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Tutti Pazzi a Tel Aviv, la commedia soap di Sameh Zoabi

Presentato nella categoria Orizzonti alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, giovedì 9 maggio arriva nei nostri cinema Tutti Pazzi a Tel Aviv, la sorprendente commedia palestinese diretta da Sameh Zoabi.

Il film

Salam, un affascinante trentenne palestinese che vive a Gerusalemme, fa l’assistente ai dialoghi per una notissima e seguitissima soap-opera, intitolata Tel Aviv Brucia prodotta a Ramallah. Ogni giorno, per raggiugere gli studi televisivi, Salam deve passare attraverso un posto di blocco israeliano. Qui incontra il comandante incaricato del posto di blocco, Assi, la cui moglie è una fedelissima fan della soap opera. Per impressionare la moglie, Assi si fa coinvolgere nella stesura della storia della soap ambientata a Tel Aviv nel 1967.

Sameh Zoabi

Lasciamo ora spazio ad un estratto dell’intervista rilasciata da Sameh Zoabi.

Tutti Pazzi a Tel Aviv è una commedia. Cosa significa essere palestinese e fare una commedia in Israele?

È una grande sfida fare una commedia facendo i conti con le realtà israeliana e palestinese. Le persone considerano il territorio e il conflitto molto seriamente e ogni tentativo di fare una commedia può essere erroneamente interpretato come non abbastanza forte o serio. Io credo invece che la commedia lascia la libertà di discutere molto seriamente argomenti anche difficili in modi differenti. Con i film che ho realizzato ho cercato di divertire il pubblico ma anche di mostrare la condizione umana in cui i personaggi vivono realmente. Non cerco di fare una commedia a tutti i costi ma piuttosto di raccontare in maniera veritiera la realtà in cui come palestinese sono cresciuto. Aleggia un senso di disperazione ma c’è anche molta ironia e voglia di scherzare quando ci si ritrova seduti intorno ad un tavolo. In Tutti pazzi a Tel Aviv le vicende narrate fanno i conti con queste due diverse prospettive. Il tono, come nel mio film precedente, è da commedia – ma non banalizza una situazione che considero profondamente drammatica, ma piuttosto sfrutta le intuizioni che l’accentuazione comica può portare. Come diceva Charlie Chaplin “per ridere veramente devi essere in grado di sopportare il tuo dolore e giocarci”.

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Salam, il protagonista, lavora in una soap opera araba girata a Ramallah. Perché una soap opera?

Le soap opera sono importanti in Medio Oriente. Le persone le guardano e si appassionano. Trovo interessante che chi guarda le soap considera le azioni e gli scambi di battute molto più vicini alla realtà della recitazione sofisticata e dei dialoghi dei film che vedono al cinema. Il format della soap opera mi permette di esplorare situazioni che non avrei mai potuto affrontare al cinema. Per esempio, nella scena di apertura del film, che considero politica, i personaggi palestinesi della soap rivelano il loro punto di vista sulla guerra arabo-israeliana del 1967. Parlano delle loro speranze, della Storia e della paura per l’occupazione israeliana di Gerusalemme. Ne parlano sinceramente, senza filtri, ma visto che la scena si svolge all’interno di una soap opera, la prospettiva cambia.

Ci può raccontare qualcosa in più dei diversi livelli presenti nel film?

Durante la presentazione dei miei precedenti film, ho notato come i film possono innescare dibattiti sullo scontro israelo-palestinese che esulano dalla narrazione. C’era chi pensava che in fondo i miei film fossero troppo palestinesi, poco israeliani e chi il contrario. Lo scontro tra questi diversi punti di vista è il tema di fondo di tutto il film. A livello personale il film racconta di un artista (uno scrittore ispirato) che si strugge per trovare la sua voce all’interno di una specifica realtà politica. Sono attratto dalle persone come Salam che non hanno ancora compreso appieno le proprie inclinazioni. Cercano il proprio posto nel mondo e nel frattempo affrontano continue sfide e contrattempi. Sono attratto dai personaggi che si sforzano di cambiare, che vogliono migliorare la loro  vita ma non sanno come. Alla fine troverà la propria vocazione lungo il percorso del film.

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A livello più ampio il film racconta due realtà politiche: la prima, il racconto della guerra fatto attraverso la soap e le parole di Bassam, lo zio di Salam, che è il produttore e l’autore dello sceneggiato. Bassam appartiene alla vecchia generazione di palestinesi che ha combattuto la guerra nel 1967 ma ha anche firmato gli accordi di pace di Oslo. E la seconda, la realtà quotidiana del checkpoint. Alla fine la fiction e il racconto della realtà entrano in contatto e si mescolano. Come ogni giovane palestinese, Salam si trova a combattere con queste due aspetti. La vita di Salam e il suo rapporto con Assi si riflettono sulla soap e la arricchiscono anche di un significato differente. Per semplificare, Assi “l’occupante” vuole imporre la sua visione rosea della realtà a Salam “l’occupato”. Ma quando la sua fiducia in Salam cresce si rende conto che non è giusto e deve fermarsi. Non potrà cambiare nulla in Palestina e in Israele fino a che le persone rimarranno uguali. Questa è l’unico modo di andare avanti.