Vittorio De Sica 120 anni

Vittorio De Sica, 120 anni fa nasceva un ladro di emozioni

“Perché pescare avventure straordinarie quando ciò che passa sotto i nostri occhi e che succede ai più sprovveduti di noi è così pieno di una reale angoscia?”. Queste sono parole indelebili di un uomo che ha cambiato per sempre la settima arte, diventando un punto di riferimento mondiale: Vittorio De SicaDa divo brillante della commedia anni Trenta a maestro di cinema, tra i massimi protagonisti del neorealismo italiano, Vittorio De Sica, tra i riconoscimenti più importanti ricevuti, ha vinto per quattro volte l’Oscar per il Miglior Film Straniero e una Palma d’Oro. Cinque pellicole che oggi ricordiamo per celebrare il 120° anniversario della sua nascita (7 luglio 1901). 

Vittorio De Sica Sciuscia

Sciuscià (1946)

Considerato uno dei capolavori del Neorealismo Italiano, Sciuscià racconta l’odissea di due bambini lustrascarpe che, nella Roma del dopoguerra, vengono accusati di furto e rinchiusi in riformatorio. L’infanzia rubata e umiliata secondo Vittorio De Sica (alla regia) e Cesare Zavattini (soggettista e sceneggiatore) che trovarono accenti di audace realismo nella descrizione del riformatorio, gestito da ex fascisti. Ignorata dal pubblico in Italia, Sciuscià fu la prima pellicola ad aggiudicarsi il Premio Oscar al miglior film in lingua straniera, all’epoca consegnato come Oscar onorario con la seguente motivazione: «L’alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità».

Quando il film uscì, così scrisse Achille Valdata su Cine-Teatro (15 maggio del 1946): “gli ‘sciuscià’ sono stati osservati con occhio paterno, comprensivo, attento da Vittorio De Sica che ne ha fatti i protagonisti del suo film più arduo e impegnativo; un film che se anche allinea manchevolezze e presenta squilibri narrativi e grigiori troppo accentuati, resta ugualmente il suo migliore, e più convincente e vero. Manchevole è forse il soggetto nel suo nucleo essenziale (…) ma è giusto tuttavia notare l’eloquenza documentaria (…) di tutta la parte descrittiva, suggerita da un regista di straordinaria sensibilità e colta da un obiettivo implacabile a fissare con provetta esperienza tecnoca gli aspetti più angosciosi d’un ambiente e di un mondo. Ma dove De Sica appare come non mai ispirato è nella guida dei giovani interpreti“. Qualche anno dopo (1982), Carlo Lizzani su Il Cinema Italiano (Editori Riuniti) scrisse: “l’uso abbondante di esterni e l’impiego di molti attori non professionisti, conferiscono al film una particolare spregiudicatezza e un’innocenza che meravigliano specialmente gli stranieri e fanno gridare al capolavoro. Il linguaggio di De Sica è scarno ma non tralascia l’osservazione commossa e partecipe“.

Ladri di Biciclette 1

Ladri di Biciclette (1948)

Scritto dal grande Cesare Zavattini, che lo ha adattato dal romanzo omonimo di Luigi BartoliniLadri di Biciclette è uno dei capolavori diretti da Vittorio De Sica che vinse l’Oscar per il Miglior Film Straniero nel 1950. La pellicola, realizzata in coppia con Cesare Zavattini, ci mostra il quadro di miseria dell’Italia del dopoguerra, condensato magistralmente nella storia di un attacchino cui viene rubata la bicicletta, unico mezzo di sostentamento per sé e la famiglia. André Bazin lo definì “il centro ideale attorno al quale orbitano le opere degli altri grandi registi del neorealismo“. Ladri di Biciclette, secondo le parole di Gianni Volpi (I Mille Film, ed. Baldini&Castoldi) è “uno dei risultati più alti della coppia De Sica/Zavattini, forse quello più nitido e poetico, quello in cui più la polemica sociale si fa vera pietas. Il loro operaio disoccupato cui rubano la bicicletta grazie alla quale ha trovato un lavoro da attacchino, è un personaggio che vive di vita propria: esprime un fondo reale e disperato che viene prima di ogni denuncia. Furti tra poveri. L’affannosa ricerca della bicicletta, nella sua durata apparente, ha il tempo non della cronaca, ma della vita“.

“Siamo partecipi delle peregrinazioni di Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani) per le strade di Roma, tra mercati delle pulci, case di borgata, cattoliche mense dei poveri, teatrini di cantina, uffici di collocamento, trattorie. Una traversata della città e di una condizione che trova il proprio culmine nel tentativo di furto, da parte di Ricci, di una delle tante biciclette parcheggiate nei pressi dello stadio. Subito preso, è malmenato sotto gli occhi del figlioletto Bruno (Enzo Staiola) e lasciato andare per pena. Un gesto che è il segno della singolare ambiguità dei fatti e del film”.

Ladri di Biciclette 2

C’è però una sequenza che resta nel cuore, una sequenza che ristabilisce lo stretto legame fra padre e figlio e che ribadisce quanto la perdita della bicicletta sia grave per tutta la famiglia. Antonio, irritato e frustrato per non aver ritrovato il suo mezzo, schiaffieggia Bruno. Si allontana per continuare a cercare da solo, lungo il fiume. Al suo ritorno, vede alcune persone che soccorrono un bambino caduto in acqua. Sollevato dal fatto che non si tratta di Bruno, Antonio decide di fare pace con il figlio e lo porta a mangiare con lui in una trattoria vicina.

Come spiega Gino Moliterno, la scena del ristorante – l’unica leggera dell’intera pellicola – “non costituisce solo un altro episodio nell’inutile ricerca che consuma la giornata, ma gioca invece un ruolo determinante nell’economia complessiva del film”. Il momento in cui il padre finalmente decide di dedicare più attenzione ai bisogni di suo figlio che alla bici rubata serve a ristabilire il legame tra i due, che è andato deteriorandosi nel corso delle ore. Chiedendo a Bruno di dividere con lui un bicchiere di vino, Antonio non sta solo curandosi delle necessità del ragazzo, ma lo sta anche trattando da adulto, un gesto che sarà ampiamente ripagato quando, nel finale, sarà Bruno a dare la mano al padre travolto dalla vergogna. 

Ladri di Biciclette 3

Allo stesso tempo, la giustapposizione fra il modesto conto che a stento possono permettersi e il banchetto divorato da una famiglia ricca al tavolo accanto, ulteriormente sottolineata dai due calcoli che Antonio chiede a Bruno di fare sulla carta, ribadisce quanto la bicicletta sia importante per la sopravvivenza della famiglia, e contribuisce a far capire a Bruno il senso disperato e umiliante del gesto del padre quando, alla fine del film, tenterà a sua volta di rubare una bicicletta.

Miracolo a Milano (1951)

al 72° Festival di Cannes verrà presentato in anteprima la versione restaurata di Miracolo a Milano, film diretto dal grande Vittorio De Sica che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 1951. La pellicola è stata restaurata da Fondazione Cineteca di Bologna e Compass Film in collaborazione con Mediaset e Infinity, ed è stata selezionata dal Festival di Cannes 2019 nella sezione Cannes Classics.

Miracolo a Milano 2

Girato nel 1950 a Milano, in prossimità della stazione di Lambrate, Miracolo a Milano di Vittorio De Sica fu presentato al 4° Festival di Cannes – correva l’anno 1951 – e vinse la Palma d’Oro (anche se all’epoca il premio per il miglior film si chiamava Grand Prix: la Palma d’Oro è subentrata dal 1955). La pellicola – tratta dal romanzo Totò il Buono di Cesare Zavattini, che collaborò anche alla sceneggiatura assieme allo stesso regista Vittorio De Sica – racconta la storia di Totò (interpretato da Francesco Golisano), un bambino nato sotto un cavolo e adottato dalla signora Lolotta (Emma Gramatica) che però muore troppo presto. Ma il suo spirito non abbandona mai Totò, soprattutto quando un ricco industriale tenta di scacciare lui e i suoi amici dal terreno su cui vivono perché vi ha trovato il petrolio. “Miracolo a Milano è un’opera lirica nella quale la lotta per l’alloggio di un gruppo di vagabondi viene presentata come una fantasia. Nella straordinaria corrente d’ispirazione che anima De Sica e Zavattini, la descrizione del mondo contiene in sé un’ironia crudele. Il racconto della malattia, della fame, della disabilità e della povertà non scade mai nella falsa poesia. È invece illustrato mediante gag creative e originali. Il tono è tenero ma non mitigato: sostanzioso come nelle vere fiabe”. (Peter von Bagh)

Ieri, Oggi, Domani (1963)

Vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 1965, Ieri, Oggi Domani è articolato in tre episodi ambientati in tre grandi città italiane, tutti interpretati dalla coppia formata da Sophia Loren e da Marcello Mastroianni e diretti dal regista Vittorio De Sica su soggetti scritti da altrettanti grandi autori della cultura italiana. Il primo episodio, Adelina, è scritto dal grande Eduardo De Filippo (con Isabella Quarantotti) e vede i due divi nei panni di Adelina e Pasquale Nardella. La storia è ambientata a Napoli, nel quartiere Forcella, e prende spunto dalla storia vera della contrabbandiera Concetta Muccarda che per evitare la galera ebbe ben 19 gravidanze (sette delle quali finite con la nascita di figli).

Vittorio De Sica Ieri Oggi Domani

Il secondo episodio è stato scritto da Cesare Zavattini insieme a Billa Zanuso e rappresenta l’espressione cinematografica (in chiave sarcastica) della spietata critica alla società borghese italiana che è uno degli elementi caratterizzanti dell’opera Troppo Ricca di Alberto Moravia. Intitolato Anna, l’episodio è ambientato a Milano: Anna (Sophia Loren) è una ricca signora milanese che intrattiene una tresca amorosa con Renzo (Marcello Mastroianni), un uomo di modeste condizioni, quasi per cercare un’evasione dal suo arido mondo. Basterà però un banale incidente a rivelare il vero valore di questo rapporto superficiale.

Mara è infine il titolo del terzo episodio, ambientato questa volta a Roma, sempre su scrittura di Cesare Zavattini. Mara (Loren) è una squillo d’alto bordo che vive a Roma in Piazza Navona in un appartamento all’ultimo piano: tra i suoi clienti più affezionati c’è il bolognese Augusto (Mastroianni). La dirimpettaia di Mara è Giovanna (Tina Pica), una donna anziana e molto timorata di Dio, che sta temporaneamente ospitando Umberto (Gianni Ridolfi), il nipote seminarista, che si invaghisce della squillo senza essere a conoscenza della sua professione. Mara inizialmente sta al gioco, ma si accorge di aver commesso un errore quando Umberto minaccerà di abbandonare gli studi per provare fino in fondo le gioie della vita secolare, facendo così rattristare molto sua nonna che si reca allora da Mara piangendo a comunicarle la movimentata intenzione del giovane. La squillo si confida con Umberto consigliandogli che non varrebbe la pena mandare tutto a monte per lei ed esortandolo perciò a seguire la sua vocazione. Alla fine ogni cosa si sistemerà per il meglio; rimasta sola con Augusto, Mara si esibisce per lui in un sensuale spogliarello, senza però andare oltre, dovendo infatti rinunciare ad avere rapporti sessuali per una settimana a causa del fioretto da lei fatto affinché Umberto non venisse meno alla vocazione.

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Il Giardino Dei Finzi Contini (1970)

Il Giardino dei Finzi Contini, il capolavoro di Vittorio De Sica che muove dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani pubblicato nel 1962. La pellicola, girata nel 1970, si aggiudicò il Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 1972. Nella Ferrara degli anni 1938-1943, Giorgio (Lino Capolicchio) è un amico d’infanzia di Micòl Finzi-Contini (Dominique Sanda). Insieme ad altri amici ebrei, lo vediamo frequentare il giardino della villa Finzi-Contini, dove è allestito un campo di tennis, dopo che le prime leggi razziali hanno escluso gli ebrei dai circoli del tennis. Se la famiglia ebrea dei Finzi-Contini è alto borghese, Giorgio rappresenta un piccolo borghese dal cognome anonimo. Se Giorgio frequenta una scuola pubblica, Micol studia in una ricca scuola privata. Una differenza di classe che, solo apparentemente, non sembra condizionare l’amicizia fra il modesto Giorgio e la ricca Micol.

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Giorgio è un assiduo frequentatore della villa, mosso dall’amore che prova per la ragazza. Un sentimento che però inizia a provare troppo tardi e che non verrà ricambiato. Il giovane rimane infatti col rimpianto di non essere stato capace di approfittare di un’occasione in cui si è trovato da solo con lei dentro una carrozza custodita in una rimessa del giardino. Quando Giorgio le confesserà finalmente il suo amore, lei – ormai già laureata dopo una permanenza di alcuni mesi a Venezia – lo respinge senza svelargli il vero motivo, quello di essere attratta da un giovane italiano comunista, Giampiero Malnate (Fabio Testi), amico comune, col quale segretamente ha stretto una relazione. La crisi di Giorgio, quando si sente tradito in amicizia ed in amore, viene travolta nelle vicende storiche della persecuzione razziale fascista, divenuta pressante con la Seconda Guerra Mondiale.

Tutti i giovani ebrei che frequentano la villa vengono arrestati nel 1943, dopo la morte di Giampiero Malnate, al fronte nella campagna di Russia, e la morte di Alberto Finzi Contini (Helmut Berger), gracile fratello di Micol, sepolto nella cappella monumentale della famiglia ferrarese. L’epilogo drammatico della deportazione di Micol e dell’intera famiglia Finzi-Contini, livella definitivamente il destino e le differenze sociali tra la famiglia alto-borghese ed il resto della comunità ebraica ferrarese, accomunandoli tutti nell’orrore della deportazione e della morte in un campo di concentramento.

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Significative le parole del produttore Roberto Cicutto: “Il Giardino dei Finzi Contini rappresenta per la mia generazione una tappa importante per la coscienza e per il rapporto con il cinema. Nessuno ha potuto sottrarsi al fascino dei suoi personaggi: belli, giovani,  immersi nella bellezza di Ferrara. Un approccio straordinario (grazie a Bassani) per condurci poi nel buio più buio che la storia abbia conosciuto. Un film perfetto che fa del cinema una delle arti più potenti: educa seducendo”.