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Michel Hazanavicius presenta Il Mio Godard, il ritratto di un regista mitico

Dal Concorso del Festival di Cannes arriva oggi in sala Il Mio Godard (Le Redoutable) del regista Premio Oscar Michel Hazanavicius, con protagonisti Louis Garrel, Stacy Martin e Bérénice Bejo. Un ritratto affettuoso e ironico di una delle figure più importanti del cinema francese e mondiale, quella di Jean-Luc Godard, vista attraverso gli occhi dell’allora giovanissima moglie Anne Wiazemsky.


Parigi 1967. Jean-Luc Godard (Louis Garrel), il cineasta più in vista della sua generazione, gira La cinese con la donna che ama, Anne Wiazemsky (Stacy Martin), più giovane di lui di 20 anni. Sono felici, innamorati, affascinanti e si sposano. Ma quando il film esce, l’accoglienza che riceve porta Jean-Luc a rimettere profondamente in discussione le sue idee. Il Maggio ’68 non fa che amplificare il processo e la crisi che scuote Jean-Luc lo trasformerà radicalmente: da cineasta star ad artista maoista fuori dal sistema, tanto incompreso quanto incomprensibile.

Lasciamo ora spazio ad un estratto dell’intervista rilasciata dal regista Michel Hazanavicius.

D’acchito c’è qualcosa di sorprendente nel vederla dedicare un film a Jean-Luc Godard.

Capisco che lo si possa trovare sorprendente, ma io non considero questo film così inatteso o persino atipico. Godard è indubbiamente un soggetto che presenta una complessità particolare. Ma uno degli aspetti che mi interessava e che mi faceva pensare che fosse possibile fare un film su di lui, è che Godard, pur essendo un grande artista con la fama di essere uno difficile – e mi riferisco ai suoi film, ma anche a lui, al suo personaggio – può tranquillamente essere visto come una icona della cultura pop. È una delle figure chiave degli anni ’60, allo stesso titolo di Andy Warhol, Muhammad Ali, Elvis o John Lennon. Fa parte dell’immaginario collettivo e attraverso lui si possono affrontare temi e argomenti che sono comuni a ciascuno di noi: l’amore, la creazione, la politica, l’orgoglio, la gelosia, eccetera. È anche una persona che non ha mai cercato di essere banale. Non è “carino”. Questo fa di lui un personaggio complesso e umano, che lascia una grande libertà a livello narrativo. Non sono condannato all’elogio dal momento nemmeno lui cerca di suscitare questa reazione. E soprattutto, malgrado si tenda un po’ a dimenticarlo, sia i suoi film, sia la sua persona, potevano essere molto spiritosi all’epoca. Sapeva essere affascinante e molto arguto.

Louis Garrel (foto di Philippe Aubry)

Louis Garrel (foto di Philippe Aubry)

Ad eccezione dell’inizio e della fine del film, Godard non è mai mostrato al lavoro su un set cinematografico. Perché questa scelta?

Innanzitutto perché non è un film “su Godard”, è una storia d’amore. Il punto non era fare una tesi su Godard e nemmeno di fare un biopic. E poi c’è un altro motivo. Un regista non è un saltatore con l’asta, non c’è un momento in cui all’improvviso tutto si cristallizza e culmina in un exploit sensazionale. Non c’è una prestazione. Si tratta di un lavoro lungo, laborioso… E poi, se avessi scelto di filmare Godard al lavoro, sarei stato costretto a circondarlo di attori con una vaga somiglianza con gli originali: Jean-Pierre Léaud, Raoul Coutard, o ancora Jeanne Moreau, François Truffaut… Non volevo questo.

Che rapporto ha con il cinema di Godard?

Da giovane, ho adorato Fino All’Ultimo Respiro, la sua energia straordinaria, le sue frasi mitiche, l’apparizione geniale di Belmondo… Al suo esordio Godard ha conosciuto un decennio magico: gli anni 1960. Ovviamente ho visto o rivisto tutti i film di quel periodo, pellicole che respirano la libertà e che restano di un’audacia e di una modernità assolutamente meravigliose. Peraltro rivedendoli sono rimasto colpito da un fatto: benché rifiutasse il realismo che possiamo trovare in Truffaut, Chabrol o negli altri, oggi i suoi film lasciano una sensazione di realtà come nessun altro. Per quanto riguarda il periodo degli anni 1970, per quanto capisca l’approccio intellettuale, devo confessare che trovo quei film difficili da guardare. Li considero più che altro come delle pietre disposte lungo una strada, come le tappe successive di una lunga riflessione che dura ancora oggi. Possiamo ritenere che in quel momento Godard abbia voltato le spalle a un certo tipo di cinema. Questo ovviamente mi pone un problema in quanto spettatore, ma come regista posso solo provare rispetto per la sua scelta e per l’integrità che lo guida. E poi non dobbiamo dimenticare che la Francia degli anni 1960 era vittima di una tale sclerosi che tutte le forme di ribellione, persino le più incongrue, erano comprensibili. A mio parere, c’è un ambito in cui Godard è sempre giusto ed è l’immagine. Appena si allontana da essa lo trovo meno efficace. Per esempio, io non trovo che sia un grande pensatore politico.

Stacy Martin (foto di Philippe Aubry)

Stacy Martin (foto di Philippe Aubry)

C’è il cineasta e c’è il personaggio. I due sono talmente connessi che spesso Godard si è rammaricato del fatto che la sua immagine mediatica e il suo nome siano meglio conosciuti dei suoi film.

Sì, e naturalmente è un aspetto che mi interessava molto. Godard non è un uomo “carino”, non ha mai cercato di esserlo. Come realizzare un film su un personaggio distruttivo e paradossale? Avrei potuto cancellare tutte le asperità per renderlo una figura interamente positiva ed erigergli una statua, ma avrei avuto la sensazione di tradirlo. Nel suo percorso, e in particolare in quel periodo, Godard ha potuto mostrarsi duro, senza mai fare concessioni ed era necessario mostrare questo lato. Godard è stato molto violento, si è comportato male pubblicamente con numerose persone. Detto questo, non avevo alcun desiderio di criticarlo o d’istruire a posteriori un processo contro di lui. Anche per il maoismo. Per questo motivo, ricordo di essermi detto quasi subito che avrei dovuto lasciargli l’ultima parola, letteralmente. Ed è quello che ho fatto. Ma è vero che era una delle sfide del film: trovare il giusto equilibrio tra l’aspetto distruttivo del personaggio e l’empatia che volevo suscitare nei suoi confronti. Ma anche tra la storia d’amore e la commedia, tra l’aspetto formale, il capovolgimento e il rispetto dei personaggi, e tra i temi che di primo acchito possono sembrare elitari e la mia volontà di fare un film popolare.

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