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Sergio Castellitto è Pietro Bartolo nel Nour di Maurizio Zaccaro

Calorosamente accolto allo scorso Torino Film Festival, il 10, 11, 12 agosto arriva nelle sale Nour, il film diretto da Maurizio Zaccaro con Sergio Castellitto, che racconta la figura di Pietro Bartolo, “il medico di Lampedusa” che si è svelato al pubblico per la sua carica umana e capacità di raccontarci con semplicità e calore le storie di migranti appena sbarcati su quella piccola isola del Mediterraneo che è luogo di confine, avamposto dell’Europa e terra della speranza. Il film sarà poi disponibile su Sky dal 20 agosto.

Il film

Nour (Linda Mresy) ha dieci anni ed ha affrontato da sola il viaggio verso l’Europa attraverso il Mediterraneo. Cosa ci fa da sola a Lampedusa, fra i sopravvissuti a un naufragio? Pietro Bartolo (Sergio Castellitto), medico dell’isola, se ne prende cura e, un passo dopo l’altro, cerca di ricostruire non solo il passato della bambina, ma anche il suo presente e un nuovo futuro.

Maurizio Zaccaro racconta…

Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza. Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo le altre parti soffrono. Se tu non senti la pena degli altri non meriti di essere chiamato uomo”. Non so se Pietro Bartolo conosca questa riflessione del filosofo persiano Sa’di di Shiraz (1203-1292), ma non ha importanza. Quello che colpisce, è che la sua vita è diventata, in trentacinque anni di lavoro sul molo Favaloro di Lampedusa e nel suo poliambulatorio, la trasposizione fisica di quelle parole, scritte in un tempo lontanissimo ma straordinariamente vicino alla storia dei nostri giorni“.

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C’è chi alza muri, chi tira su fili spinati, ma non saranno né muri né fili spinati a fermare questa gente”, dice Pietro parlando dei migranti che giungono a Lampedusa. Questa e altre bellissime cose si trovano nel libro che ha scritto con la giornalista Lidia Tilotta, Lacrime Di Sale, da cui abbiamo tratto la sceneggiatura. Il personaggio di Nour s’ispira a Kebrat: “Non dimenticherò mai il volto di Kebrat, una ragazzina eritrea… – scrive Bartolo – …era la mattina del 3 ottobre 2013, sul molo i pescherecci scaricavano uno dietro l’altro decine di corpi di uomini e donne morti nel naufragio davanti alle coste dell’isola. Quella ragazza era lì, allineata tra i cadaveri. Sembrava morta, ma quando l’ho toccata e le ho sentito il polso ho avvertito un flebile segno di vita. È stata una corsa contro il tempo, l’ho presa in braccio, l’abbiamo portata in ambulatorio. Era viva, l’abbiamo salvata. È stata una delle gioie più grandi della mia vita“.

Mi sono chiesto come mettere in scena con il dovuto rispetto la storia di Nour (Kebrat nella realtà) questo fatto e tante altre vicende simili ma, soprattutto, i sentimenti di Pietro. Sono giunto alla conclusione che nulla, in questo film, poteva essere ricreato in modo posticcio. Nour per essere autentico, e quindi credibile, doveva necessariamente collocarsi a metà strada fra il vero vissuto, quello che Pietro Bartolo descrive nel suo bel libro, e il vero narrato, quello di Sergio Castellitto che lo interpreta sullo schermo. Due modi di raccontare il vero e il verosimile in modo da rendere una storia, pur complessa che sia, vicina a tutti anche se affonda le sue radici nella realtà più dura, scomoda e controversa che si conosca. Per questo, stare con Pietro a Lampedusa, fare con lui i sopralluoghi, è stata un’esperienza che ha indiscutibilmente lasciato in me un segno importante. Lontano dai riflettori e dai palchi dei suoi interventi pubblici di grande impatto emotivo, ho scoperto un uomo forte e tenace“.

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Abbiamo parlato a lungo di tutto e alla fine sono tornato a casa ancora più convinto che il nostro mondo ha bisogno di persone così: esseri umani che insegnino ad altri esseri umani la compassione e il rispetto per chi è in difficoltà come i migranti che, per guerre o carestie, decidono di attraversare il Mediterraneo a rischio della loro stessa vita. Pietro Bartolo non è un “attivista”, non si muove al di fuori delle regole costituite. È solo un medico della ASL, l’unico di Lampedusa. Come tale compie la sua quotidiana missione fra la gente che abita sull’isola e fra chi su quell’isola (che a volte sembra Alcatraz) arriva. Il film si basa su questa quotidianità apparentemente senza tempo e spazio, dove un medico non si può porre la domanda se chi sta per salvare sia un’anima semplice o un’anima nera. Per lui è solo un’anima, un “cristiano” come si dice da quelle parti“.