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La Bella e le Bestie, la Donna inquadrata da Kaouther Ben Hania

Presentato nella sezione Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes e girato attraverso nove piani sequenza, oggi esce al cinema La Bella e le Bestie, il terzo lungometraggio della pluripremiata regista tunisina Kaouther Ben Hania che racconta la questione delle donne nel mondo arabo e non solo, svelando l’omertà e la corruzione delle strutture pubbliche attraverso la storia di una giovane e bella studentessa che dovrà combattere per i propri diritti e la sua dignità.

La Bella e le Bestie si ispira ad una storia realmente accaduta. Una storia tra le tante, tantissime, insabbiate e taciute che non hanno mai trovato giustizia. Durante una festa studentesca, Mariam (Mariam Al Ferjani), una giovane donna tunisina, incontra il misterioso Youssef (Ghanem Zrelli) ed esce con lui. Inizia una lunga notte, durante la quale dovrà combattere per i suoi diritti e la sua dignità. Ma come può avere giustizia quando si trova dallo stesso lato dei suoi aggressori?

Vi proponiamo qui sotto un estratto dell’intervista rilasciata da Kaouther Ben Hania.

Sia nei documentari che nei film di finzione, i tuoi lavori mantengono sempre uno stretto legame con la realtà sociale.

Ho iniziato con i documentari perché, per me, i film di finzione erano qualcosa di estremamente difficile. I film di finzione sono creati da più “elementi fuorvianti”, eppure da questa menzogna deve uscire una certa autenticità. Filmare ciò che è reale attraverso un documentario mi ha permesso di ripensare questa nozione e sviluppare gli strumenti necessari per affrontare i film di finzione.

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Utilizzando un evento di vita reale, il film esplora i codici del cinema di genere, dal thriller all’horror, attraverso l’incubo vissuto dalla protagonista nell’arco di una notte.

Mi piace molto il cinema di genere, in particolare i film horror, che trovo davvero affascinanti. Questo non è un film horror in realtà, è molto più vicino ad un incubo; ma questo non mi impedisce di includere citazioni dei film che amo. Dal momento in cui ho iniziato a lavorare con gli attori e a scrivere la sceneggiatura, ho avuto in mente quei riferimenti. Mi piace molto la tensione nei film: l’idea era anche di mantenere una sorta di tensione verosimile (la burocrazia può portare esattamente a questo tipo di incubo Kafkiano) anche se rimane nel genere. Per me, i film horror sono estremamente realistici. Infatti, il personaggio di Youssef paragona la sua vita a quella di un film zombie. Questi film possono davvero suscitare emozioni molto reali suscitate dalla vita di tutti i giorni.

Nel film, il riferimento ai film horror porta in primo piano la questione dell’umanità dei personaggi dove la dignità umana non è più rispettata.

Dalla prospettiva di Mariam, la storia è crudele, ma allo stesso tempo – paradossalmente – diventa insignificante per gli ospedali e la polizia. Per loro, è solo un altro giorno di lavoro. Vedono le vittime come Mariam ogni notte. La differenza tra questi due atteggiamenti, quello della tragedia personale da un lato e l’indifferenza delle istituzioni dall’altro, definisce il tono del film. I vari personaggi secondari del film giustificano il loro comportamento orribile con i limiti della loro professione: il malfunzionamento dell’amministrazione, la solidarietà all’interno delle forze di polizia o la mancanza di personale negli ospedali. È una specie di logica operativa che potrebbe accadere a chiunque, dai piccoli atti di codardia a quelli più riprovevoli. Puoi facilmente e involontariamente perdere l’umanità di compromesso in compromesso. La tensione nel film è costruita su un conto alla rovescia al contrario che quindi non terminerà con l’esplosione del personaggio principale – ma piuttosto con la sua costruzione. Se Mariam non molla la presa, è perché i personaggi molto più forti attorno a lei non si aspettano la sua reazione. Fin dall’inizio volevo costruire il personaggio di una giovane donna completamente normale, con paure normali, che racconta mezze verità e che sembra una santarellina. Alla fine riscopre se stessa perché si trova di fronte a eventi eccezionali. Dimostra un istinto di sopravvivenza che non sapeva di avere. All’inizio del film lei era persa e avevo bisogno del personaggio di Joseph per sostenerla, anche se qualche dubbio ce l’aveva su di lui. Non capiamo se lui sia davvero interessato a lei o incarni la figura del militante che gli altri si aspettano. Quando Youssef non è più al suo fianco, Mariam si trova sola contro le “bestie”, e deve farcela. Da qui in avanti lei rompe un ordine che tutti conoscono e accettano.

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Mariam rappresenta la gioventù che crede fortemente in una democrazia costituzionale derivante dal nuovo ordinamento scaturito dopo la fine del regime di Ben Ali in Tunisia?

In realtà, non volevo darle un passato militante. Ecco perché l’ho rappresentata come un’ingenua quando mente al poliziotto. Youssef è molto più politicizzato, è lui che parla della Rivoluzione. Quando ti confronti con l’ingiustizia diventi automaticamente un militante per sopravvivere. Mariam vuole che gli uomini che l’hanno violentata vadano in prigione. Se parliamo di vendetta sotto forma di giustizia civile, allora non parliamo di militanza. Ma essa comincia là dove un sistema sociale nega completamente il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini. Mariam comincia un viaggio in cui vuole soltanto giustizia e riparazione alla sua richiesta di ascolto per quello che le è successo. Diventa quindi una militante nel momento in cui realizza che questo è impossibile. All’opposto di lei, “le bestie”, diventano violenti non per ciò che Mariam rappresenta ma perché osa denunciarli. La polizia farà di tutto per umiliarla appellandosi al disprezzo sociale per tutto ciò che è provinciale. Questa manifestazione di denigrazione e disprezzo per l’altro costituisce un’arma psicologica nei conflitti tra gruppi.

Mariam combatte anche contro la «normalizzazione del male» quando le persone che incontra trattano lo stupro con disprezzo e indifferenza.

A questo proposito, il film è una presa di coscienza di questa “normalizzazione del male” – non solo in Tunisia, ma in tutto il mondo. In questo contesto, faccio un riferimento al documentario intitolato The Hunting Ground (Terreno di Caccia) (Kirby Dick, 2015), che si occupa di casi di stupro in prestigiose università statunitensi (Columbia, Harvard, ecc.), dove alle vittime femminili non viene concessa giustizia da parte delle amministrazioni del campus. Queste università sono, infatti, imprese di un sistema iper-competitivo, e non vogliono vedere danneggiata la loro reputazione. Inoltre, le amministrazioni spingono le vittime di stupro a rimanere in silenzio – tanto più se gli accusati sono amati campioni della squadra di football, che rappresenta un grosso business. La Bella e le Bestie è un film sui diktat delle istituzioni più ancora che sullo stupro. Ecco perché la violenza viene commessa da agenti di polizia, in altre parole coloro che incarnano il monopolio della violenza simbolica nella società. Le società moderne sono in realtà fondate su questa idea in cui gli individui sono protetti da pubblici ufficiali.

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Una delle tattiche utilizzate dal poliziotto che cerca di zittire Mariam consiste nel giocare la carta di una società in costruzione che ha bisogno delle forze di polizia e pertanto non può essere danneggiata.

È quel tipo di ricatto che tutti conosciamo e che consiste nell’opporre la sicurezza alla libertà, come se non potessero convivere. Così facendo, per avere una forza di polizia forte, devi darle potere assoluto e girarti dall’altra parte per non vedere quando questa commette crimini. E’ una cosa iniziata negli Stati Uniti dopo l’11 settembre e la ritroviamo in Francia e altrove sotto forma di “leggi di emergenza”. Con questo tipo di ricatto, è meglio chiudere la bocca per quanto riguarda gli abusi della polizia se si vuole evitare la guerra civile e la minaccia del terrorismo.

Questo film è basato su una storia vera: in cosa si differenzia dalla realtà dei fatti?

Mi sono presa molte libertà. È una notizia che ha avuto un forte impatto su di me all’epoca e che ha avuto molta attenzione e molte dimostrazioni di supporto per la vittima. Ho usato l’evento che ha scatenato tutto, che era lo stupro. Ma i personaggi del film non assomigliano in alcun modo alle persone reali. Nessuno degli eventi che si svolgono nella sceneggiatura sono realmente avvenuti: ad esempio la vittima di stupro incappa nei suoi aggressori la stessa notte ma non per le stesse ragioni che abbiamo messo in sceneggiatura. Non ho voluto incontrare la vittima di stupro e neppure l’autrice del libro, abbiamo acquistato i diritti in modo di avere la possibilità di una re-interpretazione. Alla fine però ci siamo incontrate per leggere la sceneggiatura, che non l’ ha particolarmente soddisfatta, e la cosa era comprensibile: quando hai vissuto un’esperienza traumatica, puoi sentirti tradita quando vedi una rappresentazione di quella esperienza che non è fedele. Oltre al coraggio che ha dimostrato testimoniando in tribunale e attraverso il suo libro, volevo anche parlare di tutte le voci delle donne che non vengono ascoltate.

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Sarebbe stato possibile fare questo film qualche anno fa?

Chiaramente, questo film non poteva essere fatto in Tunisia prima del 2011. Anche se non fa un ritratto lusinghiero delle forze dell’ordine in Tunisia, il Ministero della Cultura sostiene il film. Per me, questo è un potente sostegno simbolico in un momento in cui il pessimismo generale regna sulla Tunisia. È un segno che le cose in questo paese stanno cambiando. Come il personaggio principale del film, niente potrà più essere come prima. La cosa più importante, il film sta dicendo a tutte le persone che sono ancora sotto il regime di Ben Ali, è che l’ordine sociale non può più essere lo stesso.