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Palazzo Di Giustizia di Chiara Bellosi: la vita dentro, la vita fuori

Dopo essere stato presentato in anteprima alla 70esima Berlinale e nella sezione Alice Nella Città alla 15esima Festa Del Cinema di Roma, giovedì 22 ottobre arriva nei cinema Palazzo Di Giustizia, il film scritto e diretto da Chiara Bellosi con protagonisti Daphne Scoccia, Bianca Leonardi, Sarah Short, Nicola Rignanese, Giovanni Anzaldo e Andrea Lattanzi.

Il film

Una giornata di ordinaria giustizia in un grande tribunale italiano. Al centro, nel cuore del palazzo, c’è un’udienza: sul banco degli imputati un giovane rapinatore e il benzinaio che, appena derubato, ha reagito, sparato e ucciso l’altro, giovanissimo, complice. C’è il rituale, c’è un linguaggio, ci sono le toghe. Gli interrogatori, le prove, i testimoni. Ma noi vediamo anche (o soprattutto?) quello che sta fuori: i corridoi, gli uffici, il via vai feriale del tribunale, il rumore, il disordine. Le famiglie degli imputati e delle vittime, fuori, in attesa.

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Chiara Bellosi racconta…

Mi sono trovata lì quasi per caso. Non sapevo cosa avrei trovato. Ma da subito lo spazio si è riempito di domande. Entrare nel Palazzo di Giustizia come in una scatola dove attraverso l’imbuto dei metal detector entra la vita, suddivisa in sezioni e ordinata per stanza. Trovarci tutte le possibilità di azione che un uomo può decidere di fare: amare, prendersi cura, abitare, imbrogliare, fare male, rubare, uccidere e infinite altre. Trovarci uomini e donne che giudicano le azioni commesse da altre persone e ne dispongono la punizione, e la ricaduta sul vivere collettivo, decidono ciò che è giusto e ciò che non lo è, il giusto personale contrapposto a quello sociale. È insieme uno dei luoghi più spersonalizzanti e più carico di umano che esista. La partenza è stata un semplice stare all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano e osservare, per mesi. Seduta sulle panche o vagando tra un corridoio e un’aula a volte mi sono domandata che cosa fossi venuta a fare lì. Poi un giorno, nell’atrio della Corte d’Assise, ho visto una bambina spettinata con una tuta di ciniglia fucsia, seduta su una cattedra che scherzava con la sua giovane madre. Poco lontano, su una terrazza, sua nonna fumava e diceva: “Se a disgrazia si aggiunge disgrazia…”. In questo momento è nata Luce. E con Luce la storia“.

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Nel grande contenitore, il Palazzo, in una giornata di funzionamento ordinario. Il cuore magnetico della storia è l’aula di udienza, il nucleo denso in cui avviene il “caso”. Un linguaggio preciso, un andamento procedurale, i fatti: l’asetticità, le formule di rito, l’ordine degli interventi e l’autorità dei ruoli sono rigorosi. Appena fuori da questo centro magnetico, nel tempo dell’attesa, c’è la vita che anche lì dentro vuole essere: fame, noia, sonno, amore, vicinanza. I personaggi che di solito in questo ambiente fanno da sfondo, stanno attaccati ai muri o passano veloci nei corridoi, in questa storia provano a conquistarsi uno spazio, a reclamare attenzione. Il Palazzo diventa una casa respingente e inospitale ma abitata da cose da fare, banali e necessarie. Ci sono due famiglie nemiche, un amore che non si riesce a dire, vicinanze da costruire, calzini da lavare, un passero da recuperare“.