"L'Hermine" de Christian Vincent

Fabrice Luchini giudice in bilico ne La Corte di Christian Vincent

"L'Hermine" de Christian Vincent

Vincitore della Coppa Volpi come Miglior Attore Protagonista all’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Fabrice Luchini è il protagonista de La Corte, il film scritto e diretto da Christian Vincent che vede come co-protagonista Sidse Babett Knudsen. In laguna, il film si è aggiudicato anche il Premio come Miglior Sceneggiatura.


Michel Racine (Fabrice Luchini) è il temuto Presidente di una corte di assise. É molto severo con se stesso e con gli altri. É soprannominato il « giudice a due cifre » , perchè le sue condanne non sono mai inferiori a dieci anni. Ma ogni cosa viene sconvolta dalla comparsa di una donna, Ditte Lorensen – Coteret (Sidse Babett Knudsen). Fa parte della giuria in un processo per omicidio. Sei anni prima, Racine si era innamorato di lei. Quasi in segreto. É lei l’unica donna che abbia mai amato.

Di seguito, ecco un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Christian Vincent.

Quale è stata la genesi del progetto del film?

Al principio di tutto c’era un desiderio condiviso con il mio produttore Matthieu Tarot di lavorare ancora una volta con Fabrice Luchini, 25 anni dopo il film La Timida. Ma lo avremmo fatto solo se avessimo trovato un personaggio e una storia. Mentre parlavamo di questo con Matthieu, che è appassionato di legge – abbiamo immaginato Fabrice Luchini come il Presidente di una corte di assise. Ho pensato subito che Luchini sarebbe stato bene con la toga rossa e il colletto di ermellino. Fabrice, per prepararsi, prima delle riprese ha voluto incontrare il Presidente della corte di assise che avevo già incontrato un paio di volte. Così un giorno si è recato al tribunale di Parigi per assistere ad un processo. E ha visto la sobrietà con cui il Presidente istruiva il suo processo. Non una parola di troppo. Alla fine della prima ora aveva capito.

Fabrice Luchini (foto Jerome Prebois)

Fabrice Luchini (foto Jerome Prebois)

Come mai un film sulla giustizia?

Ai tempi io non sapevo niente sul mondo della giustizia, ho iniziato ad assistere ad un processo da giurato. Ho scoperto che la corte è un po’ come un teatro, con il pubblico, gli attori, la sceneggiatura e le quinte. C’è un ordine prestabilito prima di essere ribaltato. Ma principalmente è il regno della parola, fondato essenzialmente sulla natura orale del dibattito: un luogo dove coesistono quelli che padroneggiano il linguaggio con altri che non riescono neanche a capire il significato delle domande che gli vengono rivolte. Puoi osservare tutto questo in un tribunale se fai parte della giuria. Angoscia umana, poetici voli della fantasia, lunghi momenti di noia, fugaci momenti di familiarità, rivali in campo ai ferri corti, bugie, verità che si contraddicono l’un l’altra e tante domande che rimangono senza risposta. Quando il processo finisce, la verità a volte trionfa.

Quale è stato il suo approccio alla sceneggiatura?

Ho iniziato al tribunale di Bobigny. Quattro giovani uomini erano accusati di una rapina in un appartamento. Nonostante il fatto che il processo fosse a porte chiuse per desiderio di entrambe le parti, ho avuto la possibilità di assistere da dietro le quinte al processo come ogni altro giudice. Ad ogni sospensione, io accompagnavo il Presidente e i due giudici associati, il commesso e i nove giurati tra quelle che potresti chiamare quinte. Ho visto i giurati porre le domande all’accusa, conoscersi e studiarsi, parlare di quello che avevano sentito. Ho notato come erano attenti i magistrati alle loro richieste, rispondere alle loro domande, cinque lunghi giorni… e poi ho immediatamente ripetuto l’esperienza, questa volta alla corte di assise di Parigi. Un giovane uomo era accusato di avere assassinato il suo amante. Questo accadeva quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura. Avevo gli elementi di cui avevo bisogno per scrivere. Se volevano che il film fosse credibile, tutta questa documentazione era necessaria.

Sidse Babett Knudesn (foto di Jerome Prebois)

Sidse Babett Knudesn (foto di Jerome Prebois)

Tutto quello che mancava era la storia…

La storia è arrivata molto semplicemente. È scaturita spontaneamente dalla personalità del magistrato. Io ho immaginato il Presidente della corte di assise che si chiudeva in ritiro. Un uomo rispettato e temuto nella sua corte, ma disprezzato e ignorato a casa. A casa, eccetto che dal suo cane, non è tenuto in considerazione da nessuno, mentre in tribunale è chiamato vostro onore. Così ho immaginato un piccolo uomo, senza molte gioie nella sua vita. Un uomo che è stato innamorato di una donna, una volta nella vita, cinque o sei anni prima. È stato in coma in seguito ad un incidente. Quando si è risvegliato c’era una donna accanto a lui. È stata un’apparizione. E ora questa donna è riapparsa nella sua vita. È uno dei giurati nel processo che lui presiede. Per giorni lui potrà vivere con lei al suo fianco…Avevamo trovato la nostra storia.

Come ha immaginato il personaggio di Ditte?

Esattamente come l’opposto del carattere di Racine. Racine è la notte, il lato oscuro di ciascuno di noi, mentre Ditte è la luce. Racine punisce mentre Ditte riporta le persone alla vita. Mentre stavo scrivendo questo personaggio, avevo in testa un personaggio di un altro film. Christine – interpretato da Nora Gregor – nel film La Regola Del Gioco di Jean Renoir. Un aviatore si innamora perdutamente di lei, semplicemente perché lei è stata carina con lui. “Perché in Francia non avete il diritto di essere gentili con un uomo?” chiede lei ad Octave, interpretato da Jean Renoir. “No, tu non avevi il diritto” rispose lui. “Così è tutta colpa mia”, concluse lei.

"L'Hermine" de Christian Vincent

“L’Hermine” de Christian Vincent

Cosa rappresenta per lei questo film?

Non molto tempo fa, quando mi chiedevano perché facevo film, rispondevo che mi sembrava il modo migliore di usare il mio tempo, alternavo momenti di solitudine, quelli in cui scrivevo, alla frenesia delle riprese, quando sei sempre circondato da una schiera di collaboratori, ai giorni pieni di dubbi dedicati all’edizione del film. Oggi, quando mi chiedono perché faccio un film, rispondo che così posso filmare il mio paese, la diversità del nostro territorio, i suoi linguaggi e le sue culture. E se decido di filmare in un tribunale, c’è una ragione. Un processo con una giuria è uno dei rari posti nella nostra società dove tutti possono ascoltare quello che viene detto, dove tutte le culture coesistono e dove tutte le classi sociali si mescolano. L’opposto di stare ognuno con i propri simili.