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Julie Delpy è la mamma del pazzoide Lolo

Arriverà il 1° settembre al cinema Lolo – Giù le Mani da Mia Madre, la nuova commedia scritta, diretta e interpretata da Julie Delpy, affiancata sul set da Dany Boon, Vincent Lacoste e Karin Viard.


Durante una vacanza nel sud della Francia la sofisticata e chic Violette (Julie Delpy) incontra Jean-René (Dany Boon), un informatico un po’ imbranato ma amante della vita. Contro ogni previsione i due sono subito in sintonia e alla fine dell’estate Jean-René non vede l’ora di raggiungere la sua amata a Parigi. Ma la loro diversa estrazione sociale e Lolo (Vincent Lacoste), il figlio diciannovenne di Violette, non renderanno le cose facili.

Vi lasciamo ora ad un estratto dell’intervista rilasciata da Julie Delpy.

Come è nato il soggetto del film?

Un giorno con Eugénie Grandval, che ha scritto il film insieme a me, scherzavamo sul rapporto che io e mio figlio di sei anni ‒ «il mio piccolo imperatore» ‒ avremo fra quindici anni. L’idea ci ha divertite, così come quella di immaginare una coppia insolita ‒ lui sempliciotto e provinciale, lei nel mondo della moda – con una relazione minacciata dalla presenza del figlio. Una storia semplice ma con personaggi, situazioni e dialoghi divertenti.

Vincent Lacoste

Vincent Lacoste

Conosciamo ormai i personaggi di Tanguy, ma Lolo è un caso molto particolare…

Senza svelare troppo del film, possiamo dire che Lolo è un grande manipolatore. Mi è sempre piaciuta l’idea di mettere in scena dei personaggi nevrotici o psicotici. Conosco un bel po’ di gente di questo tipo. Nella vita non ci trovo niente di comico, ma nel cinema mi fanno ridere.

Lei interpreta Violette, la madre, una quarantenne che è arrivata ai vertici nella vita professionale ma è rimasta ferma nella vita amorosa.

Era importante mostrare le sue debolezze e le sue fragilità. Ho spesso modo di riscontrare attorno a me questa realtà: il fatto che si sia affermati nel lavoro e che si possieda un bell’appartamento non garantisce di potersela cavare altrettanto bene nei sentimenti. Violette ha una grossa mancanza: ha dedicato tutto il suo tempo al lavoro e a crescere suo figlio. È evidente che lui non ha smesso di metterle i bastoni fra le ruote, ma lei stessa non ha fatto niente per far evolvere la situazione. Continua a fargli da balia, ogni mattina gli prepara la colazione con le uova alla coque ‒ e, per citare Freud, queste uova che gli serve in un portauovo a due evocano l’immagine di due seni.

Julie Delpy

Julie Delpy

Finora nei suoi film c’è sempre stato molto spazio per la famiglia. In Lolo, invece, Violette è una donna sola con un figlio.

Diversamente dai miei film precedenti, qui i genitori di Violette non esistono. Volevo che fosse un po’ sradicata, che non fosse ancorata a una famiglia, ha solo suo figlio e la sua amica. Questo dipende senza dubbio dal fatto che, diventando madre, sono passata dall’altro lato.

Parlando di relazioni figli-genitori, il personaggio di Karin Viard è l’opposto del suo e non sopporta sua figlia.

La odia. Detesta il rapporto di tirannia che c’è fra di loro, ma questo comunque non impedisce al loro rapporto di esistere. Ci tenevo molto al fatto che Karin fosse una presenza forte nonostante non sia un personaggio che ricorra in tutto il film. In linea generale, voglio far esistere tutti i personaggi dei miei film. Questa era una caratteristica del cinema francese che poco a poco si è persa e io voglio riportarla in vita.

Julie Delpy e Karin Viard

Julie Delpy e Karin Viard

Nel film, quando lei e Karin Viard parlate di sesso usate un linguaggio incredibilmente forte, crudo e fresco, che è raro trovare nei film francesi.

È un linguaggio che proviene dall’educazione dei miei genitori (Albert Delpy e Marie Pillet). Sono stata cresciuta con «Charlie Hebdo» e «Hara Kiri». A sei anni leggevo «Il porcone», il fumetto di Reiser. Erano letture spinte, un po’ trash, ma intelligenti, molto divertenti e mai completamente volgari. Anche a me piace oltrepassare i limiti senza scadere nella volgarità. È il mio modo di scrivere. Viviamo in un’epoca in cui siamo sempre più imbrigliati dai codici del linguaggio e dal politicamente corretto ma questo non ci rende migliori, al contrario: la paura regna sovrana e sta tornando il fascismo.

Violette è direttrice artistica di sfilate di moda, Jean-René è un semplice informatico di provincia. Che personaggio è lui?

Jean-René è naïf ma non è stupido. Ama Violette e vuole conquistare l’affetto di suo figlio. Nell’ingenuità ci sono una purezza e una bontà che non hanno niente a che vedere con la stupidità. Sicuramente è un po’ credulone e prende per oro colato tutto quello che gli dicono. Con questo carattere non è facile affrontare un tipo machiavellico come Lolo.

Violette e Jean

Violette e Jean-René (Dany Boon)

Chi è Lolo? È crudele sia con Jean-René che con sua madre…

Lolo vuole letteralmente divorare sua madre, e poiché fa una proiezione di se stesso sugli uomini che si interessano a lei, le dice che Jean-René è uno psicopatico che vuole divorarla: Jean-René diventa quindi il lupo cattivo che vuole mangiare la sua mamma. Dietro quell’aria da artistoide pieno di sé, Lolo è ancora molto infantile e non si è ancora sganciato dal cordone ombelicale. È un perverso, è nato così, e in più Violette lo ha cresciuto male. Se ne rende conto alla fine.

A cosa si ispira il suo stile di regia? Quanto è influenzata dal metodo di lavoro americano?

Gli americani tendono a seguire delle prassi molto rigide, io cerco di trovare un equilibrio. Sono piuttosto quadrata, non mi va di partire alla cieca e preparo nel dettaglio tutti i miei piani di lavorazione. Ma quando mi ritrovo sul set e capisco – o qualcuno mi fa capire – che può esserci una soluzione migliore non esito a stravolgere tutto. Il cinema è un lavoro di squadra, dall’inizio alla fine. Amo le persone che sanno lavorare sodo senza stressarsi, che riescono nello stesso tempo a essere seri e ironici. Io cerco di fare lo stesso: fare bene il mio lavoro lasciando la porta aperta alle idee che nascono. Non ho un metodo: ogni giornata, ogni scena, ogni attore è diverso e io mi adatto.

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Lei è spesso paragonata a Woody Allen…

Adoro Woody Allen! Abbiamo molte nevrosi in comune – l’ossessione della morte e del sesso, così come una sorta di bulimia creativa. Purtroppo però io sono una donna e i miei progetti spesso si bloccano a causa dei finanziamenti: negli Stati Uniti, ancora oggi, le donne sono penalizzate. Possiamo girare film romantici ma non di guerra, eppure io l’ho scritto il mio Dittatore dello Stato Libero di Bananas! C’è a malapena Kathryn Bigelow che può permettersi un film sulla guerra in Iraq, ma ha dovuto lottare quarant’anni per arrivarci. In questo senso la Francia è più evoluta.