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Saint Amour di Delépine e Kervern, i sentimenti scorrono con il vino

Scritta e diretta da Benoît Delépine e Gustave Kervern, è da oggi al cinema Saint Amour, una commedia francese che ha come protagonisti Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette e lo stesso Gustave Kervern.


Ogni anno, Bruno (Benoît Poelvoorde), un demotivato allevatore di bestiame, partecipa al Salone dell’Agricoltura di Parigi. Quest’anno suo padre Jean (Gérard Depardieu) lo accompagna: vuole finalmente vincere la competizione grazie al loro toro Nebuchadnezzar e convincere Bruno a prendere le redini della fattoria di famiglia.

Ogni anno, Bruno fa il giro degli stand dei produttori di vino, senza però mettere piede fuori dai padiglioni del Salone e senza nemmeno terminare il percorso. Quest’anno, suo padre lo invita a farlo insieme, ma un vero tour, attraverso la campagna francese. Accompagnati da Mike (Vincent Lacoste), un giovane e stravagante taxista, partono alla volta delle maggiori regioni vinicole di Francia. Insieme, non solo andranno alla scoperta delle strade del vino, ma ritroveranno anche quella che porta all’Amore.

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Vi riportiamo ora qui sotto un estratto dell’intervista rilasciata dai registi Benoît Delépine e Gustave Kervern.

Com’è iniziato questo progetto?

Benoît Delépine: Il film ha avuto una genesi curiosa. Circa quattro o cinque anni fa, avevamo avuto un colpo di genio: un film interamente girato in pochi giorni nel Salone dell’Agricoltura di Parigi, un tour del vino senza mettere mai piede fuori dal Salone. Già allora, la storia girava intorno a una relazione padre-figlio. Avevamo contattato Jean-Roger Milo per il ruolo del padre e scritturato Grégory Gadebois per il ruolo del figlio. Era un film più duro e drammatico che finiva con un suicidio. Inspiegabilmente il Salone ce lo rifiutò (ride). Dopo il nostro sesto film, Near Death Experience, volevamo di nuovo lavorare con Gérard Depardieu, così abbiamo resuscitato il progetto e riscritto l’intera storia.

All’origine ci sono elementi autobiografici?

Benoît Delépine: Sul fronte alcolico conosciamo il fatto nostro. A parte questo, i miei genitori erano contadini, quindi la realtà del soggetto mi è familiare. Mio padre si chiama Jean. È venuto sul set a conoscere Gérard. Che io prendessi le redini della fattoria non fu mai contemplato, non ero in grado. Un disastro ambulante, per essere esatti. Dopo aver rotto il trattore di famiglia, mio padre mi ha tenuto lontano da qualunque macchinario agricolo. Ma cugini e amici hanno dovuto affrontare il dilemma. Questo affetto per il mondo rurale e gli animali si avverte già nei nostri primi lavori. Mio padre ha venduto la fattoria quando è andato in pensione, ma mia sorella ha tenuto il cascinale per farci una scuola di equitazione. Fa anche una comparsata nel film. Diciamo che sono abbastanza ferrato sul mondo agricolo.

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Gli aspetti sentimentali di Saint Amour sono più evidenti rispetto ai vostri film precedenti. Avete pensato alla riconciliazione padre-figlio fin dall’inizio?

Benoît Delépine: Sì. È la storia di un padre affezionato che cerca di rimettere in carreggiata suo figlio. Vede che è infelice e ha problemi con l’alcol e le donne. Guardando i giornalieri, sapevamo che si trattava del nostro film più commovente.

Gustave Kervern: Il padre non era così affezionato nella sceneggiatura. Gérard lo ha reso così. Questo è la sua speciale genialità. I film spesso si trasformano sul set. Partiamo sempre dall’idea di realizzare una pura commedia per poi renderci conto che si sono intrufolati i sentimenti.

Quindi è stato durante le riprese che l’aspetto sentimentale ha preso il sopravvento?

Benoît Delépine: E abbiamo cambiato molte cose in fase di montaggio. Della scena con Chiara Mastroianni, in cui padre e figlio stanno bevendo e Gérard insegna che “si può bere senza esagerare”, abbiamo girato una versione che finiva con lui che si ubriaca e diventa insensatamente violento. Si capiva immediatamente perché aveva smesso di bere in gioventù, ma alla fine l’abbiamo scartata. Ci portava nel territorio della commedia trash. È un peccato perché Chiara era meravigliosa, ma ci rivedremo per un altro film.

Gustave Kervern: Appena si supera una certa soglia, sappiamo di dover intervenire per aggiustare il tiro. La coerenza psicologica di un film è difficile da prevedere e non è una cosa che ci preoccupa particolarmente in fase di scrittura. Tutto succede in montaggio. Non volevamo fare un film di ubriaconi. Le donne alimentano la storia più del vino.

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Quindi, al di là del riferimento all’omonimo vino, il titolo va preso alla lettera?

Benoît Delépine: Ha un doppio senso, sì. Dicono che questo film non è così insolito come i nostri precedenti. Allo stesso tempo, non siamo qui per rifare in serie sempre le stesse cose. Siamo stati rapiti da un soggetto che non avevamo mai affrontato: l’amore. L’amore romantico o quello padre-figlio.

Gustave Kervern: Teniamo la roba trash per il nostro show televisivo. I nostri film sono guidati da emozioni che, in realtà, sono il riflesso più autentico di noi stessi.