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Essere Gigione, storia di un successo incredibile

Il prossimo 18 gennaio esce al cinema Essere Gigione, il documentario diretto da Valerio Vestoso sull’incredibile arte e successo di un cantante unico, Luigi Ciaravola (in arte Gigione).


Provate a compiere un esperimento. Recatevi in un qualsiasi paesino campano, abruzzese, molisano, lucano, laziale, e fate girare voce che l’indomani nella piazza centrale si esibirà Laura Pausini. Non si presenterà nessuno. Ora fate in questo modo: riferite alle stesse persone che tra una manciata d’ore ci sarà un concerto di Gigione. In pochi minuti una diaspora di gente occuperà la piazza, mandando in tilt le strade collaterali straripanti di auto in coda.

Almeno dieci bancarelle di souvenir, zucchero filato e frittura di pesce, si disporranno lungo il perimetro che circonda il palco, sicure di incrementare clamorosamente il proprio Pil. Chi conosce Gigione e il suo universo, sa benissimo che non c’è nulla di surreale in questo quadro. Chi non lo conosce farebbe bene a lasciarsi trasportare da questo documentario per scoprire un’Italia completamente differente da quella raccontata dall’Istat.

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Luigi Ciaravola, in arte Gigione, domina i palchi delle sagre e delle feste di piazza italiane, portando con sé l’universo di canzoni che ondeggiano tra il sacro e il profano, tra il doppio senso e la devozione, tra il bene e il bene. Ai suoi piedi, accecato dalle luci psichedeliche e dal miraggio di una felicità spicciola, il popolo di seconda mano, perennemente schivato dalla ribalta nazionale, perché reo confesso del più grande peccato di questo secolo. La semplicità.

Ci vorrebbero centinaia di ore per raccontare l’universo che ruota attorno a Gigione – racconta il regista Valerio Vestosoconsiderando che in lui si identifica una provincia, quella italiana, ben più ampia dei confini geografici entro i quali è contenuta. Pertanto chi scrive ha ritenuto che la soluzione ideale fosse quella di affrontare la narrazione esclusivamente dal suo punto di vista, quello del cantante fiero e sicuro si sè, che sbaraglia la concorrenza con lo spettacolo quotidiano di cosce e madonne, scollature e santi, mandando in tilt i valori morali su cui quella provincia finge di reggersi”.

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Il regista spiega così la sua tecnica di regia: “ho evitato i grandangoli che pure sarebbero propri delle sue platee, privilegiando i tagli stretti sui suoi occhi bramosi di successo, sui suoi numerosi tic, sull’inseparabile cappello che quando sparisce lo mette a nudo, sul suo pubblico, che in una statistica dell’istat sarebbe solo un numero e che, in questo documentario, prova a mostrare un volto”.