Man" di David Lynch

A quasi 40 anni dall’uscita nelle sale, lunedì 21 settembre la Cineteca di Bologna – per il progetto Il Cinema Ritrovato – riporta al cinema la nuova versione restaurata di The Elephant Man, il secondo film diretto da David Lynch tratto dai libri The Elephant Man and Other Reminiscences (1923) di Frederick Treves e The Elephant Man: A Study in Human Dignity (1971) di Ashley Montagu. La pellicola – interpretata tra gli altri da Anthony Hopkins, John Hurt e Anne Bancroft – è stata restaurata da StudioCanal a partire dal negativo originale con la supervisione dello stesso David Lynch.

Il film

“Mi piacciono le condizioni umane distorte. Fanno risaltare ciò che distorto non è”.

David Lynch

La storia di John Merrick (John Hurt), l’uomo elefante, il freak della Londra vittoriana proto-industriale, deformato dalla malattia ridotto a fenomeno da baraccone. Un film epocale, che ha cambiato le regole dell’horror, invertendo le dinamiche tra ‘mostro’ e spettatore: chi ha paura di chi? Il restauro esalta il bianco e nero del grande Freddie Francis, dando nuova forza a questa attualissima riflessione sullo sguardo e sull’orrore, messa in scena da uno dei registi più visionari della storia del cinema.

David Lynch, Opus n. 2

Riccardo Caccia, in David Lynch (Il Castoro, Milano 1993), sottolineava:

“La prima di The Elephant Man ha luogo a New York nell’ottobre del 1980. A tutt’oggi questo resta il maggior successo di pubblico di Lynch, gli varrà diverse nomination all’Oscar, tra cui quelle per il miglior film e la miglior regia, ma non gli varrà nemmeno una statuetta […]. La scommessa di Mel Brooks di affidare la regia di un film commerciale ad un cineasta che molti vedevano come un giovane di talento destinato a rimanere nell’ambito del cinema underground e sperimentale, si rivela vincente. Pur trattando un materiale preesistente, Lynch si rivela capace di ‘rispettare’ il testo, piegandosi alle esigenze commerciali senza troppe ritrosie, pur non rinunciando ad immettere nell’opera elementi decisamente personali”.

Anthony Hopkins

Anthony Hopkins

Il mio nome è John Merrick

Roy Menarini, da Il Cinema di David Lynch (Falsopiano, Alessandria 2002):

“Il trattamento traumatico del corpo umano si situa in una costellazione cinematografica che ha portato – negli anni Ottanta – a ridefinire i limiti della visibilità: basta pensare al cinema di David Cronenberg, ai deliri splatter di Brian Yuzna, ai film di Jorg Buttgereit, all’opera di Shin’ya Tsukamoto. David Lynch, a dire il vero, non sembra particolarmente interessato a costruire intorno al concetto di corpo una riflessione di stampo epistemologico (come è nel caso di Cronenberg) o a fissare nuovi confini nelle pratiche sociali del guardare (Buttgereit). Piuttosto, sembra deciso a definire la presenza inalienabile delle eiezioni corporee nel nostro mondo, e a ricordare la perenne esistenza del corpo in quanto fattore di orientamento nelle comunicazioni interpersonali, nel rapporto che abbiamo con gli altri”.

“L’insistenza su persone sgradevoli, handicappate o deformi non va – bisogna ribadirlo – letta in funzione puramente comica (cinica) o orrifica, bensì all’interno di un sottile ragionamento sulle reazioni del nostro guardare la deformità. Reazioni che riguardano alcuni personaggi del film o gli spettatori stessi. Analizzando i film più ‘classici’ di Lynch, ci si accorge che The Elephant Man rappresenta proprio, in termini melo-drammatici e codificati, il sistema di lettura dell’opera di questo regista. Il racconto della vita di John Merrick, che non rinuncia né al morboso né al comico né all’orrore, sembra più concentrato sull’effetto sortito dal repellente somatico sugli uomini che interagiscono con il protagonista. che non sulla incolpevole mostruosità dello stesso. Ciò non impedisce, peraltro, a Lynch di costruire alcuni quadri astratti, all’interno dell’affidabilità narrativa della pellicola, nei quali il corpo o la testa deformati di Merrick assumono una valenza quasi artistica”.

John Hurt

John Hurt

Lynch Style

Michel Chion scrive così in David Lynch (Lindau, Torino 2000):

“The Elephant Man è un film di ‘timing’, di respiro. L’effetto patetico è mantenuto strutturando il racconto in numerose sequenze brevi, chiuse da dissolvenze al nero che arrivano spesso nel mezzo di una situazione lasciandola in una suspense piena d’interrogativi. […]  Elephant Man è uno fra i più efficaci ‘tear-jekers’, come dicono gli americani, cioè strappalacrime, mai realizzato dopo l’invenzione del cinema, e questo non è dovuto tanto al ricorso a facili mezzucci, ma al fatto che Lynch e i suoi attori hanno saputo lavorare al corpo con determinati ritmi, sguardi e accenti della voce che richiamano la crudele dolcezza dell’infanzia. Fin dalla prima immagine dopo i titoli di testa, due occhi femminili ci trafiggono il cuore. E in realtà, Elephant Man è un film di volti fin nell’oggetto della sua suspense: è il viso dell’uomo-elefante che siamo ansiosi di vedere, ed è nei suoi occhi che siamo impazienti di leggere qualcosa. Molte sequenze del film chiudono su un volto interrogativo, sbalordito, alterato, e, grazie alle frequenti riprese dal basso, lo spettatore si trasforma allora in un bambino sospeso ai volti che per lui rappresentano ogni potere e ogni sapere, e la cui tensione lo tocca direttamente. Questi volti sono ritratti sui quali il fotografo ha colto un’alterazione che ci fa fremere. A causa dello stesso soggetto, nel film vi sono molti ‘volti di reazione’ allo spettacolo di Merrick: sperduti, eccitati, accesi e perfino rapiti da un fascino stupefatto”.