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La lotta tra ricchi e poveri ne La Guerra Dei Cafoni di Barletti-Conte

L’eterna lotta tra ricchi e poveri rivive in una guerra tra due bande di adolescenti, in una Puglia magica dove è bandita ogni presenza adulta. È questo il tema al centro de La Guerra Dei Cafoni, il film diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte tratto dall’omonimo romanzo di Carlo D’Amicis.


A Torrematta, territorio selvaggio e sconfinato in cui non vi è traccia di adulti, ogni estate si combatte una lotta tra bande: da una parte i figli dei ricchi, i signori, e dall’altra i figli della terra, i cafoni. A capo dei rispettivi schieramenti si fronteggiano il fascinoso Francisco Marinho (Pasquale Patruno) e il torvo Scaleno (Donato Paterno). Si combattono dalla culla, trascinando nel conflitto di classe i propri “soldati”.

Ma quell’anno i cafoni decidono di ribellarsi alla supremazia dei signori: i simboli del potere verranno presi di mira e poi letteralmente attaccati, trasformando lo scontro in una vera e propria guerra di conquista. Mentre nascono alla vita adulta, alle spalle di tutti i giovani protagonisti di questa storia, muore un’epoca; e con essa l’ultima occasione per combattere una guerra fatta sì di violenza, ma anche di epica e di poesia.

Francisco Marinho

Francisco Marinho

Davide Barletti e Lorenzo Conte spiegano perché hanno deciso di realizzare La Guerra Dei Cafoni in cinque punti che vi riportiamo di seguito.

1- Perché attraverso una commedia divertente e poetica, La Guerra dei Cafoni traccia una potente allegoria del passaggio dall’Italia di ieri, dove il conflitto sociale era esplicito e regolato da un ordine quasi cavalleresco, a quella di oggi, dominata dai consumi e dall’ambizione. Si ride e ci si commuove, nel nostro film, ma si offre anche un motivo di riflessione sulla trasformazione di un Paese: motivo tanto più potente quanto più è affidato a dei ragazzini lontani dalla Storia, ma in procinto di passare, proprio come l’Italia degli anni Settanta, da una fase all’altra della propria vita.

2- Perché La Guerra Dei Cafoni offre interamente la scena a una ventina di adolescenti, chiamati non solo a riempire uno schermo ma anche a formarsi come uomini adulti attraverso l’esperienza della recitazione. Per questi ragazzi, selezionati dalla strada attraverso un accurato lavoro di casting, questo film non è stato solo un set, ma anche condivisione di un’esperienza, che li ha portati, attraverso  un percorso laboratoriale durato mesi, a scoprire qualcosa di sé. Fare emergere questo sé nel film è stata un’altra delle scommesse di questo progetto.

Scaleno

Scaleno

3- Perché La Guerra Dei Cafoni tenta di rileggere in modo originale un territorio ormai stereotipato: la Puglia, in questi ultimi anni, è stata spesso teatro di produzioni cinematografiche, finendo con il rappresentare una cartolina uguale a se stessa. Le masserie, i trulli, e soprattutto il mare non sono banditi da questo film, ma rappresentano solo un aspetto di uno scenario ancora da scoprire. Il film rivela lagune metafisiche, boschi magici, bunker militari abbandonati, covi di guerra, dipingendo così una Puglia inedita e sorprendente.

4- Perché La Guerra Dei Cafoni prova a rileggere un’epoca ormai stereotipata: gli anni Settanta non sono solo pantaloni a zampa d’elefante e telegiornali d’epoca che parlano del sequestro Moro, ma un abito mentale che faceva degli italiani (perfino dei piccoli, marginali italiani di questo film) delle persone diverse da quelle di oggi, con un sistema di valori e con un’idea dei rapporti personali e sociali assai specifica. Il nostro lavoro elabora gli anni Settanta proprio in questi termini: psicologici e culturali, molto più che folkloristici e nostalgici.

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5- Perché La Guerra Dei Cafoni prova ad avere gli strumenti per coniugare un genere popolare come la commedia comica, e a tratti perfino romantica, con una storia ricca di implicazioni e di significati sociali e culturali, rispettando canoni classici e nello stesso tempo cercando estetiche originali, dal basso, in linea con quel “cinema del reale” da cui noi come registi proveniamo. Perché il progetto, insomma,  non nasce come un compitino, magari ben fatto ma incapace di aggiungere qualcosa all’attuale repertorio del nostro cinema, ma è una sfida ambiziosa che rivendica la possibilità di conciliare la natura popolare e quella autoriale insite nel linguaggio filmico.