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D.A.D., l’umanità in buca di Marco Maccaferri

D.A.D., acronimo di Double-Armed/Android Sniper/Device, è il claustrofobico film di Marco Maccaferri, che lo ha anche scritto insieme a Diego Runko, da oggi al cinema. Protagonista un cast numeroso: Stefano Annoni, Luca Bastianello, Giovanni Battaglia, Giorgio Borghetti, Maria Carpaneto, Francesca Cassottana, Giusto Cucchiarini,  Elisabetta De Palo, Hervé Diasnas, Mattia Fabris, Magdalena Grochowska, Melania Maccaferri, Valentina Mignogna, Stefano Orlandi, Clemente Pernarella, Ivana Petito, Emilio Romeo, Emilia Scarpati Fanetti, Arianna Scommegna, Alice Torriani, Eleonora Trevisan.


Diciannove persone sono nascoste e in fuga in un buco largo sei metri e lungo otto. È una porzione di terreno scavato probabilmente per le fondamenta di una casa. Terra, qualche calcinaccio e sacchi di cemento che gli abitanti del buco usano come riparo, giaciglio. Sulla parete a sud si affaccia un tubo dal quale esce un rivolo d’acqua; una grande ruspa con la benna immobile si staglia sul cielo, ed è il cielo l’unica visuale permessa ai 19 fuggiaschi.

Già, perché tutti loro hanno un grosso problema: non appena mettono fuori il naso dalle basse pareti che circondano il buco, vengono metodicamente falciati da precisi colpi di mitragliatrice. Non sanno chi li tiene lì, chi non viene a stanarli, chi si diverte in un gioco al massacro; sanno che devono camminare carponi, strisciare e non alzarsi mai. E i 19 comunque vivono, interagiscono tra loro, scatenano sentimenti irrazionali, litigano, organizzano la fuga, si amano, fanno amicizia.

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Non si sa molto del perché sono lì. Una guerra? Bande armate che si sono scatenate nella zona? Sadici assassini? Brandelli di dialoghi raccontano il passato del gruppo: la loro vita prima del buco, le cose o le persone lasciate bruscamente al momento della fuga. Ma è soprattutto il tempo presente che importa: una malinconica, nevrotica, amara e paradossale realtà.

Ecco la presentazione del film di Marco Maccaferri:

Questo è un film inquieto, adrenalinico e claustrofobico. Il tutto è più che reale: i vestiti che i personaggi portavano nel loro vivere quotidiano, ora sporchi e laceri, il terriccio argilloso, il cielo vivido… E tuttavia si resta sempre in bilico tra immagini fortemente realistiche e il desiderio che sia tutto frutto dell’immaginazione o di un incubo notturno; tra un sogno ad occhi aperti e la più crudele coscienza di una vita senza sbocchi, arida, che sovrasta la pur forte umanità dei 19 caratteri. Un modo di vivere che s’intromette violentemente nelle loro esistenze – felici? monotone? – precedenti al buco”.

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Non vedremo mai cosa c’è al di là del buco, chi è o chi siano i sadici carcerieri, al punto che gli stessi personaggi non se lo chiederanno nemmeno più: troppo presi da problemi di sopravvivenza impellenti, troppo occupati a vivere al meglio gli ultimi giorni, ore e minuti della loro piccola e grande vita”.