CR: YANNIS DRAKOULIDIS/2021

The Lost Daughter, a Venezia la prima regia di Maggie Gyllenhaal dal romanzo di Elena Ferrante

CR: YANNIS DRAKOULIDIS/2021

Tratto dal romanzo La Figlia Oscura di Elena Ferrante, venerdì 3 settembre sarà presentato in Concorso durante la 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia The Lost Daughter, l’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal che ha guidato un prodigioso cast composto da: Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson, Ed Harris, Peter Sarsgaard, Paul Mescal, Dagmara Dominczyk e Alba Rohrwacher. Il film sarà distribuito in Italia da Netflix.

"The Lost Daughter"

Olivia Colman e Paul Mescal in “The Lost Daughter”

Il film

Sola in una località di mare, Leda (Olivia Colman) osserva ossessivamente una giovane madre e la figlia in spiaggia. Turbata dalla complicità del loro rapporto (e dalla loro famiglia, chiassosa e sinistra), Leda è sopraffatta dai ricordi legati allo sgomento, allo smarrimento e all’intensità della propria maternità. Un gesto impulsivo catapulta Leda nello strano e minaccioso universo della sua stessa mente, in cui è costretta a fare i conti con le scelte anticonformiste fatte quando era una giovane madre e con le loro conseguenze.

Maggie Gyllenhaal racconta…

Quando ho letto il romanzo La Figlia Oscura, mi sono sentita pervadere da una sensazione tanto strana e dolorosa quanto innegabilmente vera. Una parte nascosta della mia esperienza di madre, compagna e donna stava trovando voce per la prima volta. E ho pensato a come fosse entusiasmante e pericoloso dare vita a un’esperienza come quella non nella quiete e nella solitudine della lettura, ma in una stanza piena di esseri umani dotati di vita pulsante e sensazioni. Come ci si sente a essere seduti accanto alla propria madre, al proprio marito, alla propria moglie o figlia nel momento in cui sentimenti ed esperienze comuni a lungo taciuti, trovano invece voce?“.

La regista Maggie Gyllenhaa (Photo by Gareth Cattermole/Contour by Getty Images)

La regista Maggie Gyllenhaa (Photo by Gareth Cattermole/Contour by Getty Images)

Ovviamente esiste una sorta di sgomento e pericolo nel relazionarsi a qualcuno alle prese con cose che ci sono state dipinte come vergognose o sgradevoli. Ma quando quelle esperienze vengono portate sullo schermo, esiste anche la possibilità di trovare conforto: se qualcun altro formula quegli stessi pensieri e prova quelle stesse sensazioni, forse non si è soli. Questa è una parte della nostra esperienza che di rado trova espressione e, quando ciò accade, è per lo più attraverso l’aberrazione, la dissociazione o il sogno“.