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The Black Phone, Ethan Hawke nell’horror infantile di Scott Derrickson

Il telefono non funziona. E sta squillando. Dal 23 giugno è nelle sale The Black Phone, il nuovo thriller horror diretto, prodotto e co-sceneggiato (insieme a C. Robert Cargill) da Scott Derrickson basato sull’omonimo racconto breve pubblicato nel 2005 in una raccolta (20thCentury Ghosts del New York Times) da Joe Hill, il figlio del leggendario scrittore horror Stephen King.

Il film

Denver, anni ’70. Finney (Mason Thames) è un tredicenne timido ma perspicace che un giorno viene rapito da un sadico assassino noto come “il Rapitore” (Ethan Hawke) che lo rinchiude in un seminterrato insonorizzato dove urlare serve a poco. Quando un telefono scollegato appeso alla parete inizia a squillare, Finney scopre di poter sentire le voci delle precedenti vittime dell’assassino. Pronte a fare di tutto perché ciò che è successo a loro non accada anche a Finney.

Il dolore nell’infanzia

Scott Derrickson ha sempre avuto interesse nel realizzare un film che esplorasse la complessità emotiva e il dolore nell’infanzia, oltre alla capacità dei bambini di superare le tragedie. “I 400 Colpi di François Truffaut contiene una delle migliori interpretazioni cinematografiche che io abbia mai visto – spiega Derricksonil film non mette in scena soltanto i traumi che possono tormentare l’infanzia, ma anche la resilienza propria dei bambini. Sapevo di voler realizzare un film di quel tipo, ma non riuscivo a trovare una storia che potesse trasmettermi quella sensazione”. Per gli appartenenti alla Generazione X, nati negli anni ’70, si trattava di un’epoca priva di iniziative anti-bullismo in cui, soprattutto per i ragazzi, imparare a difendersi contro i bulli era considerato un normale rito di passaggio.

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Confrontarsi con la paura

Il mio amore per l’horror è nato fondamentalmente così: crescendo, provando molta paura da bambino e comprendendo quell’emozione – aggiunge Derricksonguardare e realizzare film horror per me ha sempre significato confrontarmi con qualcosa di cui ho paura. Adoro la non-negazione caratteristica del genere. Osservare qualcosa di non detto o che è indicibilmente spaventoso nel mondo o nella natura è un qualcosa che ho sempre considerato un’esperienza catartica, sia da spettatore che da artista”.