Photo Courtesy of Searchlight Pictures. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

Nomadland, Frances McDormand nel viaggio indimenticabile di Chloé Zhao

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Nomadland, il fresco vincitore di tre Premi Oscar come Miglior Film, Miglior Regista (Chloé Zhao) e Miglior Attrice (Frances McDormand), arriverà il 29 aprile nelle sale italiane e il 30 aprile su Star all’interno di Disney+. La pellicola, già vincitrice del Leone d’Oro come Miglior Film alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia, è basata sull’omonimo libro Nomadland. Un Racconto D’Inchiesta di Jessica Bruder. 

Il film

Dopo il crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, Fern (Frances McDormand) carica i bagagli nel suo furgone e si mette sulla strada alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale, come una nomade dei tempi moderni. Nomadland vede la partecipazione dei veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells nella veste di guide e compagni di Fern nel corso della sua ricerca attraverso i vasti paesaggi dell’Ovest americano.

Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata. Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare… a volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è un sogno, il pensiero un’illusione, e solo la roccia è reale. Roccia e sole”.

Queste parole di Edward Abbey (tratte da Desert Solitaire. Una Stagione Nella Natura Selvaggia, trad. Stefano Travagli, Baldini & Castoldi, 2015) hanno colpito molto Chloé Zhao, autrice di un vasto ritratto panoramico dello spirito nomade americano, che segue il flusso della manodopera migratoria stagionale. Nomadland è un road movie per i nostri tempi, ora ancora più importante e attuale in questo momento di ridefinizione e cambiamento. Vediamo lo splendore dell’Ovest americano, dalle Badlands del South Dakota al deserto del Nevada, fino al Pacific Northwest, attraverso gli occhi della sessantunenne Fern.

Photo by Joshua James Richards. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

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Com’è nato Nomadland

Fern è interpretata magnificamente da Frances McDormand che, come produttrice, ha coinvolto nel progetto Chloé Zhao dopo aver trovato uno spirito affine nel precedente film della regista (The Rider – Il Sogno Di Un Cowboy). Insieme hanno creato il ritratto di una donna, che ha perso suo marito e tutta la sua vita precedente, dopo che la città mineraria in cui viveva è stata sostanzialmente dissolta. Ma durante il suo percorso, diventa più forte e trova una nuova vita. Fern trova la propria comunità nei raduni tra nomadi a cui partecipa, che comprendono Linda May e Swankie (due autentiche nomadi che interpretano loro stesse), nella forte amicizia con Dave (David Strathairn), e nelle altre persone che incontra durante il suo viaggio. Ma soprattutto, come afferma Zhao, ‟…nella natura, mentre lei si evolve; nelle terre selvagge, nelle rocce, negli alberi, nelle stelle, in un uragano, è in questi luoghi che trova la propria indipendenza”.

Il libro di Jessica Bruder

Nel 2017, Frances McDormand e il produttore Peter Spears hanno opzionato i diritti del libro d’inchiesta Nomadland. Un Racconto D’Inchiesta della scrittrice di Brooklyn Jessica Bruder. “Il libro è un lavoro di giornalismo investigativo – afferma la Zhaoe ciascun capitolo affronta un argomento differente. Metà del libro si concentra sullo stile di vita dei nomadi, mentre l’altra metà è un’inchiesta sotto copertura: Jessica è stata sotto copertura da Amazon e ha lavorato nelle coltivazioni di barbabietole”. A confermarlo è la stessa autrice, Jessica Bruder: “per svolgere le ricerche necessarie a scrivere il libro mi sono immersa nelle vite giornaliere delle persone di cui scrivevo, trascorrendo settimane in una tenda e poi mesi in un furgone. L’esperienza è una grande maestra. All’inizio sapevo molto poco sui nomadi, ma poi mi sono ritrovata a bocca aperta di fronte alla creatività, alla resilienza e alla generosità che ho incontrato lungo la strada, spesso da persone che sono state costrette ad affrontare sfide enormi nelle loro vite”.

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Frances McDormand e la costruzione di Fern

Nei panni di Fern, la strepitosa Frances McDormand ha lavorato “insieme ai veri dipendenti di un centro di distribuzione di Amazon, in una coltivazione di barbabietole da zucchero, nel bar di un’attrazione per turisti e come camp host in un Parco Nazionale. Nella maggior parte dei casi, nessuno mi riconosceva e tutti pensavano che fossi una dipendente come tutti gli altri. Ovviamente, non ho lavorato per tutte le ore richieste da questi mestieri. Ma abbiamo cercato di comunicare l’impressione di un lavoro reale e delle sue conseguenze: le sfide fisiche e il disagio vissuti da una persona più anziana, ma anche la gioia di lavorare e vivere in mezzo alla natura come camp host in un parco nazionale, la sensazione di avere uno scopo e il guadagno disponibile grazie a questi lavori”.

Nel collaborare con Chloé alla creazione del personaggio di Fern, la McDormand ha deciso di inserire alcuni elementi della sua vita: “questo dipendeva non solo dal mio background ma anche dalle attività giornaliere che svolgo – spiega – ho suggerito di far svolgere a Fern delle attività artigianali, perché è un modo per trascorrere il tuo tempo quando sei in viaggio e inoltre ti permette anche di realizzare oggetti di cui hai bisogno, e che magari potresti barattare lungo la strada. Ho portato con me la mia borsa per realizzare presine da cucina, il telaio e l’uncinetto. Devo aver realizzato circa 75 presine, che ho regalato a diverse persone che abbiamo incontrato lungo la strada e a membri della nostra compagnia. Ed erano oggetti di scena. Un altro elemento della mia vita che ho utilizzato nella storia è un servizio di piatti con un motivo chiamato Foglia d’Autunno. Quando mi sono laureata, mio padre ha collezionato un intero servizio di piatti comprati in diversi mercatini e me lo ha regalato per la laurea. Ho pensato che avrebbero potuto dare una maggiore profondità personale alla storia. E ho portato con me anche la mia argenteria, che penso abbia un certo stile”.

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I veri nomadi nel film

Molti dei veri nomadi presenti nel film sono stati selezionati nel corso di diversi mesi trovando una o due persone alla volta e lavorando con coloro che avevano legami più stretti all’interno della comunità. Oltre a Swankie e Linda May (entrambe ingaggiate fin dall’inizio, poiché erano citate anche nel libro di Bruder), c’è Bob Wells, che nel 2011 ha creato una comunità nomade dando inizio al Rubber Tramp Rendezvous: “ero un vagabondo senzatetto che viveva in un furgone – racconta – era un periodo molto, molto brutto della mia vita. E poi è accaduta una cosa strana: mentre risolvevo tutti i problemi e trovavo tutte le soluzioni, mi sono innamorato della strada, della libertà. Avevo fatto tutto ciò che la società mi aveva detto di fare: avevo trovato un lavoro, mi ero sposato, avevo avuto dei figli, avevo comprato una casa… ma non ero mai stato felice. E poi ho fatto l’esatto opposto di ciò che la società mi aveva detto, e per la prima volta mi sono sentito felice. E questo mi ha spinto a mettere in discussione tutto”.

Ridefinire il Sogno Americano

In The Rider – Il Sogno di un Cowboy i protagonisti erano dei cowboy, il film era un western – spiega Chloé Zhaoma stavolta è più difficile: c’è una discriminazione basata sull’età in questo paese, un pregiudizio contro le storie incentrate sulle persone più anziane e sulla gente che vive ai margini della società”. Questa situazione si incastra alla perfezione con la tradizione dell’individualismo americano forte e vigoroso. Molte di queste persone, dopo essere state costrette a vivere una vita “prestabilita”, hanno ritrovato se stesse dopo, scoprendo una nuova indipendenza e un nuovo senso di identità. Per la prima volta nella loro vita, hanno degli obblighi soltanto verso se stessi. Queste persone, in questo complicato momento storico, stanno ridefinendo il sogno americano.

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Scoprire il vero nomade

La riflessione finale della regista è sul potere del cinema: “in questo periodo –  conclude Chloé Zhao stiamo correndo il rischio di dimenticare questo potere. Non volevo solo concentrarmi su qualcuno che usava la strada come un mezzo per un fine: non ero interessata a fare un commento sociale su quanto sia brutto il capitalismo americano. Preferirei vedere un documentario su questo argomento, girato da qualcun altro. Ciò che volevo fare era entrare in questo mondo ed esplorare un’identità americana unica: il vero nomade. È questo il campo dove voglio incontrare il pubblico: spero di incontrare e magari coinvolgere uno spettatore alla volta”.

“Essere Nomade non è una circostanza, è una scelta”.