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The Kill Team, il dilemma morale per Dan Krauss

Tratto da una storia vera, giovedì 17 ottobre arriva nelle sale The Kill Team, il film scritto e diretto da Dan Krauss che ricorda le atmosfere di Codice D’Onore in cui al posto di Jack Nicholson troviamo invece uno straordinario e inquietante Alexander Skarsgaard.

Il film

Andrew Briggman (Nat Wolff) è un giovane militare di stanza a Kabul. Il plotone a cui è assegnato ha il compito di presidiare la zona e individuare possibili cellule terroristiche. Al suo arrivo, viene accolto dal Sergente Deeks (Alexander Skarsgaard) che ha plasmato il suo plotone in un branco di assassini il cui unico scopo è uccidere e abusare le popolazioni locali solo per divertimento. Indeciso se denunciare la cosa rischiando la vita oppure lasciarsi attrarre da questa personalità tanto mefistofelica quanto affascinante, Andrew si trova davanti a un bivio.

Dan Krauss racconta…

È stata una fotografia a catturare la mia attenzione. Un giovane soldato. Le sue braccia stringevano i suoi genitori felici. La foto, pubblicata sul New York Times Magazine, era intitolata: “Il soldato Adam Winfield, che ha cercato di avvisare l’arma sugli omicidi dei civili – e che è accusato lui stesso di omicidio…“. In quell’unica frase, ho riconosciuto una tragica storia dalla dimensione shakespeariana. Un giovane in guerra, di fronte a un dilemma morale. Com’è potuto succedere? Il mio documentario del 2014, The Kill Team, è stato un tentativo di rispondere a questa domanda, usando le dichiarazioni dello stesso Adam e di molti altri accusati di fronte alla corte marziale. La testimonianza dei soldati fu affascinante sebbene avesse un filtro dato dal tempo ormai passato”.

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Ho sentito l’esigenza di fare un film che mettesse il pubblico nei panni di Adam. Per trasmettere visceralmente quella sensazione dell’essere messo alle strette, costretto a fare scelte impossibili, a soppesare priorità morali contrastanti – a volte in una frazione di secondo. Dove la libertà di seguire la propria coscienza è un lusso. È nata così la versione cinematografica di The Kill Team. Questo film abbraccia coraggiosamente l’ambiguità morale e pone domande difficili sulla natura dell’autorità e del potere. Ho visto questo film sia come la classica storia di un giovane idealista che si oppone alle istituzioni che gli si rivoltano contro, sia come la rappresentazione onesta di una catastrofe morale: la violenta collisione dei buoni principi contro il disordine della realtà”.

Anche se ambientato sullo sfondo della guerra, ho immaginato The Kill Team come un film tranquillo. Un film che trae il suo potere dai sottili cambiamenti del linguaggio e delle espressioni. I personaggi sono soldati, addestrati al confronto fisico, ma la drammatica tensione del film è principalmente verbale e psicologica. Mi sono allontanato dai grandi movimenti cinematografici e dai set elaborati, optando per un’estetica più contenuta e intima. Volevo che il film fosse scarno, e volevo focalizzare l’attenzione sui personaggi e sulle emozioni”.

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Vorrei che il pubblico uscisse dal cinema discutendo animatamente sulle scelte forzate di quelle persone che, semplicemente dicendo la verità, innescano una tempesta di intimidazioni, bullismo e violenza; su quella virilità tossica che minaccia di prendere il sopravvento; sui modi in cui la paura viene usata per giustificare la vessazione dell'”altro”; su come un’estremista possa spingere delle giovani menti a una pericolosa obbedienza, sacrificando l’introspezione morale a favore della “grandezza”. Oggi più che mai idee come queste sono di grande rilevanza”.