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Disco Ruin, dal luccichio all’abbandono, 40 anni di Club Culture Italiana

Presentato come pre-apertura alla 14esima Festa del Cinema di Roma e in Concorso nella sezione Panoramica Doc – al 20° Glocal Film Festival, lunedì 5 luglio uscirà nelle sale Disco Ruin, il documentario diretto da Lisa Bosi e Francesca Zerbetto che racconta 40 anni di Club Culture Italiana. Con l’interpretazione dell’attrice Ondina Quadri e arricchito dalla bellissima testimonianza del compianto Dj Claudio Coccoluto, il film mette al centro del racconto le discoteche che, sin dagli anni ’60, rappresentano uno spaccato della società italiana.

Il documentario

Disco Ruin è un viaggio visionario che ci racconta l’ascesa e il declino dell’Italia del clubbing. Tra notti in autostrada e afterhours che divorano il giorno, il documentario attraversa – dagli anni ’60 ai ’90 – quattro generazioni che vogliono essere “messe in lista” per entrare in questi luoghi di aggregazione e di perdizione, dove non conta che cosa fai di giorno, ma solo chi interpreti durante la notte. Quarant’anni in cui la discoteca ha prodotto cultura, arte, musica e moda. Disco Ruin ci mostra un’Italia che non esiste più ed in particolare un luogo – la Discoteca – che, ancora nel pieno di questa pandemia, rappresenta l’aggregazione proibita per eccellenza. In attesa delle riaperture – che sostanzialmente indicherebbero forse la vera fine di questo incubo – il film comincia dalla fascinazione evocata dalle rovine di centinaia di discoteche abbandonate in tutta Italia. Quelle “cattedrali del divertimento” sono state i più potenti luoghi di aggregazione, decennio dopo decennio. Hanno spostato migliaia di persone di tutte le classi sociali su e giù per l’Italia. Nessun altro luogo riesce meglio a concentrare più arti insieme: le discoteche calamitavano e lanciavano tutte le nuove tendenze. 

Lisa Bosi e Francesca Zerbetto raccontano…

“I protagonisti delle discoteche che raccontiamo ci hanno aperto le porte del loro “Altromondo”. Abbiamo raccolto le testimonianze di chi l’ha vissuta, di chi ci ha suonato, di chi ne è stato il protagonista. Storie che raccontano le trasformazioni della nostra società nelle sue ore di svago ed eccessi, in ambienti in cui le classi sociali si mescolano. Momenti in cui la libertà di esprimere il corpo, la sessualità, l’individualità e la creatività sono leciti, quasi necessari, vagheggiando ognuno “quindici minuti di celebrità” per provare a essere “re per una notte”. Luoghi magici e di perdizione, di alienazione, in cui attraverso liturgie di gruppo si animavano e celebravano riti collettivi quasi tribali risvegliando istinti primordiali: la danza, la musica, l’incontro tra i sessi“.

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Italian Disco Story

Gli anni ’60 – ’70

Prima il liscio nell’aia, poi le balere e infine le discoteche. Negli anni ‘60 furono gli architetti ad accorgersi del nascere di nuovi comportamenti sociali e del bisogno di contenitori per il ballo. La discoteca nasce come luogo della creatività, della libertà, dell’Utopia, sempre in bilico tra una stravagante avanguardia e un inguardabile kitsch. Camaleontica come lo è l’arte, accoglie fin da subito al suo interno performance e allestimenti in continua evoluzione. Ma la vera consacrazione della discoteca arriva negli anni ‘70 con un vento carico di Disco Music dall’America. In Italia, ben due anni prima dello Studio 54 e del Paradise Garage di New York, apre la Baia degli Angeli. Bagliori di edonismo, che troverà poi la consacrazione nella decade seguente, fanno dimenticare tutto ciò che succede fuori dalla pista illuminata, mentre l’eroina arriva in un’Italia totalmente impreparata. 

Gli anni ’80

Nella prima metà degli anni ‘80 si assiste a una rivoluzione culturale che cambia il volto dell’intera società italiana: nascono i canali televisivi musicali, l’edonismo è ormai uno stile di vita, l’immagine, caratterizzata dagli eccessi e spesso dai colori esagerati, prende il sopravvento. La notte diventa un luogo dove mascherarsi, dove esibire il corpo che durante la settimana lavorativa viene nascosto. Luogo dove mostrare ambiguità e fluidità sessuali, eccentricità, personalità, istinti non convenzionali: è una sorta di liberazione, un riscatto dal conformismo quotidiano. Nascono i club nell’accezione moderna del termine. Inizia il perfido meccanismo della selezione alla porta. Ma non importa quanto siano costosi gli abiti che si indossano. Club come il Plastic e il Kinki richiedono una presenza di personalità, un riconoscersi “diversi” per appartenere ad una nuova famiglia. È un’estetica debitrice dell’universo gay, queer, transgender, che qui, prima che in altri luoghi, trovano spazio per esprimersi. E poi ragazze sul cubo dal look barbie, trionfo dei colori, pvc trasparente. Pura performance. La colonna sonora di queste notti si fa martellante e carica di suoni elettronici. Passando dall’Italo Disco, sarà ancora l’America ad invadere la penisola con la nuova musica House e Techno. Il futuro è arrivato. L’avvento dell’ecstasy (inizialmente legale) sarà come gettare benzina su un fuoco già acceso. Ma la festa subisce un arresto improvviso. Arriva l’AIDS e la libertà sessuale duramente conquistata diventa improvvisamente un veicolo di morte.

Il Piper

Il Piper

Gli anni ’90

È negli anni ’90 che la discoteca assume caratteri quasi religiosi. Un movimento giovanile di questa portata non si era mai visto. I dj fanno muovere con la loro testa e la loro musica un magma umano formato da migliaia di ragazzi pronti a seguirli su e già per l’Italia in un nomadismo notturno che esaspera l’opinione pubblica. La notte non basta più e il clubbing si spalma sulle 48 ore del week end con la proliferazione di “after-hour” e “tea-dance”. Le discoteche diventano enormi “cattedrali” e si allontanano dai centri delle città. Il popolo della notte attirerà su di se gli sguardi impietosi dei media per i problemi di alcool e droga. Tutto il teatro performativo, le sperimentazioni musicali e la moda rimarranno tristemente annegate in un turbinio di polemiche, mentre si balla tutte le notti. Imperativo “Vietato dormire”!

Epilogo Hangover

Di quegli anni oggi rimangono molti ruderi abbandonati come astronavi in tutto il territorio italiano. Accettazione della diversità, superamento delle differenze di classe sociale, senso di appartenenza ad un movimento, sperimentazione artistica. Questa l’eredità lasciata da quel mondo che si nutriva dell’eccitante curiosità di chi non ha già visto tutto nella vita.

Claudio Coccoluto

Claudio Coccoluto

Testimonianze e luoghi

Tra le mura di ogni discoteca storica c’è un mondo da raccontare. Una parabola che attraversa il costume e la vita delle generazioni che si sono succedute sulle piste. Disco Ruin, oltre a Coccoluto, ha visto la partecipazione di Dj, Producer, Performer e imprenditori e altri addetti ai lavori del mondo disco come: Albertino, Ugo La Pietra, Corrado Rizza, Pietro Derossi, Bruno Casini, Pierfrancesco Pacoda, Andrea Oliva, Daniele Baldelli, Lele Sacchi, Giancarlo Tirotti, Gianni Andreatta, Paolo Martini, Carlo Antonelli, Nicola Guiducci, Niconote, Sabrina Bertaccini, Simone Merlini, Maurizio Monti, Lorenzo LSP, Claudio Antonioli, Massimo Giorgetti, Demo Ciavatti, Andrea Carnoli, Ralf, Alex Neri, Leo Mas, Francesco Farfa, Ferruccio Belmonte. Attraverso loro, vengono raccontate le storie di locali storici: dal Piper al Bang Bang, dallo Space Electronic all’Altromondo, dalla Baia degli Angeli al Cosmic, dall’Easy Going all’Histeria, dal Plastic al Kinki, dall’Ethos al Macrillo, dal Movida al Diabolik’a, dal Vae Victis all’Exogroove, dal Big allo Studiodue, da Le Cinemà al Cocoricò, dall’Imperiale all’Insomnia, dal Kama Kama agli Angels of Love, dall’Echoes all’Alterego ed al Tenax.