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Atlantide, i ragazzi dei barchini di Venezia inquadrati da Yuri Ancarani

Presentato nella sezione Orizzonti alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia, solo dal 22 al 24 novembre arriva nelle sale Atlantide, il film diretto dal videoartista e regista Yuri Ancarani interpretato da Daniele Barison, Maila Dabalà, Bianka Berenyi e Alberto Tedesco.

Il film

Daniele è un giovane che vive a Sant’Erasmo, un’isola della laguna di Venezia. Vive di espedienti, ed è emarginato anche dal gruppo dei suoi coetanei, i quali condividono un’intensa vita di svago, che si esprime nella religione del barchino: un culto incentrato sulla elaborazione di motori sempre più potenti, che trasformano i piccoli motoscafi lagunari in pericolosi bolidi da competizione. Anche Daniele sogna un barchino da record. Il degrado che intacca le relazioni, l’ambiente e le pratiche di una generazione alla deriva viene osservato attraverso gli occhi del paesaggio senza tempo di Venezia. Il punto di non ritorno è una balorda, residuale storia di iniziazione maschile, violenta e predestinata al fallimento, che esplode trascinando la città fantasma in un trip di naufragio psichedelico.

Yuri Ancarani racconta…

Il film nato senza sceneggiatura. I dialoghi sono rubati dalla vita reale, e la storia si è sviluppata in divenire durante un’osservazione di circa quattro anni, seguendo la vita dei ragazzi. Questo metodo di lavoro mi ha dato la possibilità di superare il limite di progettazione tradizionale nel cinema: prima la scrittura e poi la realizzazione. Così il film ha potuto registrare in maniera reattiva questo momento di grande cambiamento di Venezia e della laguna, da un punto di vista difficile da percepire, attento allo sguardo degli adolescenti. Il desiderio di vivere così da vicino le loro vite, dentro i loro barchini, ha reso possibile tutto il resto: Il film si è lentamente costruito da solo“.

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I ragazzi dei barchini sono maschi sull’orlo del passaggio all’età adulta: poi lasceranno il gruppo, cambieranno barca, affronteranno una nuova vita. Con loro ho fatto un passo in più in quella ricerca che sto compiendo ormai da vent’anni, tesa alla comprensione del mondo maschile. Da figlio di una ragazza madre, nella mia educazione ho acquisito dei valori dissonanti rispetto alla società in cui mi trovo a vivere adesso. Ho avuto un’impronta iniziale basata sull’amplificazione delle mie attitudini, delle mie inclinazioni alle arti, alla bellezza. E poi però mi sono trovato sulla strada, con regole e valori completamente diversi. Ripercorrendo, insieme con i ragazzi del film, quei primi rituali – anche violenti – che sembrano l’unica possibilità per diventare grandi ho ritrovato le mie antiche domande, ho riconosciuto in loro una comune esigenza di portare tutto al limite, anche nella velocità. Non ho cercato le risposte, girando, ai miei antichi dubbi e ai loro, perché sommersi come siamo da certezze preconfezionate ho ritenuto prezioso raccontare l’età in cui sono più importanti le domande. Una in particolare ci ha accompagnato per tutte le riprese: nel film non c’è, ma è quella che abbiamo sentito ripetere più volte. È un interrogativo terribile, che non ci sfiora nell’infanzia ma segna il passaggio a un’età adulta, a un altro tipo di barca. È la domanda che ci ripeteva il ragazzo che nella storia sarebbe stato destinato a schiantarsi contro le bricole: “Perché devo morire, proprio io?“.