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Al di Là Delle Montagne, i sentimenti nel tempo di Jia Zhang-Ke

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Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2015, arriva oggi al cinema Al di Là Delle Montagne, il film scritto e diretto da Al di là delle montagne, il nuovo film del regista Jia Zhang-Ke, Leone d’Oro a Venezia 2006 e recentemente insignito del prestigioso premio Carrosse d’Or a Cannes.


Cina, fine 1999. Tao (Zhao Tao), una giovane donna di Fenyang è corteggiata dai suoi due amici d’infanzia, Zhang (Zhang Yi) e Liangzi (Liang Jin Dong). Zhang possiede una stazione di servizio ed è destinato ad un promettente avvenire, mentre Liangzi lavora in una miniera di carbone.

Sentimentalmente divisa tra i due uomini, Tao dovrà compiere una scelta che segnerà il resto della sua vita e di quella del suo futuro figlio, Dollar (Dong Zijian). Nell’arco di un quarto di secolo, tra una Cina in profonda mutazione e l’Australia come terra promessa di una vita migliore, le speranze, gli amori e le disillusioni di quattro personaggi di fronte al loro destino.

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Ecco ora di seguito un estratto dell’intervista di Jean Michel Frodon a Jia Zhang-Ke.

Esiste una genealogia di questo film?

Ha avuto un tempo di maturazione molto lungo. Al di Là Delle Montagne deriva in parte da sequenze accumulate durante le riprese dei miei film precedenti. A partire dal 2001, quando ho avuto la mia prima videocamera digitale, il mio direttore della fotografia Yu Lik-wai e io siamo andati molto in giro, filmando un po’ a caso. Abbiamo realizzato delle riprese che non erano propriamente dei test, ma più che altro degli appunti, senza sapere cosa ne avremmo fatto in seguito. Quattro anni fa abbiamo fatto più o meno la stessa cosa con una nuova macchina da presa, molto più molto performante, la Arriflex Alexa. Mettendo in relazione quei due insiemi di immagini, a dieci anni di distanza, mi è venuta l’idea del film. Sono rimasto colpito nel constatare quanto le immagini del 2001 mi sembrassero lontane, come se venissero da un mondo scomparso. Mi sono chiesto come ero io a quell’epoca e se fossi in grado di ricollegarmi con quello che ero stato tanto tempo prima. Dieci anni che sembravano un abisso.

Anche lei è cambiato durante questo periodo.

Certamente, anch’io sono un uomo diverso, ho 45 anni e un’esperienza della vita che allora mi mancava. A partire da questa distanza intercorsa, ho trovato interessante seguire una traiettoria che andasse oltre il presente, proiettandola nel futuro. Quando sei giovane non pensi alla vecchiaia, quando ti sposi non pensi al divorzio, quando hai i genitori non immagini che un giorno scompariranno, quando godi di buona salute non pensi alla malattia. Ma a una certa età entri in questo processo che è quello del presente, ma anche quello delle proiezioni nel futuro. Il soggetto del film è il rapporto dei sentimenti con il tempo: non possiamo capire fino in fondo i sentimenti se non teniamo in considerazione il passare del tempo.

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È per questo motivo che ha sentito l’esigenza di andare nel futuro?

Raccontando solo il presente, si rischia di non avere la giusta distanza. Mettersi nella prospettiva di un futuro possibile è una maniera per osservare il presente in modo diverso e per comprenderlo meglio. Avendo vissuto tutta la vita in Cina, sono più che consapevole delle folgoranti mutazione che ha conosciuto il mio paese, in ambito economico ovviamente, ma anche a livello individuale. Tutte le nostre modalità di vita sono state sconvolte dall’irruzione del denaro che ha assunto una posizione centrale nella nostra esistenza.

Ha cercato di rappresentare il tempo in se stesso?

Uno dei modi a cui ricorre il film poggia sul confronto tra le tappe di un’esistenza e una serie di paesaggi successivi che sfilano, motivo per cui il concetto del viaggio è fondamentale nel film: l’auto, il treno, l’elicottero, eccetera. C’è un senso di spostamento permanente e al tempo stesso c’è il senso delle cose che si ripetono, di quello che resta stabile nel quotidiano, non fosse altro che, molto banalmente, il fatto di mangiare: si continua a preparare i ravioli, si continuerà sempre a preparare i ravioli…

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Effettivamente il film percorre una moltitudine di paesaggi, ma propone anche un punto fisso, ovvero la cittadina di Fenyang, dove vive il personaggio di Tao.

Fenyang è una piccola città della provincia centrale dello Shanxi ed è dove sono nato e ho trascorso la mia infanzia. Per me si tratta di un punto di ancoraggio affettivo, dal momento che vi abitano i miei amici e una parte della mia famiglia, ma anche di un punto di ancoraggio estetico e sociale: per me, Fenyang rappresenta quello che vivono i comuni mortali in Cina. È una regione che è anche molto legata al concetto che è alla base della storia del film e che nella lingua cinese viene espresso con i caratteri Qing Yi, che designano un’idea molto forte di lealtà nei confronti dei propri cari, siano essi i famigliari, le persone che amiamo o gli amici. Questo concetto, che può essere paragonato a quello che nel Medio Evo in Europa si chiamava «giuramento di fedeltà», è centrale nella letteratura cavalleresca. Nella mitologia cinese, si incarna in Guan Gong, la divinità della guerra. Il suo attributo tradizionale è una lunga alabarda con un pennacchio rosso, l’oggetto che vediamo apparire in ogni parte del film. È portato da un individuo che sembra errare senza uno scopo, come se non sapesse più che fare di questa virtù.

Ha nostalgia di un rapporto più profondo e più duraturo tra le persone?

Sì, ma non solo tra le persone, anche delle persone con i luoghi e soprattutto con i ricordi. Nella vita quotidiana dei cinesi di oggi, constato una perdita enorme di questo rapporto di impegno reciproco e questo ha un impatto anche sui ricordi. Anche se una relazione tra due persone arriva alla fine, non dovrebbe esserci alcun motivo per non continuare ad avere rispetto per quello che queste due persone hanno condiviso. Se abbandoniamo quest’ottica, tutto può disfarsi e finire e persino «le montagne possono andarsene».

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Questo è anche il significato del titolo originale?

Letteralmente, il titolo cinese vuole dire «i vecchi amici sono come la montagna e il fiume», sono immutabili. La formulazione è opposta a quella del titolo internazionale, ma alla base c’è lo stesso concetto, lo stesso quesito.

Perché ha scelto l’Australia per la parte ambientata nel futuro?

La maggior parte dei cinesi che emigrano vanno negli Stati Uniti e in Canada, soprattutto sulla costa occidentale, ma l’Australia mi sembrava più lontana. La scelta dell’Australia c’entra anche con il fatto che si trova nell’altro emisfero: quando in Cina è inverno, là è estate, quando fa molto caldo in Australia, nello Shanxi nevica. Quando mi è capitato di viaggiare per il mondo mi sono sempre interessato alla presenza degli immigrati cinesi, in particolare quelli provenienti dallo Shanxi. Ero particolarmente attento al destino dei giovani e ai loro rapporti con i genitori e le famiglie. In numerosi posti, a Los Angeles, a Vancouver, a Toronto o a New York, ho riscontrato delle spaccature nel linguaggio, con conseguenze profonde. In molte famiglie cinesi emigrate, solo uno dei due genitori parla inglese, mentre il figlio o la figlia parla solamente inglese e quindi non è in grado di dialogare con uno dei due genitori. È una incrinatura importante nella comunicazione.

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Nel film ci sono due canzoni che svolgono un ruolo importante: Go West dei Pet Shop Boys e un brano pop in cantonese.

La canzone dei Pet Shop Boys è stata estremamente popolare in Cina negli anni ’90, quando io frequentavo l’università, un’epoca in cui aprivano discoteche un po’ dappertutto. Nei locali notturni e nelle serate, Go West era il brano che mettevano sistematicamente alla fine e che faceva scendere tutti in pista in un ballo collettivo. Non stavamo molto a chiederci cosa rappresentasse l’ovest del titolo: poteva essere la California (che per noi è a est) o l’Australia come per i personaggi del film.  Quanto alla canzone in cantonese, Take Care, è un brano della cantante Sally Yeh. La musica popolare mi ha sempre interessato tantissimo: sono brani che mi hanno aiutato a comprendere la vita e rappresentano una testimonianza molto valida della mentalità collettiva, perché raccontano la società. Take Care ruota attorno all’idea di una separazione in atto, ma più che altro sul fatto che quello che è stato vissuto in termini di sentimenti intensi non sarà mai cancellato.