Lezioni di Persiano 0

Lezioni di Persiano, la Memoria di Vadim Perelman

Dal 27 aprile in 7 sale cinematografiche arriva Lezioni di Persiano, il film, diretto da Vadim Perelman presentato all’ultimo Festival di Berlino e ambientato nella Francia occupata dai nazisti nel 1942. 

Il film

1942. Siamo nella Francia occupata. Gilles (Nahuel Pérez Biscayart) viene arrestato da soldati della SS insieme ad altri ebrei, e trasportato in un campo di transito in Germania. Riesce a salvarsi, giurando alle guardie che non è ebreo, ma persiano. Questa bugia salva temporaneamente Gilles, ma lo trascina in una impresa che potrebbe costargli la vita: insegnare il farsi a Koch, l’ufficiale responsabile delle cucine del campo (Lars Eidinger), che sogna di aprire un ristorante in Iran appena la guerra sarà finita. Grazie ad un trucco ingegnoso, Gilles riesce a sopravvivere inventando ogni giorno parole di persiano e insegnandole a Koch. L’insolita relazione fra i due uomini solleva le gelosie di altri prigionieri e di altre guardie delle SS nei confronti di Gilles. E mentre i sospetti di Koch aumentano di giorno in giorno, Gilles si rende conto che non sarà in grado di mantenere a lungo il suo segreto.

Vadim Perelman

Lasciamo ora spazio ad un estratto dell’intervista rilasciata dal regista, Vadim Perelman.

Il film è basato o ispirato ad una storia vera?

Il film si basa su un racconto scritto da Wolfgang Kohlhaase, intitolato Erfindung einer Sprache, ovvero invenzione di una lingua. Ma esistono centinaia di storie simili che raccontano come le persone riescono a salvarsi usando acume e intelligenza. Mi piace pensare che Lezioni di Persiano rappresenti una summa di quelle storie. Un amico raccontò a Kohlhaase una storia simile alcuni anni dopo la guerra, che però era simile solo sotto certi aspetti. L’adattamento di Kohlhaase presenta dettagli completamente diversi. Ci sono storie che sono accomunate da un’unica cosa, ovvero dal fatto che sono storie di follia, precisamente perché occorrono coraggio, fortuna, rapidità di pensiero e l’aiuto di altre persone per riuscire a sfuggire alla persecuzione instancabile dei nazisti e dei loro sostenitori.

Lars Eindiger

Lars Eindiger

Un tema molto importante del film è la memoria: memorizzare una lingua, e il ruolo della lingua nella memoria, considerato il fatto che prima della fine della guerra sono state distrutte tante prove.

È vero, quello della memoria è uno dei temi più importanti nel film, come lo è anche quello della creatività. Credo che l’ingegno e la forza di cui è capace il nostro spirito nelle situazioni di difficoltà siano davvero cose straordinarie. Il risultato di questa storia è che trasformando i nomi dei prigionieri in parole di una lingua straniera Gilles riesce a renderli immortali, a preservarne la memoria. Durante la guerra furono tante le persone che scomparvero, di cui non si seppe più nulla, perché tutti gli archivi ed i registri dei campi furono bruciati dai nazisti.

Il film parla anche del collegamento fra lingua e immigrazione: anche lei ha dovuto imparare l’inglese prima di emigrare in Canada. Che cosa significa per lei quel processo di apprendimento di una lingua, e perché è importante in questa storia?

Credo che in particolare il tema dell’immigrazione riguardi il capitano Koch, che vorrebbe emigrare in Iran per aprire un ristorante tedesco. Koch capisce bene che occorre imparare la lingua locale per essere in grado di sopravvivere in un Paese, per potersi integrare.

Il film ci mostra una relazione complessa, squilibrata, basata sull’interesse reciproco, ma che a volte sembra andare più in profondità di questo: che cosa voleva comunicare, attraverso quella relazione?

Beh, cerco di mostrare che siamo tutti esseri umani, che siamo tutti capaci di amore ma anche di cattiveria, e di compiere terribili gesti di odio. Che non esiste un bene assoluto, e non esiste un male assoluto. Si tratta sempre di qualcosa che sta a metà. Cerco sempre di vedere i miei personaggi sotto diversi punti di vista, e di afferrare le loro tante sfumature. Volevo mostrare il processo di trasformazione attraverso il quale passa Koch, come riesce a comunicare, in una lingua farsi inventata, cose che non poteva dire in tedesco, cose che sarebbe stato tabù esprimere nella propria lingua. Non è un caso che quando Gilles gli chiede “chi sei tu?” in quel finto farsi, Koch non risponde “Hauptsturmführer, Capitano Koch”, ma invece “Klaus Koch”. Ho trovato affascinante ritrarre la crescita di questa persona, la sua umanizzazione, e il fatto che attraverso questa lingua sia in grado di toccare e mostrare certe parti di sé che in tedesco non era in grado di fare.

Nahuel Pérez Biscayart

Nahuel Pérez Biscayart

Lo spettatore riesce in alcuni momenti a provare simpatia per tutti i personaggi del film, specialmente l’ufficiale che sta cercando di imparare il farsi. Come ci è riuscito?

Era assolutamente importante, per me. È una cosa che cerco di fare in tutti i miei film. Cerco di creare dei personaggi con cui possiamo empatizzare. Come ci sono riuscito? Credo che sia stato attraverso la loro umanizzazione. Ci sono film che mostrano i nazisti come dei robot, degli automi, personaggi che urlano, corrono, individui orribili, malvagi e decisamente monodimensionali. Ma sono convinto che non possiamo dimenticare che anche loro erano persone. Erano amati, erano gelosi ed erano spaventati – avevano tutte le caratteristiche degli
esseri umani. E proprio questo, in un certo senso, rende le loro azioni persino più orribili.