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Una Settimana e Un Giorno di Asaph Polonsky: il dovere di ricominciare

Vincitore del Prix Fondation Gan à la diffusion al Festival di Cannes 2016 – Semaine de la Critique, esce domani al cinema Una Settimana e Un Giorno, il film diretto da Asaph Polonsky incentrato sul diritto e il dovere di ricominciare.


Il film racconta il ritorno alla vita di Eyal (Shai Avivi) e Vicky (Evgenia Dodina), una coppia che dopo la riturale settimana di lutto della tradizione ebraica deve trovare la forza di andare avanti. Chi cercherà di farlo riprendendo la routine quotidiana e chi “sballandosi” con il figlio degli odiosi vicini di casa, stringendo con lui un rapporto unico e sorprendente.

Vi presentiamo un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Asaph Polonsky.

Ci può spiegare in cosa consiste la tradizione ebraica della “Shiv’ah”?

È la settimana di osservanza del lutto che ha inizio immediatamente dopo il funerale e si svolge nella casa del defunto oppure nella residenza dei suoi famigliari più stretti. I parenti e gli amici si ritrovano per sostenere ed assistere la famiglia del defunto nel periodo del lutto stretto. La Shiv’ah si conclude dopo la funzione del mattino del settimo giorno. Nel corso della seduta di Shiv’ah i congiunti in lutto non lavorano e trascorrono gran parte del tempo in casa.

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Era importante ambientare il film in Israele?

Per certi versi è una vicenda che potrebbe aver luogo ovunque nel mondo, due genitori perdono un figlio e devono farsene una ragione. Tuttavia, quello che rende il film israeliano sono i piccoli dettagli e il comportamento dei personaggi.

Inoltre, la tradizione della Shiv’ah è radicata nella comunità ebraica di Israele…

Consente una nuova prospettiva sul periodo del lutto. Per quanto sia un rituale affascinante, a me interessava soprattutto esplorare quello che accade quando si conclude. Trovo che la tradizione della Shiv’ah sia estremamente utile, ma ad un certo punto finisce ed è in quel momento che volevo iniziare il film, quando la realtà prende il sopravvento.

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Perché ha scelto di trattare questo tema in chiave di commedia?

A mio parere l’unico modo per raccontare la tragica storia di un padre che ha perso un figlio e che fa solo quello di cui ha voglia e di sua moglie che cerca di gestirlo dovendo contemporaneamente capire lei stessa cosa fare era di sottolineare l’assurdità della situazione, adottando un approccio diverso che permettesse all’ironia delle interazioni umane di emergere e accendere una luce in un racconto cupo. Altrimenti, per dirla in parole povere: mi piace ridere e piangere, quindi ho cercato di mettere insieme tutte e due le cose.